Poco prima che scadesse l’ultimatum di Donald Trump è stato concordato con l’Iran un cessate il fuoco di due settimane. Per quattordici giorni non ci saranno attacchi da parte degli Stati Uniti e Israele sull’Iran, che a sua volta sospenderà gli attacchi e riaprirà lo stretto di Hormuz, snodo fondamentale di commerci mondiali di petrolio e gas naturale.
Già martedì l’Iran aveva inviato ai mediatori un piano di pace, in cui venivano richiesti tra gli altri dieci punti anche i risarcimenti di guerra. È improbabile che sia stato accettato, ma del resto i termini dell’accordo attuale rimangono ignoti. Nessuna menzione, ad esempio, sul programma nucleare e missilistico dell’Iran, poco aperto ad accettare limitazioni.
Nei giorni successivi proseguiranno i negoziati, ed è probabile che si tengano in Pakistan, principale mediatore dei Paesi per i suoi saldi legami politici con gli Stati Uniti e religiosi con l’Iran. Il Pakistan non è stato l’unico mediatore: Egitto, Turchia e Arabia Saudita secondo fonti anonime internazionali potrebbero aver agito e influito indirettamente.
Gli Stati Uniti e Israele aspiravano a cambiamenti strutturali del regime iraniano, rimasto in piedi nonostante i bombardamenti e l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, ma ciononostante questi primi passi sono una base di partenza per negoziati futuri che si auspica siano più duraturi.
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