Il 26 agosto Meta ha raggiunto un accordo con una coalizione di 52 procuratori generali statunitensi per chiudere il contenzioso avviato nel 2023 sui possibili danni provocati ai minori da Facebook e Instagram. L’intesa può arrivare a 18 miliardi di dollari e non comporta il riconoscimento di responsabilità da parte dell’azienda. Così Meta mette la parola fine anche al processo pilota che la contrapponeva a California, Colorado, Kentucky e New Jersey che chiedevano un risarcimento complessivo di circa 200 miliardi di dollari. Ma la cifra concordata non è l’aspetto più significativo. Il punto centrale è infatti il design delle piattaforme.
Per gli under 18 viene introdotto un limite predefinito di due ore al giorno su Facebook e Instagram, modificabile con l’intervento di un genitore. Sono previsti anche il blocco notturno tra mezzanotte e le 6, la sospensione delle notifiche durante l’orario scolastico e restrizioni su alcune funzioni, compresi i filtri che simulano interventi di chirurgia estetica. La novità è concettuale prima ancora che tecnica riguarda il controllo che non viene affidato soltanto alla famiglia, ma incorporato nel prodotto. Tempo di utilizzo, notifiche e accesso diventano parametri regolati direttamente.
Il passaggio più delicato riguarda l’age assurance. L’età diventa una variabile tecnica con Meta che dovrà rafforzare i sistemi per individuare gli under 18 e impedire agli under 13 di accedere alle piattaforme. L’età non sarà quindi più soltanto quella dichiarata dall’utente, ma una caratteristica da verificare attraverso strumenti tecnologici. È una soluzione necessaria, ma pone un problema parallelo: come verificare l’età senza creare nuovi sistemi invasivi di raccolta e profilazione dei dati? La tutela dei minori entra così direttamente nel terreno di privacy, sicurezza e algoritmi.
L’accordo rappresenta una rinuncia a una parte della libertà con cui Meta ha costruito i propri meccanismi di engagement. Ma non è una semplice capitolazione perché l’azienda ottiene la chiusura di un contenzioso molto oneroso e prova soprattutto a trasformare il vincolo in uno standard di settore. Circa 12,7 miliardi dei 18 previsti andranno agli Stati mentre gli ulteriori 5,3 miliardi sono legati all’eventuale adozione di misure analoghe da parte di TikTok e YouTube. Insomma solo se le altre piattaforme si adegueranno scatterà il pagamento. La ragione è strategica in uanto se soltanto Meta limita il tempo degli adolescenti, rischia di perdere utenti a favore dei concorrenti. Se lo fanno tutti, il costo competitivo diminuisce. La rinuncia diventa quindi una regola condivisa dal mercato.
Questo accordo sarà una sfida anche per l’Europa. Il confronto con il Digital Services Act è inevitabile, ma non è corretto dire semplicemente che l’Europa abbia una normativa più debole poiché il Dsa affronta già protezione dei minori, sistemi di raccomandazione, design manipolativo e verifica dell’età. La Commissione ha inoltre adottato linee guida specifiche e nel 2026 ha contestato preliminarmente a Meta elementi del design di Instagram e Facebook, tra cui infinite scroll, autoplay, notifiche push e raccomandazioni personalizzate.
La differenza è soprattutto nella concretezza operativa. L’accordo americano stabilisce immediatamente strumenti e limiti molto precisi mentre l’Europa che dispone già del quadro normativo, deve dimostrare di saperlo tradurre altrettanto rapidamente in obblighi tecnici verificabili. Ed è questo il vero cambio di paradigma. La regolazione non riguarda più soltanto ciò che gli utenti pubblicano, ma come il prodotto è progettato per farli restare.
L’Europa, dunque, non deve necessariamente importare il modello americano. Può utilizzare il Dsa per arrivare allo stesso livello di concretezza, mantenendo però i propri principi su privacy e proporzionalità. La partita futura sarà proprio quella di trasformare la tutela dei minori da principio normativo a specifica tecnica del social design.
