Un’altra perla del sovranismo di cortile della destra: il Tg1 ieri ha utilizzato la fama dei tre tennisti italiani arrivati ai quarti di finale del Roland Garros di Parigi per fare uno spot a Fratelli d’Italia.
Che tristezza fa la più grande (ancora) testata italiana, tradizionalmente leale con i governi e tuttavia tradizionalmente ricca di un’alta cifra professionale. La caduta di stile è figlia di un’informazione spesso faziosa, che si regge sull’indimostrato assunto che ormai l’orizzonte politico e culturale è per l’eternità il pasticciaccio brutto composto da nostalgie in nero e il megafono non stop regalato alla presidente del Consiglio.
La Rai sembra alla deriva, senza né strategie né legge. Al punto che l’affermazione di Enrico Mentana al festival della tv di Dogliani – La 7 è la nuova Raitre – pur volendo essere critica all’editore è risultata una vera e propria confessione: il servizio pubblico non è solo quello offerto dall’ex monopolio.
Si tratta di una vecchia storia, che ritorna periodicamente e che ora, però, sembra avere qualche chance visto l’immobilismo dell’apparato pubblico e la varietà dei palinsesti della concorrenza. Il rinvio dell’audizione del ministro Giorgetti di fronte alle commissioni parlamentari è stato un segnale non certo favorevole e sembra che la maggioranza consideri chiuso il problema, con buona pace dell’European Media Freedom Act assai netto nel definire illegittimo il quadro attuale. Sarà così? Dopo il gesto forte messo in atto dal parlamentare Roberto Giachetti con lo sciopero della fame durato diversi giorni e l’incatenamento dentro il palazzo di Montecitorio, le opposizioni cosa pensano di fare a loro volta? O basta andare nei talk per vivere felici?
Si sono susseguite voci in merito al blocco della Commissione parlamentare di vigilanza per l’ostruzionismo delle destre inossidabilmente ferme alla proposta di votare Simona Agnes Presidente. Sono certamente chiacchiere consociative infondate. Tuttavia, è lecito chiedersi come mai proprio la Agnes non senta il bisogno di dire qualcosa, ben sapendo che il suo nome -peraltro degno di stima- è lo strumento per fermare tutto. L’attività della Vigilanza e la riforma sono come i vasi comunicanti: se non si apre una parte, rimane chiusa anche l’altra.
Un gesto almeno simbolico da parte delle opposizioni sarebbe utile: annunciare le dimissioni contestuali dalla Commissione e dal Consiglio di amministrazione. Nella cinica routine di certa politica odierna, il gesto potrebbe non fare neanche un plissé. Però, la storia non finisce così e nella prossima campagna elettorale questo sarà uno degli argomenti di discussione e di polemica. Tra l’altro, che ne sarà del rinnovo della Convenzione tra lo Stato e la Rai, in scadenza nel 2027? Sarà rinnovata senza una nuova normativa o verrà prorogata? In verità, l’Emfa non richiederebbe uno specifico atto di Convenzione.
Oggi a Bruxelles si discute del Tech Sovereignty Package, l’universo delle misure tese ad affrontare il problema dell’autonomia strategica dell’Unione europea dalla supremazia autoritaria delle Big Tech. Per questo la tormentata -ma assai minore- crisi della Rai sembra ormai un punticino periferico nell’orizzonte mediale. Talvolta, comunque, pure una piccola parte è decisiva per la sintassi dell’intero villaggio.
Nel frattempo, lo scorso 28 maggio l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha reso noto di aver ricostituito il Comitato per la corretta rappresentazione mediatica delle vicende giudiziarie, organismo di co-regolamentazione previsto dall’articolo 2 del Codice sottoscritto il 21 maggio 2009 dalle emittenti televisive, dalle associazioni di categoria, dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione della stampa. Finalmente. In controluce si staglia l’incresciosa storia di Garlasco, ovvero la strisciata quotidiana dedicata massivamente al femminicidio di Chiara Poggi. La questione va assai al di là del rapporto tra giustizia e informazione. Si sta svolgendo un processo parallelo, inquietante e lesivo della dignità delle persone coinvolte, a partire dalla vittima.
