Al via alle ore 21 italiane la gara d’apertura del Campionato del Mondo 2026 Messico-Sudafrica nel mitico stadio Atzeca che ospitò la famosa semifinale del 1970 “Italia-Germania 4-3”. Con 48 squadre suddivise in 12 gironi sarà il più affollato e il più politico di sempre e accompagnerà un tempo che scorre tra guerre, ultimatum e fasulli cessate il fuoco.
Da qualche anno la Fifa guidata da Gianni Infantino sembra aver scelto con chiarezza il proprio posto nel mondo. La crescente sintonia con Donald Trump rappresenta il simbolo più evidente di questo indirizzo. Incontri pubblici, apparizioni congiunte, iniziative condivise e premi simbolici come il “Nobel della Pace di Zurigo” inventato ad arte e consegnato da Infantino al Presidente Usa a dicembre scorso, raccontano un rapporto che supera la semplice collaborazione istituzionale per il Mondiale del 2026.
Attorno ai due leader si delinea una visione del mondo fondata sulla centralità delle leadership personali, sulla capacità di decisione verticale e sulla costruzione di grandi eventi come strumenti di consenso e influenza. Non è un caso che la Fifa abbia progressivamente spostato il proprio baricentro verso Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar e altre realtà caratterizzate da un forte accentramento del potere. L’Europa, con le sue procedure, le sue discussioni sui diritti e le sue richieste di trasparenza, appare sempre più marginale in questa nuova geografia. Troppo lenta, troppo vincolata a controlli democratici, organismi di vigilanza e soventi critiche dell’opinione pubblica.
Così la Fifa di Infantino gira le spalle al Vecchio Continente e guarda verso Paesi dove le decisioni si prendono rapidamente e i grandi eventi sportivi diventano strumenti di prestigio nazionale e di influenza geopolitica. Il calcio diventa così uno strumento diplomatico e finanziario con competizioni assegnate a Paesi pronti a investire cifre immense per accrescere il proprio prestigio internazionale. La Fifa consolida un ruolo che va ben oltre lo sport, dialogando direttamente con governi e leader che vedono nei grandi eventi globali una vetrina strategica.
Le conseguenze di questo modello ovviamente non riguardano soltanto la geopolitica ma ricadono anche sui tifosi. Il Mondiale del 2026 sta infatti mostrando un’altra faccia del calcio globale con i costi dei biglietti d’ingresso agli stadi sempre più lontani dalla portata delle persone comuni. Lo scorso gennaio un biglietto Vip per Spagna-Uruguay è stato rivenduto per oltre 17 mila euro, una cifra record nella storia della Coppa del Mondo. Un caso estremo, certo, ma indicativo di una tendenza più ampia.
Anche dopo il recente calo registrato ultimamente dal mercato secondario, i prezzi restano elevatissimi. Per alcune partite si chiedono ancora migliaia di euro a biglietto. Messico-Sudafrica supera mediamente i 4 mila euro, Colombia-Portogallo oltre i 3 mila. Persino quando l’offerta aumenta e i prezzi si ridimensionano, il livello rimane incompatibile con l’idea del calcio come fenomeno popolare.
La speculazione sui tagliandi non nasce dal nulla. È il prodotto di un ecosistema che trasforma ogni aspetto del calcio in asset finanziario e da questo punto di vista anche i prezzi dei biglietti non sono un’anomalia ma la naturale conseguenza del modello promosso negli ultimi anni. Lo stesso modello che porta la Fifa a cercare interlocutori privilegiati tra grandi investitori, monarchie petrolifere e leader politici capaci di mobilitare enormi risorse economiche.
La vicinanza tra Infantino e le potenze neoassolutiste del XXI secolo non è quindi soltanto una questione diplomatica. È la logica conseguenza dell’idea di uno sport meno legato alle comunità e ai tifosi e più integrato nei circuiti del potere economico globale. Un calcio che continua a raccontarsi come linguaggio universale inclusivo, capace di unire popoli e culture, ma che all’ingresso dello stadio presenta un conto esclusivo.
