Il 23 febbraio 2026 il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha firmato il decreto che aggiorna le tariffe del “compenso per copia privata”, ferme dal 2020, adeguandole all’indice Istat. La novità principale è che il compenso si applica anche allo spazio di archiviazione in cloud: per la prima volta al mondo lo spazio online viene trattato come un supporto fisico. A differenza dei supporti tradizionali il costo per il cloud non si paga una sola volta ma ogni mese e si calcola in base ai gigabyte utilizzati e al numero di utenti. La legge, discussa nell’estate del 2025 e ora approvata, ha ricevuto molte critiche da aziende tecnologiche, provider, big come Google e associazioni dei consumatori, che denunciano una doppia tassa e stanno valutando ricorsi.
Ma cosa si intende per “Copia privata”? Il compenso per copia privata nasce negli anni Ottanta per compensare gli autori delle copie a uso personale consentite dalla legge. La normativa prevede che produttori e importatori di supporti di registrazione – come cassette o dischi – versino un contributo alle società di collecting, in primis la SIAE, che poi lo distribuiscono nuovamente agli autori. Il sistema aveva senso nel mondo analogico: si pagava una quota fissa per i supporti vergini come compenso anticipato per eventuali copie di opere protette. Ora, però, estenderlo al cloud riapre il dibattito: è ancora giusto e adatto nel mondo digitale?
Secondo le analisi di IsICult e della testata DDay.it gli aumenti rispetto al decreto del 2020 variano tra il 15% e il 40%, a seconda del dispositivo. Per esempio, smartphone e tablet pagano un contributo che va da 3,39 a 9,69 euro in base alla memoria; i computer invece hanno un importo fisso di 6,07 euro; tv e decoder con funzione di registrazione pagano 4,67 euro, con importi crescenti per la memoria interna. Anche smartwatch, fitness tracker, chiavette USB e hard disk sono soggetti a compensi calcolati in base alla capacità, con tetti massimi.
Come scritto, tuttavia, la vera novità riguarda i servizi di cloud. Per la prima volta la memoria in cloud viene inserita come categoria autonoma e considerata equivalente a un normale supporto di registrazione. Il meccanismo è diverso rispetto agli altri dispositivi: non si paga una somma una tantum al momento dell’acquisto, ma un importo mensile ricorrente. Le tariffe sono di 0,0003 euro per gigabyte al mese fino a 500 GB e di 0,0002 euro per gigabyte oltre i 500 GB. Sotto 1 GB il compenso è azzerato. È previsto inoltre un tetto massimo di 2,40 euro al mese per utente.
In tanti criticano questa nuova legge: il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, la definisce una “gabella medievale” e sostiene che oggi, nell’era dello streaming, non ha più senso perché la musica si ascolta su Spotify, Apple Music o YouTube Music e film e serie si guardano su Netflix, Prime Video, Disney+ o Apple TV+. Per tali ragioni la “copia privata” è diventata una pratica ormai rara. La critica principale riguarda il fatto che si debba pagare un contributo anche se nel cloud si salvano solo documenti di lavoro, backup o foto personali, e anche se il servizio è già stato pagato e non contiene musica o film protetti.
