di Pancrazio Anfuso
Una delle immagini-simbolo di questi Giochi olimpici televisivi è l’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci censurato nelle parti intime per la sigla delle trasmissioni televisive della Rai. Una cosa tipo il Braghettone che mette le mutande a tutta la Cappella Sistina, ma senza mutande o foglie di fico, semplicemente, come da foto, l’assenza. Che poi siccome la figura in questione si trasforma in una pattinatrice si fa presto a collegare: gli sarà parsa una scandalosa transizione di genere, e allora forza con le forbici, via di lì quel pisello. In realtà mi pare si sia ottenuto l’effetto opposto, si nota una mancanza dove non si sarebbe notata una presenza.
Non è l’unica scelta bizzarra della Rai, la telecronaca della cerimonia di apertura di Paolo Petrecca, ormai ex direttore di Rai Sport, che ne ha combinate di tutti i colori, suscitando legittimi dubbi sulla nomina di certe cariche di vertice nella Rai, apparentemente non fondata sulla competenza professionale. Uno scivolone mitigato dalla telecronaca di chiusura affidata ad Auro Bulbarelli, pacioso narratore di vicende ciclistiche, che con la giusta misura ha accompagnato i telespettatori verso lo spegnimento della fiamma olimpica.
Dal divano non si percepisce il pericolo, ma alla fine si può dire che gli sport invernali sono quasi tutti pericolosi. Sciatori che cadono, saltatori con gli sci che volano per centinaia di metri, acrobati sugli sci che piroettano a testa in giu, pattinatori in bilico su lame di rasoio che possono recidere giugulari e arterie femorali, slittinisti e bobbisti lanciati a cento all’ora, hockeysti che indossano armature per evitare mazzate, Biathlon che spara fucilate. Si salva il pacioso Curling, con le sue pietre che sembrano pentole a pressione, a comporre una specie di bocciofila ghiacciata con tanto di spazzolone d’ordinanza. Non si capisce però come si potrebbe praticare uno sport che necessita di spazi dedicati e attrezzature poco pratiche, oltre che costose.
Il pericolo, d’altra parte, è il mestiere di tanti campioni. E campionesse. Che Federica Brignone si alzasse dal suo letto d’ospedale per vincere due ori pareva una follia, che Lindsey Vonn potesse competere con una lesione a un legamento del ginocchio pure. Ma che le due eroine se ne stessero a casa non era contemplato. È andata male a Lindsey, che per colmo di sfortuna si è sfracellata sulla neve peggiorando di molto la sua situazione. Ma si capisce che l’accettazione del rischio in specialità tanto estreme può sembrare follia, o sottovalutazione. Resta la sensazione che Vonn avrebbe potuto morire o subire lesioni ancora più gravi.
Lo sport di vertice, insomma, fa male, lo sanno tutti, i campioni convivono con dolori e sacrifici che altri non farebbero, per arrivare poi a giocarsi anni di lavoro in una competizione come questa. Arianna Fontana e Francesca Lollobrigida ne sanno qualcosa, come Lisa Vittozzi. L’oro italiano è soprattutto al femminile, e le tre atlete azzurre raccontano storie importanti: Fontana ha stabilito un record inarrivabile, 15 medaglie olimpiche in carriera, Vittozzi risorta da una stagione saltata per infortunio che batte le invincibili norvegesi perché infallibile al tiro, Lollobrigida con i suoi due ori celebrati col bambino in braccio.
Scene di famiglia, come quella di Ilia Malinin e di suo padre, apparso deluso dopo la sorprendente caduta del figlio nella gara individuale. Il ragazzo poi si riscatterà nella prova a squadre, vincendo la sua medaglia d’oro. Nel frattempo la delusione del padre suscita reazioni sdegnate dei social, sempre pronti alla critica feroce. Nella circostanza, il fotogramma di un’inquadratura è bastato a cucire giudizi pesanti sulla capacità dell’uomo di sostenere il figlio campione nel momento della delusione.
Due immagini che restano impresse: la gioia incontenibile di Lucas Pinheiro Braathen, brasiliano di Norvegia, che vince l’oro nello slalom gigante, e Atle Lie McGrath, norvegese americano, che inforca nello slalom e si rifugia nel bosco a urlare la propria delusione.
Vladyslav Heraskyevich, ucraino, è stato squalificato perché voleva gareggiare nello skeleton con un casco su cui erano raffigurati alcuni atleti morti a causa della guerra in corso nel suo paese. La regola che vuole non si rappresentino messaggi politici è stata applicata rigorosamente. Resta il fatto che i Giochi che un tempo sospendevano le guerre oggi pretendono non se ne parli e non se ne ricordino le vittime.
A fuoco olimpico spento resta da fare il conto dei danni ambientali e dei guadagni del business. Le immagini esaltanti delle gare passano in fretta, il resto rimane.
