Groenlandia: Ok, il prezzo è giusto!

Il 17 gennaio 1917 gli Stati Uniti acquistarono le Isole Vergini danesi per 25 milioni di dollari in oro. Oggi non sono i Caraibi ma la Groenlandia. L’Europa, ultimamente solita a calar le brache di fronte alle difficoltà inattese, pare rinsaldarsi davanti a questo attacco.

Groenlandia: Ok, il prezzo è giusto!
Isole Vergini: il 31 marzo 1917 scendeva la bandiera danese per quella americana
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Marcello Cecconi Modifica articolo

16 Gennaio 2026 - 13.08 Culture


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Il 17 gennaio 1917 gli Stati Uniti firmarono un assegno da 25 milioni di dollari alla Danimarca e si portarono a casa le allora Isole Vergini danesi. Non fu un colpo di testa imperialista, ma un riflesso geopolitico figlio della Grande Guerra: Washington temeva che Berlino, allergica alle buone maniere, potesse ignorare la neutralità di Copenaghen e trasformare quelle isole caraibiche in una testa di ponte per gli U-Boot, a due passi dalle coste americane. Affare fatto, bandiera alzata, sicurezza garantita.

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Più di un secolo dopo, Donald Trump sfoglia quel precedente come un vecchio catalogo di acquisti riusciti. Cambiano i mari e le motivazioni: oggi non sono i Caraibi ma la Groenlandia, non i sommergibili tedeschi ma l’Artico militarizzato, non il Kaiser ma una nebulosa di rivali globali e qualche minerale, non la democrazia occidentale da difendere ma una sete insaziabile di potere. Non c’è più l’assegno discreto a validare il serio e trattato di allora ma una diplomazia a colpi di dichiarazioni umilianti trasformata in reality.

Dopo il recente incontro alla Casa Bianca tra J.D. Vance e i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia, il messaggio è stato ribadito senza troppi fronzoli: “La Groenlandia è vitale per il Golden Dome che stiamo costruendo. Qualsiasi cosa di meno è inaccettabile. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non accadrà”. Trump batte i piedi, vuole la Groenlandia ed è disposto a pagarla. Non milioni, ma miliardi. Si parla di una cifra che aleggia attorno ai 700 miliardi di dollari, un Black Friday geopolitico in cui il carrello è formato da cassette di cubetti di ghiaccio, qualche sacchetto di terre rare e un ingombrante cesto pieno di prepotenza imperialista.

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“Artic Endurance”, la risposta europea che non si è fatta attendere. Tradotto: dopo la Danimarca, anche Svezia, Norvegia, Germania e Francia hanno deciso di inviare soldati sull’isola. Proprio ieri è arrivata la notizia dello sbarco dei primi militari francesi. “Missione esplorativa”, assicurano. Formula buona per ogni stagione: esplorano il terreno, il clima, ma soprattutto i nervi di Washington. L’Europa, ultimamente solita a calar le brache di fronte alle difficoltà inattese, pare rinsaldarsi davanti a questo attacco frontale.

Trump, dal canto suo, resta fedele al personaggio. Pragmatico e senza scrupoli, finge che l’inattesa reazione della “debole” Europa non sia da prendere in considerazione e reagisce alzando il medio come quando in mondovisione ha spedito a quel paese l’operaio lamentoso. E nel caso che il colonialismo 2.0 non possa sbarcare con le cannoniere prova a iniettare nella poco affollata isola la versione artica della napoleonica grandeur americana, parlando di non annessione ma di destino; di non sovranità ma di opportunità. We are for business but not for sale (Facciamo affari ma non siamo in vendita): è la risposta piccata di tutti gli isolani, comprese le frange indipendentiste.

In fondo Trump è questo: ci ricorda che, se il prezzo è giusto, anche la geografia può diventare una trattativa.

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