Mercoledì, in Piazza San Pietro, il Papa ha accolto la notizia di un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Non con una dichiarazione diplomatica, ma con una sola parola: speranza. E con un invito a una veglia di preghiera per la pace, perché questo mondo non vada in pezzi.
Ma prima, una precisazione necessaria. C’è chi presenta tutto questo come un duello — Leone contro Trump. Questa lettura è sbagliata. È riduttiva. E, a ben vedere, favorisce chi vuole dipingere il Papa come un rivale politico da sconfiggere.
Non è questo che sta accadendo. La posta in gioco è un’altra: è il Papa contro la guerra. Non contro un presidente, ma contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende possibile la guerra. Leone lo ha detto con chiarezza, usando un linguaggio che è tutt’altro che diplomatico.
Domenica scorsa, nel messaggio pasquale Urbi et Orbi, dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro, ha rivolto un appello diretto: depongano le armi coloro che le impugnano. Coloro che hanno il potere di scatenare guerre scelgano la pace. Non era retorica. Era un giudizio morale che non ammette eccezioni.
Poi, il 7 aprile, rientrando da Castel Gandolfo, mentre la minaccia di un’escalation contro l’Iran si faceva ogni ora più concreta, Leone è andato oltre. Ha affermato che minacciare un intero popolo non è accettabile. Che colpire infrastrutture civili viola il diritto internazionale.
Non sono le parole di un mediatore che cerca di tenere insieme interessi contrapposti. Sono le parole di chi ha scelto una parte: quella degli innocenti.
Durante l’udienza generale, davanti a trentamila persone riunite in una Piazza San Pietro inondata di sole, è tornato sul punto con la consueta essenzialità: «Solo tornando al negoziato si può porre fine a una guerra».
In un mondo che sembra essere tornato quasi d’istinto al linguaggio della deterrenza e della forza militare, la sua voce continua a ribadire una verità difficile: la pace non nasce dalle armi.
C’è un’ultima cosa che Leone ha detto in questi giorni: Dio rifiuta la guerra, nessuno può usarlo per giustificare la guerra.