Looksmaxxing: la nuova ossessione della mascolinità tossica
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Looksmaxxing: la nuova ossessione della mascolinità tossica

Dai social alla vita quotidiana, il culto dell’immagine ridefinisce l’identità maschile tra cura di sé e standard irraggiungibili, trasformando il benessere in competizione e alimentando nuove forme di disagio.

Looksmaxxing: la nuova ossessione della mascolinità tossica
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29 Marzo 2026 - 10.32 Culture


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di Christopher Catania

In una società sempre più dominata dall’immagine, il corpo è diventato un vero e proprio biglietto da visita. I social network, con la loro estetica filtrata e performativa, hanno amplificato l’importanza dell’apparire, trasformando la cura di sé in un fenomeno collettivo e, in alcuni casi, competitivo. L’identità personale si costruisce sempre più attraverso ciò che si mostra, mentre il confine tra benessere e perfezionismo si fa sempre più sottile.

È proprio in questo contesto che, negli ultimi anni, si è imposto uno dei fenomeni più discussi sui social network, in particolare su TikTok e Instagram, noto come looksmaxxing. Nato come insieme di pratiche volte a migliorare il proprio aspetto fisico e sono proprio i ragazzi ad abbracciare questo fenomeno per risultare più attraenti e incarnare gli “standard” di una mascolinità tossica.

Da un lato in modo apparente sembra promuovere la cura di se stessi, perfezionando il proprio aspetto esteriore grazie a diversi metodi come: beauty routine che ruota attorno alla skincare, palestra, dieta, trattamenti estetici; dall’altro lato invece, l’ossessione di raggiungere una forma e un aspetto che mira principalmente all’esteriorità. Dov’è finita l’espressione “Mens sana in corpore sano“?

Questo fenomeno è diventato virale sui social, in particolare grazie ad alcuni content creator considerati dei “guru”, un certo “Clavicular”, che si trova all’interno della “Manosfera”: uno spazio online occupato solo da uomini, nella quale le donne in cui le donne vengono spesso escluse e ridotte a semplici “obiettivi”, addirittura vengono chiamate “Femoid”. L’obbiettivo principale è essere accettati, anche attraverso pratiche poco ortodosse, alimentate da un’ideologia che promuove l’attrattività a tutti i costi. Di conseguenza, sui social si moltiplicano i tutorial su come migliorare i tratti del viso, sviluppare muscolatura e aumentare l’appeal.

Negli ultimi anni, questo fenomeno ha assunto una piega alquanto problematica, soprattutto tra i più giovani, che cercano disperatamente di seguire tutte le “regole” del Looksmaxxing. Non a caso, secondo quanto riporta Vanity Fair, la psicologa Maria Claudia Biscione sostiene che “il problema probabilmente risiede nella premessa, che va ben al di là di un sano desiderio di migliorarsi, diventando spesso, una mania e un’ossessione di cambiamento per raggiungere standard idealizzati, con l’idea sottesa che se non ci rientri sei sfigato e, soprattutto, non potrai mai ambire a un partner che ti attrae, ma solo accontentarti degli “scarti” degli altri”. 

Il looksmaxxing ruota attorno alla convinzione che i “veri uomini” debbano rientrare in specifici standard come: mascella squadrata, “occhi da cacciatore”, statura che va da 1,85 e 1,93 cm, fisico statuario, capelli perfetti e, infine, una pelle priva di imperfezioni. Alcuni content creator sostengono che, per avere risultati a lungo termine, bisogna iniziare dall’adolescenza , così da influenzare lo sviluppo del corpo durante la crescita.

La psicologa Maria Claudia Biscione afferma ancora che “il fenomeno, ancora una volta, sposta il focus dal dentro al fuori. Le personalità si fondano sull’estetica tralasciando il nutrimento emotivo, culturale e cognitivo che crea sostanza nell’identità. La forma diviene sostanza, dunque, ma la sostanza non dà più forma. In questo gioco al rinforzo mascellare, skincare pedissequa e allenamenti vari, il rischio di aumentare il senso di inadeguatezza e irraggiungibilità degli standard richiesti, genera profonde frustrazioni e delusioni che alimentano un senso di solitudine e inefficacia”. 

Se vogliamo fare un parallelismo con la moda, infatti, l’estetica maschile proposta dal designer Tom Ford incarnava eleganza e, soprattutto, seduzione. Non a caso, per la sfilata di Gucci del 1995 ha scelto il modello Nikitas Venizelos noto come il “principe di Gucci”: ogni dettaglio doveva riflettere sicurezza, sensualità e fascino. Non si trattava solo di abiti, ma di un vero e proprio linguaggio visivo e comportamentale, in cui ogni dettaglio contribuiva a costruire un’identità precisa. L’eleganza, secondo questa visione, è prima di tutto rigore e precisione, diventando così un’affermazione silenziosa di potere e controllo. Al contrario, molte delle recenti sfilate sembrano proporre un’idea diversa di mascolinità, spesso legata a un’estetica ipermuscolare, in cui i pettorali sembrano contare più dell’abito che si indossa. In questo contesto emergono anche figure come Brian Johnson, che promuove l’idea di “immortalità” attraverso specifici stili di vita.

Ci sono altri fattori sia nel mondo della moda che anche nel cinema che si potrebbero collegare al fenomeno del looksmaxxing come ad esempio “American Psycho” che presenta molti aspetti di questo fenomeno (escluso l’omicidio ovviamente). 

In questo scenario, il looksmaxxing appare meno come una semplice tendenza e più come il sintomo di un disagio generazionale più profondo. Se da un lato promuove la cura di sé e una maggiore attenzione al benessere fisico, dall’altro rischia di trasformarsi in una gabbia estetica, in cui il valore personale viene misurato esclusivamente attraverso parametri visivi rigidi e spesso irraggiungibili. La diffusione di questi modelli, amplificata dai social, contribuisce a ridefinire l’identità maschile in termini sempre più superficiali, dove l’apparenza sovrasta la naturalezza dell’individuo. 

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