I terroristi mediatici che danno del terrorista a chi manifesta per la Palestina

Affibbiano patenti di terrorismo proprio loro che difendono il terrorismo di Stato praticato, impunemente, da Israele.

I terroristi mediatici che danno del terrorista a chi manifesta per la Palestina
Manifestazione pro Palestina
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25 Ottobre 2026 - 13.01


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No pasaran. Nonostante la potenza di fuoco mediatica di cui sono in possesso. No pasaran. Nonostante la presenza costante nei talkshow televisivi, nelle articolesse grondanti di retorica pro-Isra della stampa mainstream. No pasaran. Nonostante le veline di palazzo (Chigi) e le indignate prese di posizione degli esponenti di Sinistra per Israele (quale sinistra e per quale Israele? No pasaran.

Nonostante il supporto, neanche troppo mascherato, dei vertici della comunità ebraica italiana e dell’ambasciata di Israele. Ce la stanno mettendo davvero tutta. Ma nonostante tutto, non riusciranno a criminalizzare il movimento che ha riempito le piazze di tutta Italia, che ha occupato scuole e facoltà universitarie (manganellati dalla polizia del ministro-prefetto Piantedosi) per manifestare contro il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania, chiedendo sanzioni contro uno Stato-canaglia governato da un criminale di guerra e da una cricca di ministri fasciomessianici. Un movimento che chiede da tempo il riconoscimento dello Stato palestinese, ricevendo come risposta, incredibile ma vero, dalla ineffabile presidente del Consiglio, che quel riconoscimento è “controproducente”. 

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Questa macchina del fango politico-mediatica va avanti senza soluzione di continuità e senza conoscere limiti di decenza. Ogni occasione è buona per inveire contro i “pacifinti” e per costruire il vergognoso assioma pro-Pal uguale terrorista. Spunta una bandiera palestinese in un corteo di giovani incazzati, una minoranza dei quali si scontra con la polizia o assalta negozi di lusso? L’assioma è cucinato. Bandiera palestinese, scontri e assalti. E voilà il pro-Pal è un teppista con inclinazioni terroristiche.

Davvero, costoro non conoscono vergogna. Affibbiano patenti di terrorismo proprio loro che difendono il terrorismo di Stato praticato, impunemente, da Israele. Si indignano per qualche vetrina rotta ma non per i ventimila bambini uccisi a Gaza dall’”esercito più morale al mondo” al servizio dell’”unica democrazia del Medio Oriente”. Vanno su tutte le furie per qualche striscione “estremista” ma non hanno nulla da dire, se non negare spudoratamente l’evidenza, sugli oltre 70mila palestinesi, in grande maggioranza donne e bambini, sterminati nella Striscia di Gaza. Alzano la voce quando il Segretario generale delle Nazioni Unite parla di Gaza come un immenso campo di sterminio. Gridano allo scandalo quando si parla di genocidio in atto, e chi osa pronunciare quella parola, documentando dettagliatamente quell’orrendo crimine di massa, viene coperta d’insulti. L’ultima in ordine di tempo la Premio Nobel per la Pace 2026 Navi Pillay. La giurista sudafricana ha conosciuto e vissuto sulla propria pelle l’apartheid. Ha fatto parte del collegio di difesa di Nelson Mandela. E quando afferma, come ha fatto un altro Grande del Sudafrica antiapartheid, lo scomparso arcivescovo Desmond Tutu, che quello instaurato da Israele in Cisgiordania è un sistema di apartheid per molti versi ancora più duro e sanguinario di quello sudafricano, sa di cosa parla. E non ha paura a dirlo. Ma guai a parlare di “pogrom” quando si raccontano gli attacchi quotidiani delle squadracce armate di coloni, sostenute dall’esercito israeliano, contro villaggi palestinese, con le case date alle fiamme, gli uliveti (unico sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi) distrutti, i raccolti di olive impedito a forza, donne e bambini palestinesi terrorizzati. E guai ad usare la parola rastrellamento per definire la reazione israeliana all’uccisione di due soldati a Hebron: 250 famiglie palestinesi “evacuate” a forza, per permettere di radere al suolo le loro case e “bonificare” interi quartieri di Hebron. Buttare fuori di casa donne, anziani, bambini, neanche il tempo di raccogliere poche cose da portare via. Non vi ricarda qualcosa avvenuto ai tempi bui dei rastrellamenti nazifascisti?

E ancora: guai a parlare di “soluzione finale” della questione palestinese anche quando si commentano dichiarazioni di ministri nazisti (Ben-Gvir come Himmler, ha osato affermare il frontman degli U2, Bono) del governo israeliano; ministri per i quali l’unico palestinese buono è un palestinese morto.

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Campi di sterminio. Genocidio. Pogrom. Rastrellamenti. Soluzione finale. Sono parole terribili, che raccontano cose ancor più terribili, ma esse sembrano dover valere solo per le vittime di un tempo e non per i carnefici di oggi. 

È come se Israele rivendicasse il copyright della sofferenza. Come se non esistesse altro genocidio se non quello, terrificante, incancellabile, dell’Olocausto. L’Olocausto usato dalla destra ebraica per legittimare comportamenti e atti genocidiali commessi a Gaza. 

No pasaran. Non riusciranno a zittire un movimento di massa, fatto di persone che vogliono restare umane; che non considerano 70mila e passa palestinesi massacrati a Gaza come “Naza”, effetti collaterali di una guerra giusta. C’è un terrorismo di Stato e un terrorismo mediatico. Quello che dà dell’antisemita a chiunque accusi Israele di documentati, reiterati, crimini di guerra e contro l’umanità. 

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Il mondo solidale non si fa processare da questi “giudici” pro-Isra; da chi considera i coloni non dei terroristi ma degli eroici partigiani di Eretz Israel. 

No pasaran. Perché il diritto-dovere all’indignazione è più forte della criminalizzazione in atto. Perché chi difende oggi Israele è complice, più o meno indotto, di uno Stato-canaglia. 

Gli alimentari primari dell’odio verso Israele sono proprio loro, quelli che difendono senza se e senza ma ciò che Israele fa contro un popolo, l’unico al mondo, sotto occupazione. Lo hanno detto e scritto grandi giornalisti con la schiena dritta israeliani. Lo hanno sostenuto coraggiosi esponenti dell’ebraismo italiano, europeo, americano: il primo, grande nemico di Israele e degli ebrei è Benjamin Netanyahu, il premier più longevo nella storia di Israele. 

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No pasaran. Perché il movimento pro-pace (una pace giusta, vera, tra pari) non demorde e anzi rilancia, con campagne importanti come quella, assunta dalle forze di sinistra in Parlamento, che chiede lo stop agli accordi commerciali con Israele e all’acquisto di prodotti provenienti dalle colonie illegali.

Il boicottaggio di quei prodotti è una forma importante di disobbedienza civile. E come tale va sostenuta e rafforzata. 

Con la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia. E che i veri terroristi mediatici sono quelli che difendono il terrorismo israeliano. No pasaran. 

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