Nell’odierno dibattito su pace e guerra, purtroppo, manca una voce importantissima soprattutto per quanto attiene al punto caldo dell’islam: quella di padre Paolo Dall’Oglio. E’ stato rapito in Siria il 29 luglio 2013, tredici anni fa. Da allora non se ne è più saputo nulla. Il regime degli Assad contro il quale si era impegnato dall’inizio della rivoluzione siriana, nel 2011, ha concluso il suo sanguinario tramonto, il gruppo che ha sequestrato padre Paolo- l’ISIS, Stato Islamico dell’Iraq e della Siria- è mutato profondamente, i leader del tempo sono morti o spariti. Il mistero del suo destino, della sua sorte, è stato inghiottito nella tempesta che ha sconvolto quei luoghi. I testimoni di quei giorni chissà dove sono, se vivi. Sempre più difficile sperare di ritrovare il bandolo di una storia che in molti hanno seguito, ma che ora sembra scomparso, nel buio. Non vorrei che fosse davvero così.
Una tesi, accreditata, nella quale non ho mai creduto, è che sia stato ucciso subito, dai suoi sequestratori. Erano terroristi e potrebbero tranquillamente averlo ucciso senza neanche dirci perché, come tanti altri terroristi, a cominciare da quelli del regime di Assad che con il nemico più prezioso, ovviamente, aveva familiarità.
Ma che senso ha parlare di questo se l’oscura cloaca (espressione sua), fatta da tanti intrecci, nella quale vive il terrorismo è riuscita a farne perdere le tracce? C’è però un discorso di enorme attualità per un Levante in fiamme, per gli arabi, per l’islam, cioè per quel mondo al quale ha dedicato più di trent’anni di vita e passione. Quel discorso non è superato, oggi dice molto, forse ancor più di quanto diceva allora, perché padre Paolo non mancava certo di visione. E in questo tempo segnato da identitarismi aggressivi il cuore della sua missione è ancor più decisivo.
Non si capisce padre Paolo Dall’Oglio senza ricordarsi del grande islamologo Louis Massignon, che ha amato, per il quale l’islam svolgeva un ruolo cruciale nel piano della salvezza, in particolare direi attraverso Ismaele. E’ un’ottica colonialista quella che ci impedisce di vedere l’islam come lo hanno visto loro? Come Massignon infatti disse di non essere andato a conoscere gli arabi, a studiare l’arabo, ma a farsi arabo. Aveva scelto, quando appena emergeva, la vera, nuova frontiera. Paolo Dall’Oglio aiuta a capire anche a chi non ha studiato teologia, cominciando da una semplice e illuminante constatazione: c’è qualcosa di sorprendente nell’inconcepibile resistenza dell’islam al cristianesimo. Questa sorprendente importanza sta nell’aver salvato il cristianesimo dal pericolo della tentazione uniformante, il discorso totale che a volte è stato definito della “cristianità”. L’idea di una Res publica christiana dove ogni potere terreno deriva da Dio attraverso la mediazione ecclesiastica. Non è andata così.
Mi hanno colpito alcuni passaggi di quanto ha scritto in questi ultimi tempi Noemi Giorgia Bernardi per l’Università di Pavia su Louis Massignon e i suoi studi sul grande mistico islamico al Hallaj, che disse “io sono la Verità”, definito eretico e martirizzato. E’ stata una figura importantissima, un grande mistico, un predicatore che durante i suoi pellegrinaggi a La Mecca raccolse attorno a sé tantissimi adepti: Massignon lo definì “apostolo” e parlò dell’esecuzione della sua condanna a morte come “passione”. Ma non ne fece uno pseudo-cristiano, piuttosto “una prova chiara che la grazia di Cristo era reale tanto al di fuori quanto all’interno della comunità cristiana”. Il pensiero di al-Hallaj andrebbe illustrato, spiegato, forse una piccola citazione aiuta a farsi un’idea: «Ho molto pensato alle religioni, per capirle, e ho scoperto che sono i molti rami di un’unica Fonte. Non pretendere dunque dall’uomo che ne professi una, così s’allontanerebbe dalla Fonte sicura. È invece la Fonte, eccelsa e pregna di significati, che deve venire cercando, e l’uomo capirà». Qui si trova il punto di una discussione che nel cristianesimo origina in alcuni padri della Chiesa, che è stata arricchita da Nicola Cusano dopo la caduta di Costantinopoli e che papa Francesco prima di morire ha ripreso a Singapore: «Una delle cose che più mi ha colpito di voi giovani, di voi qui, è la capacità del dialogo interreligioso. E questo è molto importante, perché se voi incominciate a litigare: “La mia religione è più importante della tua…”, “La mia è quella vera, la tua non è vera…”. Dove porta tutto questo? Dove? Qualcuno risponda, dove? [qualcuno risponde: “La distruzione”]. È così. Tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio. Sono – faccio un paragone – come diverse lingue, diversi idiomi, per arrivare lì. Ma Dio è Dio per tutti. E poiché Dio è Dio per tutti, noi siamo tutti figli di Dio. “Ma il mio Dio è più importante del tuo!”. È vero questo? C’è un solo Dio, e noi, le nostre religioni sono lingue, cammini per arrivare a Dio.»
Non è difficile cogliere il collegamento con queste parole di Dall’Oglio: «La Chiesa non è una comunità contro altre, siano esse l’Islam, l’ebraismo, il marxismo, o altre. Non è nemmeno una comunità tra le altre, una comunità in più da sommarsi al numero totale delle altre. Piuttosto, a causa del nostro battesimo e del nostro rapporto con Gesù (‘Īsā) Cristo, ci troviamo di fronte a una pretesa spaventosa: che dentro di noi c’è il lievito del completamento di ogni religione e di ogni comunità. E che in ogni comunità c’è un tesoro per il completamento di ciò che noi siamo nel mistero ecclesiale. Diciamo, con spaventosa esagerazione, che la Chiesa è il progetto di Dio nella creazione dell’universo».
Tornando ad al- Hallaj, quanto esposto ci dice che nel IX secolo lui arrivò al punto cruciale. Io ritengo che padre Paolo, sebbene non lo possa documentare e quindi non lo dovrei affermare, condividesse con Massignon la convinzione che l’islam fosse una manifestazione “abramitica” di una rivelazione primordiale da cui a loro volta originano l’ebraismo e il cristianesimo. Posso solo accennare al discorso e ritengo che lo studio di Noemi Giorgia Bernardi sia importante per cogliere alcuni aspetti decisivi della missione e della visione di padre Paolo, sebbene lei non tratta di padre Paolo nel suo lavoro. Noemi Giorgia Bernardi ricorda che Massignon ha elaborato « una concezione di continuità storica dell’islam, ma ne enfatizza il legame con le classi marginali e gli esclusi: collega la nascita dell’islam a una dimensione di marginalità sociale, attribuendogli il ruolo di religione degli esclusi e degli esiliati». E poi aggiunge: «L’orientalista francese individua nell’ospitalità il modello per la via della salvezza degli uomini e nella convivenza tra essi e le religioni».
Il punto decisivo in una narrazione semplice, fatta da chi come me non è uno studioso ma un semplice amico di padre Paolo che lo ha ascoltato da non studioso, è quello che lui disse in un’intervista alle ACLI lombarde: «L’altro è rinchiuso nell’immagine stereotipata e pregiudiziale. Per un gioco di specchi il nostro integrismo si specchia in quello mussulmano, il nostro fondamentalismo si specchia nel fondamentalismo mussulmano». Oggi è più chiaro. Leggendolo non è difficile immaginare che l’islam svolga un ruolo importante nel piano della salvezza portando il monoteismo in un ambiente a cui questo era estraneo. Pensare a Maometto nella linea dei profeti non comporta una profezia successiva a Gesù, visto che Gesù, per chi crede, dopo la morte è risorto, continua a operare nella storia attraverso lo Spirito Santo e tornerà alla fine dei tempi. Piuttosto aiuta a superare, e così far superare, quel sapore eversivo attribuito all’islam da eventi e predicazioni che si collocano in un contesto di scontro; l’islam nelle terre colonizzate e noi dall’altra parte. La resistenza del fatto muhammadico aprirebbe anche la strada ad un incontro (che a mio avviso richiede e comporta aggiornamento teologico).
Quella di Dall’Oglio è dunque una prospettiva profondamente religiosa, che va al senso profondo, il suo infatti è un “dialogo religioso”, non interreligioso, e così consente di andare oltre le impostazioni fondate sulla contraddizione, con la più radicale offerta di una ricomposizione pluralista, vorrei dire mediterranea, la grande tenda di pace di cui ha parlato papa Francesco parlando di teologia mediterranea, una teologia non fredda, da laboratorio. L’attualità di Dall’Oglio ci porta infine al suo connesso discorso sociale: la trama. La parte di mondo dove ha scelto di andare a vivere la vedeva come una trama, lo ha detto parlando della Siria plurale che sognava, e che non trovo nel presidente al-Sharaa, che la sola novità che ha portato è un nuovo taglio islamico di barba, diverso da quelli che conoscevamo.
Questa trama era alla base della sua proposta di una Siria costruita su un federalismo non confessionale, ma fatta di territori da valorizzare nelle loro diversità, unendo chi li abita in un confronto loro, sulle loro priorità. In questa Siria plurale un cristiano avrebbe portato buoni rapporti con Roma, uno sciita con l’Iran, un turcomanno con Ankara, e così via. Lo avrebbero fatto insieme, costruendo dal basso, nei territori, nuove classi dirigenti e liberando il campo da un centralismo dirigista, verticista.
Ha scritto Lorenzo Trombetta riferendo di eventi che stranamente non interessano più: «Dopo più di un secolo di presenza ininterrotta le suore Francescane Missionarie di Maria hanno lasciato Aleppo, metropoli del nord della Siria, cedendo per tre anni ai salesiani il convento e la scuola del quartiere Sabil, un addio che la congregazione presenta come una semplice riorganizzazione interna ma che la comunità cristiana della città, ridotta a un decimo di quella di prima della guerra, legge come l’ennesimo segnale di una presenza avviata all’estinzione già prima del cambio di regime di fine 2024». Ora dicono che la stessa strada potrebbe essere seguita da altri. L’aria in Siria deve essere pesante e non solo per il caldo. Ma lo era anche prima, forse servirebbe una prospettiva innanzitutto spirituale per rifare il discorso sul valore della presenza cristiana. Quella che ha offerto padre Paolo, e che nel suo valore di fondo oggi si trova di certo -attualizzata- nel lavoro della sua Comunità monastica, Deir Mar Musa, è preziosa; non va trascurata.
