Si avvicinano le elezioni del 24 e 25 maggio e ballottaggio del 7 e 8 giugno 2026. La comune convinzione che “le amministrative non sono politiche” coglie solo una parte della verità. È vero, certo, che nelle elezioni comunali sopravvivono coalizioni trasversali e liste civiche che sfuggono agli schemi nazionali, ma non si può negare che proprio nei territori emergono gli umori profondi dell’elettorato. Il sospetto è che il campo progressista stia dissipando un capitale politico che sembrava essersi riattivato dopo la vittoria comune al referendum.
Quell’onda emotiva, che aveva momentaneamente ricomposto le diverse anime dell’opposizione, tarda troppo a trasformarsi in progetto e sembra sempre più liquefarsi nelle alchimie interne dei partiti. Le primarie invocate dal Movimento 5 Stelle, inizialmente accolte con cauta apertura anche da Elly Schlein, sono finite quasi subito sullo sfondo, subordinate alla ricerca di un programma condiviso che però è lontano, troppo lontano, da materializzarsi.
La destra di governo, frastornata dal referendum e attraversata da tensioni evidenti, può così respirare osservando un’opposizione che appare più impegnata nella misurazione dei propri pesi interni che nella costruzione di una reale alternativa politica. Insomma, i progressisti sono come un laboratorio dove ogni parte porta i propri ingredienti per versarli tutti nella provetta pur sapendo che la formula da produrre non può contenerli.
In questa tornata andranno al voto 900 comuni, circa l’11 per cento degli 7.894 comuni italiani, con venti capoluoghi di provincia coinvolti e una geografia elettorale che attraversa l’intero Paese. Si va dalla Sardegna, regione con il maggior numero di comuni al voto, alla Lombardia, dalla Campania alla Sicilia. Numeri che raccontano soprattutto un’Italia sminuzzata, fatta di municipi sotto i 15mila abitanti, ma che dentro alcuni centri simbolici concentra questioni politiche ben più grandi delle rispettive dimensioni amministrative.
Venezia non è soltanto Venezia ma il laboratorio un po’ ambiguo del civismo contemporaneo, il luogo dove il sindaco Luigi Brugnaro ha incarnato una forma di governo manageriale e personalistica capace di sopravvivere alle oscillazioni dei partiti tradizionali. Prato non è soltanto una grande città manifatturiera toscana dove i cinesi rappresentano la più grande comunità in Italia, ma è il teatro del ritorno di Matteo Biffoni dopo il terremoto politico e giudiziario che ha travolto la sindaca Pd Ilaria Bugetti. Salerno non è soltanto la porta d’accesso alla costa amalfitana ma il palcoscenico della rappresentazione della commedia deluchiana, con Vincenzo De Luca che torna a candidarsi nella propria città dopo essere stato progressivamente isolato dal suo stesso partito.
Dunque, se le amministrative hanno qualcosa di politico viene da chiedersi perché i progressisti non comincino da qualcosa. Perché non dalla controffensiva istituzionale sul tema della legge elettorale? Mentre nelle commissioni parlamentari la maggioranza discute un sistema proporzionale con un forte premio di maggioranza, il campo progressista sembra limitarsi alla sola critica tattica. Eppure, proprio qui potrebbe aprirsi il primo spazio politico autentico: avanzare una proposta alternativa, magari più coerente con una cultura delle coalizioni, della rappresentanza e della partecipazione democratica.
Sarebbe un modo per uscire dalla tattica del catenaccio a oltranza e partire in contropiede. Certo, tenere insieme partiti sopra il 20 per cento e forze sotto il 5 non è semplice perché la frammentazione è reale, e spesso anche identitaria, ma almeno qui le rinunce politiche potrebbero essere superate poiché pesa l’immediata presa di coscienza di non autosufficienza.
È l’ora che il progressismo italiano faccia capire davvero se ha voglia di diventare una coalizione di governo o continuare a essere una somma di identità in competizione permanente. Perché, come accade nella vita oltre che nella politica, chi non trova il coraggio di fare un passo avanti finisce spesso per compierlo all’indietro.
