Viviamo in un tempo di rottura e lacerazione, dove le parole diventano difficili in un “mondo di follia”. Lo sottolinea più volte Tahar Ben Jelloun parlando di democrazia e Medio Oriente durante uno degli incontri più attesi di Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura all’Auditorium Parco della Musica di Roma. “C’è qualcuno che può fermare Trump?” ha visto chiedere in tv. “No”, è stata la risposta, osserva lo scrittore, evidenziando il senso di impotenza.
Durante il dialogo con Paola Caridi e riflettendo sulla sua gioventù, Tahar Ben Jelloun ricorda gli anni ’70: “Sono andato a Parigi per fare politica, ho fatto manifestazioni contro il Vietnam, abbiamo fatto un festival di cinema palestinese. Allora esisteva la coscienza politica dell’opinione pubblica che adesso si è spenta, non esiste più.” L’edizione del Festival diventa l’occasione poi per parlare degli effetti della guerra in Iraq: “Parliamo di democrazia, quel gran criminale di George Bush ha giustificato con grandi menzogne la guerra in Iraq nel 2003”, dice, collegando direttamente gli eventi di oggi a quanto accaduto allora. Le Nazioni Unite, aggiunge, “sono state umiliate allora e continuano oggi a esserlo con Trump che non smette un istante di esprimere disprezzo e distanza all’Onu”. E avverte: “I popoli stanno pagando per questa guerra un prezzo terribilmente alto”. Anche l’Europa, non solo i paesi orientali.
Ben Jelloun segue il conflitto israelo-palestinese da tutta la vita, fin dalle origini. Nel suo libro L’anima perduta di Israele, terminato nel luglio 2025, racconta questi sussulti e arriva a una conclusione amara: “Non posso fare nulla per il Medio Oriente”. Il motivo, spiega, è perché si ha a che fare con il disprezzo del diritto, sostituito dagli Usa con la “banalizzazione della legge del più forte”. Una dinamica che rischia però di avere ripercussioni globali, dato che può spingere anche altri Paesi ad aggredire i propri vicini.
Uno scenario che “ci fa male perché siamo impotenti, soli, noi europei e africani. Non siamo in grado di impedire nulla. Il regime iraniano è marcio, abbietto, una dittatura che non ha esitato a uccidere i suoi stessi figli. Uno dei regimi più orribili, ma quando il popolo iraniano ha provato a opporsi, è stato massacrato: più di 30 mila civili uccisi e almeno cento giovani impiccati”, sottolinea lo scrittore, che nel libro dice di non poter più tacere. Secondo Ben Jelloun, “questo regime non cadrà sotto i colpi delle armi americane, israeliane, perché si basa sulla fede e religione e queste sono cose pericolose quando scappano di mano”. Il regime iraniano resisterà, aggiunge, “in sfregio a tutto, anche sacrificando i suoi giovani”.
Ben Jelloun richiama anche il documentario La voce di Hind, storia vera di una bambina le cui grida di aiuto restano senza risposta fino alla morte sotto i carri armati israeliani. Un’opera che, per lo scrittore, rappresenta una delle realtà più tragiche: quella di migliaia di bambini colpevoli solo di essere nati in un territorio segnato dal conflitto, una condizione che si ripete anche in Cisgiordania.
Non manca il riferimento al 7 ottobre e all’attacco di Hamas. Quando un uomo lascia la sala accusando i presenti di aver dimenticato quella data, lo scrittore risponde con fermezza: anche lui è rimasto sconvolto e ha denunciato senza esitazione quella aggressione. “Ogni vita è uguale”, ribadisce, tra gli applausi del pubblico.
Alla domanda su cosa significhi usare le parole di fronte a questo senso di impotenza, la risposta rimane la stessa: “Non possiamo fare nulla”, dice, indicando l’assenza di reazioni da parte dei capi di Stato europei di fronte ai deliri statunitensi e israeliani. In un mondo dove non c’è più spazio per la politica, il pensiero, la civiltà. Ciò che ci rende umani sta morendo.
