A ‘la Repubblica’ per provare ad andare oltre quello che “appare”

Da giovane studente in stage a giornalista della testata che compie i suoi primi cinquanta anni. Da Siena a Firenze, da Palermo a Roma: il racconto di un percorso dentro la comunità di Repubblica, una comunità di giornalisti che vuole incidere nella società.

A ‘la Repubblica’ per provare ad andare oltre quello che “appare”
Vittorio Ripa di Meana, Carlo Caracciolo, Eugenio Scalfari e Mario Pirani con il primo numero. Fonte: https://www.repubblica.it/
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18 Gennaio 2026 - 14.08 Culture


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di Antonio Fraschilla

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Ho messo piede per la prima volta a Repubblica nella redazione di Firenze. Il primo luglio del 2002, avevo 22 anni. Da studente di Scienze della comunicazione alla facoltà di Lettere e filosofia di Siena, il professore Maurizio Boldrini (che voi conoscete bene) mi aveva mandato a Repubblica Firenze per lo stage previsto nel corso di laurea. Quel giorno non sapevo che non mi sarei più allontanato da Repubblica, né che sarei diventato davvero un giornalista. Ma la prima impressione che ho avuto, entrando in quella redazione, è forse l’anima che accumuna tutta la galassia Repubblica nello spazio, nelle sue redazioni sparse per l’Italia e in quella centrale di Roma in tutte le sue stanze, e nel tempo,  dalla sua fondazione per volere del visionario Eugenio Scalfari a oggi: la sensazione di essere in un posto dove la libertà, il senso di giustizia, la voglia di non fermarsi al “racconto” ma di voler “incidere” nella vita delle persone, e nella società, erano il collante delle persone che lì lavoravano. A tutti i livelli: segretari, redattori, dirigenti. Quella sensazione per me è stata un vero innamoramento: ho pensato che lì in quei corridoi della vecchia sede di Repubblica Firenze in via Maggio avrei voluto passare tutto il mio tempo.

Dopo lo stage ho continuano a collaborare da Siena, dove ho seguito i fatti di cronaca e la squadra di calcio che giocava in sera A: andare allo stadio tutte le domeniche, frequentare i luoghi della comunità di Siena da giornalista, era bellissimo e divertentissimo. Ma è indescrivibile la prima volta che questo senso di giustizia “sentito” a Repubblica si è concretizzato nel mio primo articolo “vero”, cioè che ha raccontato una verità che non appariva. Un fatto di cronaca a Siena: una studentessa del convitto che aveva partorito un bambino trovato morto nell’armadio della sua stanza. Questa la cronaca raccontata dalle istituzioni, investigatori e autorità.  Ma io non ero convinto: iniziai a cercare testimonianze, a incrociare date, orari, racconti. E qualcosa non tornava. Impossibile che una ragazza avesse fatto tutto da sola: partorito, tagliato il cordone ombelicale e poi andata a letto come se nulla fosse. Raccolsi testimonianze, andai dalla polizia. Nessuno mi voleva ricevere. Alla fine un commissario, dopo ore di attesa, mosso a pietà mi fece entrare nella sua stanza: gli raccontai quello che avevo trovato e che non poteva aver fatto tutta da sola, qualcuno l’aveva aiutata e non aveva detto nulla. Il commissario mi guardò e mi disse: “Ma tu chi sei?”. E poi aggiunse: “Comunque hai ragione. Stiamo indagando sui complici di quanto accaduto”. Mi liquidò, io emozionato chiamai il giornale per dire che avevo “una notizia” che altri non avevano: mi fecero scrivere una apertura di pagina su questa storia. E da allora il “motore” vero del mio agire da giornalista a Repubblica è rimasto lo stesso: cercare di raccontare quello che altri non raccontano, soprattutto verso il potere. 

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E a Repubblica ho trovato casa perché questa è l’anima di Repubblica: provare ad andare oltre quello che “appare”, seguendo come bussola il senso di giustizia che anima questa comunità di cui poi sono entrato a fare parte a tempo pieno.        

Sono sincero, quando ho messo piede a Repubblica a Firenze non sapevo bene cosa fosse Repubblica: cioè il giornale innovativo che in questi giorni si sta ricordando sfogliando le sue pagine dal 1976 a oggi, le sue battaglie per i diritti, per la difesa della Costituzione e dei suoi valori, per un paese democratico, civile, che guarda avanti senza lasciare indietro gli ultimi, che non ama i potentati e i grovigli armoniosi, le caste familiari e politiche, i soprusi del potere. No, per me Repubblica era un grande giornale, orientato a sinistra contro il berlusconismo imperante e tanto mi bastava.  E poi era il giornale per eccellenza dell’antimafia, della lotta alla mafia: io da siciliano questo lo sentivo profondamente. Così quando dopo tre anni di collaborazione a Repubblica Firenze mi hanno proposto di andare, sempre da collaboratore precario, una estate a Palermo nella redazione locale di Repubblica ho accettato di buon cuore. Pensando di tornare dopo l’estate a Firenze, invece non sapevo che sarei rimasto a Palermo per venti anni quasi: perché nei giornali veri, e liberi, le strade cambiano direzione improvvisamente e senza segnali. 

Pur essendo siciliano non conoscevo Palermo. Ho messo piede nella redazione palermitana di Repubblica il 1 luglio del 2005 (il primo di luglio torna spesso nella vita di noi “stagisti”). Lì ho avuto subito una seconda sensazione che poi posso dire fa parte dei “valori” che legano la comunità di Repubblica, dei giornalisti e dei lettori: il sentirsi in trincea, “estranei” rispetto a un certo modo maggioritario di vedere le cose e di agire. Non è una questione di destra e sinistra, chiaramente Repubblica ha dalla sua fondazione un orientamento riformista e di sinistra: ma una questione di “missione”, di voler far emergere quella parte della società che è “oppressa” dal conservatorismo, dai soprusi, dalle ingiustizie semplicemente. E così in quella redazione, con capiredattori come Enzo D’Antona (scuola de L’Ora e del Mondo a Milano) che si sentivano di guidare un “vascello corsaro”, ho sperimentato in pieno la libertà del giornalismo che non guarda in faccia nessuno e denuncia il malaffare. Una missione sentita nell’animo da tutti: passavamo ore e ore in redazione, fino a sera tardi, senza guardare l’orologio, ritrovandoci come comunità che ha “in comune” i valori e la voglia di cambiare le cose.

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Grazie anche a quel lavoro fatto nella redazione di Palermo con colleghi eccezionali, e che poi hanno avuto in molti la “chiamata” nella redazione centrale di Roma, nel 2020 l’allora direttore dell’Espresso, Marco Damilano, e il suo vice Lirio Abbate, mi hanno chiesto di far parte della loro squadra di inchieste. L’Espresso, altra colonna dalla quale è nata poi Repubblica, sul fronte dei valori fondanti è quasi del tutto uguale a Repubblica. Questo l’ho capito mettendo piede nella redazione e lavorandoci per quasi tre anni intensissimi prima della scellerata vendita dell’Espresso da parte del gruppo Gedi. Nel 2023 sono tornato alla casa madre, nella redazione politica e nella squadra inchieste guidata da Carlo Bonini.

Racconto il mio percorso solo per far capire cosa era, è, e sarà la comunità di Repubblica. Una comunità di giornalisti che vuole incidere nella società. Forse a volte in maniera velleitaria, ma con la volontà costante di non fermarsi solo al “racconto”. Repubblica è un giornale che sempre, come avrete modo di leggere, prenderà posizione sui fatti della politica, dell’economia, della società. E per questa sua ambizione spesso Repubblica è bersaglio di attacchi feroci, ondate di odio social, di critiche costanti. Ma è questa la sua anima e la sua forza. Nel momento in cui Repubblica, in tutte le sue redazioni, farà solo il “racconto” della giornata, senza l’ambizione di voler andare oltre, di voler vedere oltre la siepe che lo sguardo esclude, perderà la missione che ha iniziato cinquanta anni fa.

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