Il No al referendum difende la Costituzione e chiede responsabilità istituzionale e partecipazione democratica
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Il No al referendum difende la Costituzione e chiede responsabilità istituzionale e partecipazione democratica

I numeri non dicono mai cosa pensano gli elettori, ma dicono cosa vogliono e cosa non vogliono, la motivazione resta nell’intimità del singolo elettore.

Il No al referendum difende la Costituzione e chiede responsabilità istituzionale e partecipazione democratica
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

25 Marzo 2026 - 23.02


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Quando si spengono gli echi del risultato di una consultazione referendaria, torna (forse) un po’ di spazio per una riflessione pacata e dialogante. Certamente non conosceremo mai le motivazioni e le intenzioni degli elettori. I numeri non dicono mai cosa pensano gli elettori, ma dicono cosa vogliono e cosa non vogliono, la motivazione resta nell’intimità del singolo elettore. Poco più di quindici milioni di elettrici ed elettori – cioè il 53,2% sul 55,7% di partecipanti al voto – hanno bocciato la riforma del governo autonomo della magistratura. Le probabili motivazioni sono tante, ne elenco alcune, precisando che il voto è una risposta “multipla”, cioè di motivazioni ne può includere diverse. Ecco le emergenti, secondo il mio personalissimo parere. Ha votato NO

  • –       chi ha compreso il quesito e il rischio di una dipendenza della magistratura dall’esecutivo (in un momento storico in cui il Parlamento già lo è) e ha voluto salvaguardare la Costituzione;
  • –       chi ha espresso un voto politico contro il Governo Meloni, alle sue politiche interne e alle sue relazioni e posizioni internazionali oppure chi ha votato NO per fedeltà al partito;
  • –       chi, ritornando al voto magari dopo anni, ha voluto porre un argine alla deriva della politica;
  • –       chi non accetta di rivedere le regole democratiche senza fondamenti e senza discussione;
  • –       chi ha stima e fiducia nella magistratura, nonostante i limiti di essa, come sono i limiti di ogni potere repubblicano e istituzione in generale.
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Ci sarebbero, molto probabilmente, altre motivazioni ma non ci è dato di intuirle, come non ci è dato di affermare con certezza che sia ritornato al voto un consistente numero di giovani (18-30 anni), perché ci mancano dati reali. Sembrerebbe di si, ma aspettiamo i dati per esserne sicuri e gioirne, ovviamente.

Se le motivazioni degli elettori sono un po’ imperscrutabili, non è così per il cammino che – a mio modesto avviso – il Paese deve intraprendere dopo un referendum con queste marcate caratteristiche. Anche qui in sintesi.

La Costituzione è certamente un bene prezioso, da tutelare e riformare nella fedeltà al suo spirito e alla sua lettera. Tuttavia, non lo è per tutti automaticamente e lo diventa solo se famiglie, scuola e università, società civile, ordini professionali, mondo culturale, comunità di fede religiosa, associazionismo, mezzi di comunicazione, ognuno per la sua parte, informano, formano e accompagnano i processi di maturazione e coscientizzazione. In questo un grande lavoro è stato fatto da molti soggetti citati e ne dobbiamo dare merito ed esprimere gratitudine. Se molti italiani, domenica, hanno dato una battuta di arresto alle derive e illusioni autoritarie in atto, lo si deve anche al loro impegno.

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La Magistratura deve recuperare un ruolo propositivo nel contribuire, per quanto le compete, con scienza e coscienza, alle necessarie riforme della giustizia. Resta, comunque, il punto fermo che la responsabilità in materia di riforme (carenza organici e mezzi, digitalizzazione manchevole, durata abnorme dei giudizi, costi eccessivi a danno dei più deboli) è soprattutto del governo e del Ministro della giustizia, come da dettato costituzionale (art.110). In sintesi, si tratta di un imperativo morale per tutti. Così nelle parole del Presidente Mattarella al CSM, il 18.2.2026: nessuna istituzione è “esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario”. La fiducia dei cittadini si riconquista – vale per tutti i gruppi e le istituzioni – con riferimenti valoriali fondati e precisi e con una prassi, il più possibile, coerente con essi; punendo chi sbaglia; promuovendo, specie nei ruoli di responsabilità, chi ha maturità umana, coerenza etica e competenze solide.

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In generale un vedemecum per questa lunga strada che dobbiamo percorrere perché la nostra Repubblica non degeneri sempre più in forme populiste, neocapitaliste e guerrafondaie, sembra essere contenuto nel discorso del Presidente Mattarella, a Salamanca, in Spagna, il 19.3.1926: “Anche nella crisi dei valori che attraversa il continente in un secolo che ha conosciuto gli orrori del nazismo e del fascismo e quelli del comunismo, la cultura resta un argine, come testimonia il coraggioso discorso pronunciato da Miguel de Unamuno proprio in questa università il 12 ottobre 1936: “Venceréis, pero no convenceréis” [“Vincerete, ma non convincerete”, ndr]: parole che diventano simbolo contro le forze autoritarie e difesa della ragione, della coscienza libera”.  

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