Storia dei Curdi, un popolo senza Stato
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Storia dei Curdi, un popolo senza Stato

Per lungo tempo hanno svolto il ruolo di popolazione di frontiera all’interno di grandi imperi (persiani, arabi, ottomani) trovando spazi di autonomia ma mai una sovranità riconosciuta.

Storia dei Curdi, un popolo senza Stato
Le donne Curde del Rojava
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Marcello Cecconi Modifica articolo

9 Febbraio 2026 - 10.39 Culture


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L’accordo di questi giorni tra l’Amministrazione Autonoma del Rojava (nord-est della Siria) e il governo centrale di Damasco, sta portando alla fine dell’autonomia curda e all’integrazione delle forze Sdf (Forze Democratiche Siriane) nell’esercito siriano. Per comprendere il significato di ciò che accade oggi in Siria, è però necessario allargare lo sguardo alla lunga storia del popolo curdo che oggi si stima formato da circa 35-45 milioni di persone, compresi alcuni milioni che per diaspora si sono allontanati dal Medio Oriente.  

Il Kurdistan, ovvero il Paese dei Curdi, (Stan è un suffisso di origine persiana che vuol dire “Paese di”), secondo la Treccani è una regione geografica dell’Asia sud-occidentale che occupa all’incirca la porzione orientale dell’altipiano anatolico compresa tra il Tauro Armeno a Nord e i monti Zagros a sud, al cui interno ricade il bacino superiore dei fiumi Tigri ed Eufrate, oltre ai laghi Van e Urmia.

La superficie totale di questa regione geografica è di circa 200mila chilometri, secondo lEncyclopædia Britannica, il Kurdistan conta 190.000 chilometri quadrati. Si tratta di una regione per lo più montuosa, con un’altezza media oltre i mille metri. Questa area oggi attraversa l’attuale Turchia orientale, l’Iran occidentale, l’Iraq settentrionale, la Siria del nord toccando anche l’Armenia occidentale, non ha mai dato origine a uno Stato unitario, ma costituisce una nazione nel senso storico e culturale del termine: una comunità legata da tradizioni, memoria collettiva e rapporto con il territorio anche se nel tempo ha subito assimilazione forzata di lingue e religioni.

La vera ragione per cui i Curdi non hanno mai costruito uno Stato proprio risiede però nella combinazione di fattori geografici, politici e storici. Il Kurdistan è una regione montuosa e frammentata, sempre attraversata da imperi più grandi che, per secoli, hanno preferito mantenere autonomie locali e strutture tribali piuttosto che favorire la nascita di un potere centrale curdo. Per lungo tempo, hanno svolto il ruolo di popolazione di frontiera all’interno di grandi imperi (persiani, arabi, ottomani) trovando spazi di autonomia ma mai una sovranità riconosciuta. Questa condizione può essere paragonata, con le dovute differenze, alla storia del popolo ebraico prima del Novecento: una nazione senza Stato, capace di preservare lingua, cultura e identità pur vivendo frammentata sotto autorità esterne.

La differenza cruciale è che, mentre nel caso ebraico il trauma della Shoah e il contesto geopolitico del secondo dopoguerra portarono alla creazione di uno Stato nazionale, per i Curdi il Novecento produsse l’effetto opposto: la definitiva spartizione del loro territorio tra Stati nazionali ostili a qualsiasi ipotesi di autonomia. È questa eredità storica che rende ancora oggi la questione curda una delle più irrisolte del Medio Oriente contemporaneo.

La condizione curda moderna nasce dalla frattura prodotta tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra. Dopo la Prima guerra mondiale, il trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 tra le potenze alleate e l’Impero ottomano impose la spartizione della Turchia, con cessione di territori alla Grecia e l’indipendenza di Armenia e Kurdistan. La guerra d’indipendenza e la conseguente nuova repubblica nazionalista di Mustafa Kemal Atatürk che vedeva come una minaccia un Kurdistan indipendente non ratificò il trattato.  Nel luglio del 1923, a Losanna, le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, in particolare Regno Unito, Francia e Italia, concessero un nuovo trattato che preferiva la priorità della stabilità geopolitica e dell’integrità territoriale degli Stati nazionali rispetto al principio di autodeterminazione dei popoli.

La delegazione turca e italiana a Losanna: Pietro Bertolini, Mèhemmed Naby Bey, Guido Fusinato, Roumbeyoglu Faheddin, Giuseppe Volpi (immagine Wikipedia)

I Curdi furono deliberatamente esclusi dal nuovo assetto regionale, considerati un fattore di instabilità e sacrificati agli interessi strategici europei nelle aree poste sotto mandato coloniale. Con Losanna, il Kurdistan venne così definitivamente spartito tra Turchia, Iraq, Siria e Iran. Da quel momento, i Curdi divennero una minoranza in quattro Stati diversi, spesso percepita come una minaccia all’unità nazionale.

Nel corso del Novecento, questa frammentazione si è tradotta in repressioni cicliche, rivolte soffocate e politiche di assimilazione forzata. In Turchia l’identità curda è stata a lungo negata; in Iraq ha raggiunto livelli di violenza estrema, culminati nelle deportazioni e nei bombardamenti chimici degli anni Ottanta; in Iran e in Siria si sono alternate fasi di tolleranza limitata e dura repressione. L’attacco più brutale alla sopravvivenza del popolo curdo nel suo complesso si è consumato nel 2014, quando lo Stato Islamico ha perpetrato il genocidio della comunità yazida a Shengal, con migliaia di morti, donne ridotte in schiavitù e centinaia di migliaia di profughi.

È dentro questa storia di esclusione che prende forma l’esperienza del Rojava. Approfittando del collasso dello Stato siriano durante la guerra civile, i Curdi hanno costruito nel nord-est del Paese un sistema di autogoverno fondato sul decentramento, sul pluralismo etnico e religioso e su un ruolo centrale delle donne nella vita politica e militare. Un modello originale, sostenuto nella lotta contro lo Stato Islamico e poi rapidamente marginalizzato una volta esaurita la sua funzione strategica.

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