Malagò-Megalò e la figuraccia da record all'esordio in Federcalcio
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Malagò-Megalò e la figuraccia da record all'esordio in Federcalcio

Un capolavoro. In negativo. Un record di autogol in pochi giorni da medaglia d’oro alle Olimpiadi. L’immagine plastica di come sia ridotto male il fu Belpaese, pallonaro e no

Malagò-Megalò e la figuraccia da record all'esordio in Federcalcio
Giovanni Malagò
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Luglio 2026 - 13.05


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Un capolavoro. In negativo. Un record di autogol in pochi giorni da medaglia d’oro alle Olimpiadi. L’immagine plastica di come sia ridotto male il fu Belpaese, pallonaro e no. Pensavamo che il campionato delle figuracce fosse terreno di gioco dei politici e governanti che riempiono delle loro figure barbine le pagine di cronaca quotidiana. Invece no. Ci siamo sbagliati. perché in questo gran premio del chi è peggio, è entrato prepotentemente alla ribalta, guadagnandosi la poll position (visto l’argomento in questione, le metafore sportive ci stanno tutte) il neopresidente della Federazione italiana gioco calcio (Figc), Giovanni Malagò. 

Persona esperta, navigata, che ha una grande considerazione di sé, tanto che, con un po’ di veleno, c’è chi lo ha soprannominato “Megalò”, nel senso di megalomane.

Orbene, anzi ormale, Malagò-Megalò è stato chiamato a compiere l’impresa titanica di risollevare le funeree sorti del nostro disastro sistema-calcio, precipitato ai margini del mondo calcistico che conta, estromesso per tre volte di fila (12 anni) dalla fase finale dei Mondiali, surclassato, in termini di appeal e di risorse, non solo dalla ricchissima Premier League inglese, o dalle tradizionali corazzate di Spagna, Germania, in parte Francia, ma ora pure dalla Turchia del sultano Erdogan.

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Il prode Malago-Megalò non si è però lasciato impaurire da questa mission impossible, e dopo averci pensato e ripensato, ha fatto le sue convocazioni “rivoluzionarie” ai vertici della sua Figc; riuscendo a convincere a far parte del ristretto pool decisionale una figura leggendaria del nostro calcio, non solo quello milanista, come Paolo Maldini il quale, a sua volta, ha “arruolato” un altro che di calcio ne mastica da una vita, cioè Leonardo. 

Dopo aver provato a mirare al top del top, precipitandosi pure a Barcellona, cercando di convincere l’ex allenatore plurivincente del Manchester City, Pep Guardiola, a mettersi alla guida delle Nazionali italiane (la maggiore ma anche, sia pure non di persona, tutte le filiere giovanili) e dopo aver ricevuto un garbato, quanto prevedibile, no, grazie, il duo Maldini&Leonardo ha un’altra pensata, stavolta più abbordabile, di sparigliare il campo dei papabili (Mancini, Conte in primis) e puntare sul loro vecchio (non di età ma di militanza calcistica) Andrea Pirlo. 

Costui non è mai stato nella ristretta lista dei preferiti di Malagò-Megalò, ma dopo aver per tanto tempo fatto la corte al bel Paolino, non poteva sconfessare la sua scelta, anche se nel cuore del presidente della Figc c’è stato sin dal primo momento quel Roberto Mancini che attratto dalle sirene plurimilionarie dei petromonarchi del Golfo arabico, decise di punto in bianco di mollare l’Italia e chi si è visto si è visto, salvo poi cospargersi il capo di cenere e affermare che lui a Coverciano (sede ufficiale del club Italia) sarebbe venuto a piedi e con immensa, irrefrenabile gioia. 

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Il resto è cronaca dell’oggi. Impallinato per i suoi legami (commerciali) con una società di scommesse sportive russa, e dunque per l’indignata politica italiana al servizio del criminale zar del Cremlino invasore dell’Ucraina, Pirlo è stato dimissionato prim’ancora di essere ufficializzato alla guida della Nazionale. Un record pure questo. Se le cose fossero terminate qui, Malagò-Megalò avrebbe anche avuto ragioni per essere, senza mostrarlo in pubblico naturalmente, contento, visto che in gioco tornava il suo Roberto preferito.

Se non che Maldini e Leonardo, i due mentori di Pirlo, l’hanno presa male, molto male, al punto da rassegnare le dimissioni. La ricostruzione del sistema-calcio franata sul nascere. L’annunciato piano dei 10 anni abortito sul nascere. 

Questa, a ben vedere, non è solo una storia “sportiva”. E’ storia di come è stato ridotto un Paese, di chi lo dirige, delle lotte sotterranee che ne sono pratica quotidiana, di personalismi esasperati, di vendette trasversali, di assoluta incapacità di fare squadra. 

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In questo, Malagò-Megalò non è una eccezione, ma la regola. Anche se lui, da eterno primo della classe, ha voluto eccellere anche nel campionato delle figuracce. 

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