Legge elettorale, trenta ricorsi alla Consulta contro il Melonellum

Trenta ricorsi alla Corte costituzionale per contestare la nuova legge elettorale, ribattezzata dalle opposizioni "Melonellum".

Legge elettorale, trenta ricorsi alla Consulta contro il Melonellum
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12 Ottobre 2026 - 20.25


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Trenta ricorsi alla Corte costituzionale per contestare la nuova legge elettorale, ribattezzata dalle opposizioni “Melonellum”. La Rete per un voto libero e uguale ha annunciato alla Camera una mobilitazione giudiziaria che coinvolge 99 avvocati e circa 500 aderenti, tra politici, costituzionalisti, magistrati, giornalisti, intellettuali e artisti.

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L’obiettivo è depositare gli atti il 26 ottobre 2026, giorno previsto per l’entrata in vigore della legge. Le prime udienze potrebbero svolgersi a gennaio 2027. La rete ha predisposto una bozza tecnica che gli avvocati potranno adattare nella redazione dei singoli ricorsi.

A illustrare i principali dubbi di costituzionalità è stato Enrico Grosso, costituzionalista coinvolto nell’iniziativa. Le contestazioni riguardano sei aspetti della riforma: il premio di maggioranza, il rapporto tra l’elezione della Camera e quella del Senato, la libertà di voto e la selezione dei parlamentari, l’equilibrio di genere, l’indicazione obbligatoria del candidato alla presidenza del Consiglio e il numero di firme richiesto alle liste non rappresentate in Parlamento.

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Il primo punto riguarda il premio di maggioranza e il suo impatto sulla rappresentanza. I promotori chiedono di verificare se il meccanismo di assegnazione dei seggi rispetti il rapporto tra i voti ottenuti dalle forze politiche e la composizione delle Camere.

Un altro profilo investe l’autonomia dei due rami del Parlamento. Secondo Grosso, la Costituzione prevede che Camera e Senato siano eletti indipendentemente, mentre la nuova disciplina collegherebbe i rispettivi risultati, con possibili conseguenze anche per la base regionale dell’elezione del Senato.

I ricorsi contestano inoltre le modalità di selezione degli eletti e il rapporto tra il voto espresso dai cittadini e l’attribuzione dei seggi ai singoli candidati. Per i promotori, gli elettori devono poter comprendere gli effetti della propria scelta sulla composizione del Parlamento.

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Sul fronte della rappresentanza femminile, il problema indicato riguarda i capilista bloccati, che potrebbero appartenere anche a un solo genere. La normativa, secondo i contestatori, non garantirebbe quindi un equilibrio adeguato nella composizione delle liste e delle assemblee elettive.

La quinta questione riguarda l’obbligo di indicare il candidato alla presidenza del Consiglio. Grosso ha sollevato dubbi sulla compatibilità di questa previsione con la libertà delle liste di presentarsi agli elettori anche con l’obiettivo di svolgere un ruolo di opposizione. La questione, ha spiegato, coinvolge anche le prerogative del presidente della Repubblica nella formazione del governo.

L’ultimo rilievo riguarda le sottoscrizioni necessarie per presentare le liste. Le forze già rappresentate in Parlamento sono esentate dalla raccolta delle firme, mentre quelle prive di rappresentanza devono rispettare requisiti che i promotori considerano sproporzionati. Da qui la contestazione di una possibile disparità nell’accesso alla competizione elettorale.

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Tra i sostenitori dell’iniziativa figurano Romano Prodi, Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Fausto Bertinotti. Hanno aderito anche Lucia Annunziata, europarlamentare del Pd, Pasquale Tridico del Movimento 5 Stelle, il filosofo Massimo Cacciari, il filologo Luciano Canfora, lo scrittore Gianrico Carofiglio, i giornalisti Gad Lerner e Tiziana Ferrario, il rettore Tomaso Montanari e l’ex magistrato Armando Spataro.

L’elenco comprende anche le attrici Marisa Laurito, Monica Guerritore e Carla Signoris, oltre alle ex ministre Anna Finocchiaro, Livia Turco e Barbara Pollastrini.

La mobilitazione è sostenuta da esponenti di diverse forze di opposizione. Filiberto Zaratti, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha sottolineato la collaborazione tra costituzionalisti e parlamentari, mentre Simona Bonafè, del Pd, ha criticato la modifica delle regole elettorali a meno di un anno dalle elezioni. Maria Elena Boschi, di Italia Viva, ha richiamato l’attenzione sulle possibili conseguenze per la rappresentanza femminile. Alfonso Colucci, del M5s, ha invece posto l’accento sul ruolo centrale del Parlamento nell’ordinamento costituzionale.

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Riccardo Magi, di +Europa, impegnato in uno sciopero della fame contro la riforma, ha chiesto che la mobilitazione si estenda ai territori. Nel suo intervento ha ricordato una battuta di Felice Besostri, avvocato ed ex senatore che si era occupato a lungo delle leggi elettorali: la ricerca di un sistema capace di stabilire il risultato delle elezioni già la sera del voto potrebbe condurre a una legge in grado di anticiparlo addirittura al giorno precedente.

Grosso ha precisato che un eventuale accoglimento delle questioni di costituzionalità non comporterebbe necessariamente la cancellazione dell’intera legge. La Consulta potrebbe intervenire sulle singole disposizioni ritenute illegittime, lasciando in vigore le parti compatibili con la Costituzione.

Ora la parola passa ai procedimenti giudiziari. Sarà la Corte costituzionale a stabilire quali questioni siano ammissibili e fondate e se la nuova legge elettorale presenti profili di illegittimità. La rete punta a ottenere una verifica delle regole che disciplinano la rappresentanza parlamentare, la libertà di scelta degli elettori e l’accesso delle forze politiche alle elezioni.

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