Non sono cattolico: eppure quando è morto Jorge Mario Bergoglio ho sentito di aver perso un padre

In tutto il magistero di Bergoglio io ho scoperto il vero pluralismo. E’ anche per questo che diceva di amare i conflitti tra gli opposti, non tra le contraddizioni. I

Non sono cattolico: eppure quando è morto Jorge Mario Bergoglio ho sentito di aver perso un padre
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

20 Aprile 2026 - 22.43


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Era il 23 ottobre 2015 quando ho appreso che nella breve omelia che pronunciava quotidianamente celebrando di primo mattino nella piccola cappella di Santa Marta, papa Francesco aveva detto: «I tempi fanno quello che devono: cambiano. I cristiani devono fare quello che vuole Cristo: valutare i tempi e cambiare con loro, restando saldi nella verità del Vangelo» e interpretando i segni dei tempi.

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Da allora quella frase mi accompagna quasi quotidianamente. Non sono cattolico, non ritengo di essere un credente, non mi interessa l’idea di un Ente Supremo, eterno ordinatore del creato. Credo però nel mistero che ci coinvolge quotidianamente. E così il 21 aprile dello scorso anno, quando è morto Jorge Mario Bergoglio, ho sentito di aver perso un padre. Anche per questa frase. Perché se dovevo, e devo, definirmi, ho sempre pensato di essere un pluralista. E lui mi ha spiegato cosa voglia dire. Erano giorni di enorme tensione, per la Chiesa e nella Chiesa, era in pieno svolgimento il sinodo sulla Famiglia, quello per cui qualche giornale pubblicò una bufala, di cui stranamente non è saputo come sia nata, per la quale il papa aveva un tumore al cervello; era la teoria del papa pazzo. Non si voleva ammettere che i tempi fanno quello devono, cambiano. 

E noi eravamo nel tempo che Francesco ha definito, il tempo della “guerra mondiale combattuta a pezzi”. Lo vediamo questo tempo oggi? Credo di sì, con un po’ di ritardo cominciamo a vederlo rispetto al giorno in cui, nell’agosto del 2014, tornando dal suo viaggio in Corea, ce ne parlò. E cosa sarà la Chiesa nel tempo della “guerra mondiale combattuta a pezzi”? Lui ce lo disse proprio allora: un ospedale da campo. Nell’ospedale da campo, disse in un’occasione, si curano le ferite da arma da fuoco, poi ci sarà modo di occuparsi del trigliceridi. Ma se la guerra è a pezzi, che possono saldarsi, non si può affrontare con un pensiero unico. Alla Chiesa serviranno letture diverse di diversi volti del conflitto, come diversi saranno i protagonisti. Ecco che la sinodalità diventava il modo per entrare in questo tempo. Non già Roma che si pone sopra a tutti, ma sotto, vertice basso, non alto, della piramide finalmente rovesciata. Un’ indicazione enorme che voleva rivitalizzarla la nostra malmessa democrazia. Dunque la Chiesa diveniva l’altro tipo di fontana: non quella che manda un getto d’acqua uguale in tutto il mondo, ma quella che raccoglie tanti getti che giungono da tutti i pezzi del mondo. Io ho capito così la fedeltà al Vangelo nel tempo nuovo che ci è dato. 

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C’è poi un’altra frase, sempre di quegli anni di inizio pontificato, che mi accompagna da allora.  Era il 28 luglio del 2014 quando il papa volle andare a Caserta a incontrare un pastore pentecostale suo amico, Giovanni Traettino. E con un pentecostale di cosa poteva parlare se non dello Spirito Santo? E’ un mistero per quasi tutti questo Spirito Santo e forse proprio per questo della Trinità è ciò che da sempre mi ha più interessato: nessuno ha mai ritenuto di potergli dare un volto, una barba, eppure è qualcosa che riguarda tutti, come il mistero. Ma la cosa importante è cosa disse quel giorno Francesco dello Spirito Santo: cosa fa? “Lo Spirito Santo fa la “diversità” nella Chiesa. Lui fa la diversità! E davvero questa diversità è tanto ricca, tanto bella. Ma poi, lo stesso Spirito Santo fa l’unità, e così la Chiesa è una nella diversità. E, per usare una parola bella di un evangelico che io amo tanto, una “diversità riconciliata” dallo Spirito Santo. Lui fa entrambe le cose: fa la diversità dei carismi e poi fa l’armonia dei carismi. Per questo i primi teologi della Chiesa, i primi padri – parlo del secolo III o IV – dicevano: “Lo Spirito Santo, Lui è l’armonia”, perché Lui fa questa unità armonica nella diversità. Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e a cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro, tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità! Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità”.

Poche parole ci hanno detto come la Chiesa, ultima istituzione globale in questo mondo fratturato, indichi il modo di essere di un mondo ricomposto, quindi per forza multilaterale,  dopo gli errori della globalizzazione reale, per così dire: non un mondo uniformato, ma riconciliato nel rispetto delle sue diversità. Qui il senso del mito della Torre di Babele  per me è capovolto: l’errore era la pretesa di creare una strada sola, una torre che da sola unisse il mondo al cielo. Al contrario, serviva riconoscere le diversità, non negarle. 

In tutto il magistero di Bergoglio io ho scoperto il vero pluralismo. E’ anche per questo che diceva di amare i conflitti tra gli opposti, non tra le contraddizioni. I poli non si possono elidere, cancellare, senza poli non c’è energia, dunque vita. A noi il compito di  vivere il conflitto cercando una sintesi che non risolve il conflitto, ma lo innalza di livello, per poi riprenderlo.

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Un anno fa per me è morto un padre, e spero di non averlo “perso”, ma che mi accompagni, da padre. 

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