Cetera supervenient: tre ricordi di Romano Luperini
Top

Cetera supervenient: tre ricordi di Romano Luperini

Ha segnato generazioni di studenti unendo rigore teorico, passione civile e rifiuto della retorica. Un ritratto costruito attraverso la memoria collettiva di chi lo ha ascoltato e seguito.

Cetera supervenient: tre ricordi di Romano Luperini
Preroll

redazione Modifica articolo

19 Aprile 2026 - 17.13 Culture


ATF

di Riccardo Castellana*

Romano Luperini era nato a Lucca nel 1940 ed è morto a Siena lo scorso 16 aprile all’età di ottantacinque anni. È stato un «intellettuale complessivo», come ha scritto Emanuele Zinato nel necrologio per Jacobin Italia (https://jacobinitalia.it/romano-luperini-l-eredita-di-un-maestro/): non solo uno studioso di altissimo livello, ma anche un critico militante, che come pochi ha saputo saldare l’impegno politico con la vita accademica. Per molti il suo nome è legato ad alcuni libri capitali, da Pessimismo e verismo in Giovanni Verga (1968), che mise radicalmente in discussione l’immagine dell’autore dei Malavoglia, fino a L’incontro e il caso (2007), maturo esempio di critica tematica con aperture comparatistiche. Ma per i più era legato l’autore del fortunatissimo manuale per le superiori che realizzò insieme a Pietro Cataldi e Lidia Marchiani (La scrittura e l’interpretazione, 1999), segno tangibile di un’attenzione costante e partecipe al mondo della scuola (dove insegnò per anni prima di approdare all’università) che lo aveva portato a impegnarsi concretamente nella Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario (SSIS) nel decennio 1998-2008 – ben altra cosa rispetto ai PF60 conculcati oggi senza alcun ragionevole criterio agli aspiranti docenti. Tutto vero, certo. Ma per i suoi allievi Romano Luperini è stato anzitutto un maestro, in tutte le sfumature affettive che questo termine ormai desueto include.

Studiare Lettere moderne a Siena tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo significava laurearsi con lui o almeno seguire uno dei suoi corsi annuali su Verga, Montale, Pirandello o Tozzi, gli autori che amava di più e su cui ritornava più spesso. A Siena, è vero, era arrivato molto prima, nel 1971 per l’esattezza, e ci sarebbe rimasto fino al pensionamento del 2010. Ma quel ventennio in particolare resta, nel ricordo di molti, un’epoca irripetibile: forse perché non era ancora entrata in vigore la disastrosa riforma del 3+2 (voluta, per ironia della sorte, proprio da un ex rettore senese, Luigi Berlinguer), e forse anche perché quel ventennio coincise con la trasformazione della piccola e ancora poco conosciuta Facoltà di Lettere e filosofia senese in quella che in tanti, allora, chiamarono, scherzosamente ma non troppo, la «piccola Oxford»: una facoltà di eccellenza vera, ben diversa dall’eccellenza fasulla che, anni dopo, l’ottusa burocrazia ministeriale avrebbe escogitato per occultare la triste realtà dei tagli al finanziamento universitario.

Leggi anche:  Addio a Romano Luperini, maestro della critica letteraria italiana

Non tutti noi suoi allievi ci rendevamo bene conto, allora, di chi fosse “il Luperini”, né del ruolo di primo piano che occupava nel mondo intellettuale italiano. Non all’inizio almeno, poi certo negli anni sì, e anzi il fatto che i nostri coetanei formatisi altrove (persino nella spocchiosa Normale di Pisa) ce lo invidiassero, ci colmava di orgoglio filiale. Ciò che allora, da studenti, più ci attirava era invece qualcosa di molto semplice, che tutti percepivamo naturalmente e allo stesso modo: la capacità di dominare argomenti complessi (la storia degli intellettuali, la dialettica delle poetiche, il conflitto delle interpretazioni) con una linearità, un rigore e una passione che ci stupivano ogni volta; e che ci stupivano anche perché venivamo da una scuola dove, spesso, la letteratura italiana era ancora oggetto di studi paludati e grondanti di retorica, di quella retorica che lui detestava e ci esortava ad evitare. Soprattutto nei seminari avanzati di teoria, poi, riusciva a far appassionare noi giovani laureandi alla complessità dei problemi, ci coinvolgeva nel dialogo sfidando le frivole dottrine postmoderne che, già allora, echeggiando i cattivi maestri post-strutturalisti, ci invitavano a godere del testo, ad abbandonarci al piacere soggettivo della lettura, all’uso disinvolto e pretestuoso del letterario. Contro le parole d’ordine della gaia scienza pedagogica, lui ci parlava di comunità ermeneutica, di responsabilità etica, di impegno civile. Era difficile stare al suo passo, ma allo stesso tempo ci sembrava possibile e addirittura necessario.

Tre sono i ricordi più vividi di quelle lezioni. Non ricordi personali e privati, ma collettivi, e probabilmente anche ricorsivi, condivisi da molti. Il primo è legato all’autore sul quale Romano Luperini si era interrogato più a lungo e di cui, a giudizio di molti, resta ancora il massimo interprete, vale a dire Verga. All’autore dei Malavoglia e di Rosso Malpelo aveva dedicato, nel 1968, anno cruciale anche su altri fronti, Pessimismo e verismo in Giovanni Verga, il libro di un giovane sconosciuto che tutti gli studiosi di Verga, però, recensirono e discussero, come ci ricordava lui stesso (non per vezzo narcisistico, ma per raccontarci di un mondo culturale in cui le recensioni implicavano ancora il riconoscimento di un valore e non erano il riflesso di rapporti di forza accademico-editoriali). Ebbene, parlando a lezione proprio di Verga, si soffermò una volta (e anzi più di una) sul famoso discorso pirandelliano del 1931 e sull’antitesi tra un Verga «scrittore di cose» e un D’Annunzio «scrittore di parole». Un’antitesi che per lui non era solo un fatto, certo importante, di storia letteraria, ma anche e soprattutto un invito, rivolto proprio a noi, a considerare la letteratura in rapporto ai problemi reali, come espressione di contraddizioni politiche ed esistenziali, come punto di collisione di istanze che non si risolvono nel bello stile e nella retorica ma diventavano vita.

Leggi anche:  Addio a Romano Luperini, maestro della critica letteraria italiana

Ciò non significava affatto, però, che le sue lezioni sacrificassero gli aspetti formali e lo stile a vantaggio dei contenuti. Anzi. Tutti noi ricordiamo bene la meticolosità con cui, avendo metabolizzato criticamente il formalismo, lo strutturalismo e la stilistica, si soffermava sulle figure di suono e di senso in Montale o nei Malavoglia. Ce le spiegava ripetendo, senza mai stancarsi, che il romanzo e la poesia possiedono un loro linguaggio specifico che deve essere compreso nei suoi dettagli più tecnici, ma ci ammoniva al tempo stesso a non confondere la specificità di quel linguaggio con il fantasma dell’autonomia dell’arte. Del resto, a lezione non mancava nemmeno di confrontarsi con autori a lui apparentemente meno congeniali, come Gadda, prendendo accuratamente le distanze dagli insulsi degustatori della Cognizione del dolore e del Pasticciaccio, due romanzi di cui lui valorizzava invece gli aspetti più carnevalescamente eversivi, polemici e contestatari. Grazie a una di quelle lezioni capimmo, per esempio (ed è questo il secondo ricordo condiviso), cosa mai potesse significare l’irosa e quasi incomprensibile tirata di Gonzalo Pirobutirro sull’«Io», sul «più lurido di tutti i pronomi»: era un’invettiva che, nella lettura allegorica e attualizzante che lui ci proponeva, diventava denuncia della cultura del narcisismo, del culto contemporaneo dell’individualità, dell’ostentazione impudica di sé. Ed è impossibile non ripensare a quella sua lezione su Gadda e Gonzalo adesso che la svolta “pop” e “social” della critica ha sancito il trionfo della cultura del narcisismo, adesso che il protagonismo da migliaia di like di tanti (e tante) sedicenti maître à penser, saldandosi alla svolta neoliberale, aziendalista e tecnocratica dell’accademia, ha cancellato quasi ogni possibilità di concepire il percorso universitario come momento di maturazione personale e di formazione critica.

Leggi anche:  Addio a Romano Luperini, maestro della critica letteraria italiana

Il terzo ricordo e ultimo è legato infine a un dettaglio che colpiva chiunque andasse a parlare con lui negli ultimi anni del suo insegnamento. Bene in vista, sulla parete del suo studio, proprio dietro alle sue spalle, stava una frase dal Vangelo secondo Matteo incorniciata in un quadretto: «Quaerite primum regnum Dei, cetera supervenient». Era una frase che Franco Fortini, suo collega a Siena fino al 1989, citava spesso, e che anche lui amava ripetere in varie occasioni. Si era liberi di interpretarla in molti modi, tranne che in senso letterale, perché Romano Luperini, come tutti sapevano, non era credente. Il regno di Dio che ci invitava a cercare era per lui, come era stato per Fortini, il comunismo. Non più, però, il progetto politico per cui aveva lottato, nel Sessantotto e subito dopo, ma il comunismo come nuova antropologia, come un modo diverso di concepire l’individuo in quanto membro di una comunità, in quanto parte viva, attiva e responsabile di un consorzio umano solidale e unito, non dominato dalle leggi del capitale. Ma quella stessa frase, a seconda delle circostanze, poteva voler dire anche altro, magari di meno alto e di meno nobile, e cionondimeno, per noi, in un qualche preciso momento della nostra vita, ugualmente importante, che si trattasse dell’invito a non desistere dai nostri obiettivi senza lasciarci abbattere dal fallimento in un concorso, oppure, e anzi più spesso, di un monito severo a non farci sedurre dalle sirene del prestigio accademico, a non farci coinvolgere nelle dinamiche di potere, nelle trame concorsuali, nelle logiche opache del corporativismo accademico. Perché ciò che contava era, appunto, il regno di Dio, mentre tutto il resto veniva dopo. Molto dopo.

*docente di letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Siena

Native

Articoli correlati