Ci voleva un viaggio studio in Thailandia per regalarci una perfetta lezione di educazione civica al contrario. Sul Bts di Bangkok, alcuni studenti italiani hanno trasformato un mezzo pubblico in un palcoscenico. Urla, schiamazzi, prese in giro e gesti di sfida verso chi chiedeva semplicemente un po’ di rispetto. Il tutto immortalato in video, perché oggi anche la maleducazione pretende la sua documentazione.
Il peggio, però, è arrivato dopo. Una delle insegnanti accompagnatrici avrebbe ricordato ai thailandesi infastiditi che gli italiani erano lì a portare soldi. Un’argomentazione sorprendente che farebbe passare il concetto che il turismo autorizza l’arroganza e il conto dell’albergo comprendesse anche il diritto di infastidire chi ti ospita. Quella frase pesa più delle urla dei ragazzi. Perché gli adolescenti possono sbagliare, provocare, oltrepassare il limite ma gli adulti, invece, dovrebbero indicarlo quel limite. Se chi rappresenta la scuola lascia intendere che il portafoglio compensi la mancanza di educazione, allora il problema non è più il comportamento di qualche studente, ma il messaggio che gli viene trasmesso.
Sono arrivate le scuse dell’Ambasciata italiana a Bangkok, dell’organizzazione del soggiorno e degli stessi studenti. Giuste e doverose ma non bastano. Le scuse riparano un incidente diplomatico, non un fallimento educativo. E qui il caso assume un significato più ampio. Da settimane il dibattito politico ruota attorno alla cosiddetta “legge anti maranza”, con cui il governo Meloni ha irrigidito l’approccio alla responsabilità dei minorenni. L’idea è molto semplice: più sanzioni, più responsabilità, più sicurezza.
Ma davvero crediamo che l’educazione possa essere sostituita dal diritto penale e che una legge possa insegnare ciò che dovrebbero trasmettere famiglia e scuola? C’è poi un’altra ironia che la realtà, come spesso accade, si diverte a mettere davanti alla politica. La parola “maranza” è diventata, nel dibattito pubblico, quasi una categoria sociale, spesso associata alle seconde generazioni di immigrati e alle periferie. Poi arrivano questi ragazzi italianissimi, in vacanza studio, accompagnati dai loro insegnanti. E dimostrano che la maleducazione non ha né etnia, né cittadinanza, né censo. È un prodotto trasversale, che nasce dove viene tollerata e cresce dove nessuno la corregge.
Un viaggio studio dovrebbe servire a imparare che quando si entra in un altro Paese si è ospiti e che un ospite rispetta le persone, le regole e perfino il silenzio di una metropolitana. Non perché lo imponga una legge, ma perché lo impone la buona educazione. La scena più significativa, allora, non è quella dei ragazzi ma quella degli adulti che invece di trasformare un episodio spiacevole in un’occasione educativa hanno scelto di giustificarlo. È lì che la scuola smette di essere un luogo di formazione e diventa semplicemente un’agenzia di viaggi.
Alla fine resterà un video che farà il giro del mondo molto più rapidamente delle scuse ufficiali. E resterà una domanda scomoda: chi stava studiando chi? Perché in quei pochi minuti sul Bts di Bangkok la Thailandia ha imparato qualcosa dell’Italia contemporanea. Non era certo la lezione che avremmo voluto esportare.
Aveva ragione Gino Bartali: “Gli è tutto da rifare”.
