Nirmal Purja, l'uomo che sfidò gli Ottomila lasciando al mondo una lezione di umiltà, coraggio e solidarietà

Oggi 5 agosto sono stati recuperati e portati al campo base del Broad Peak i corpi di Nimral Purja, Nima Sherpa, Zhong Wang e Kilu Sherpa

Nirmal Purja, l'uomo che sfidò gli Ottomila lasciando al mondo una lezione di umiltà, coraggio e solidarietà
Nirmal Purja
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Chiara D'Ambros Modifica articolo

5 Agosto 2026 - 17.57


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Sono passati pochi giorni dalla valanga che su una delle montagne più alte del pianeta, il Broad Peak (8,047m), ha travolto 10 alpinisti che dal campo 2 stavano salendo al campo 3, a circa 6700 metri. Tra loro sei dei i più forti nepalesi, uno era Nirmal Purja, detto Nims Dai, fratello Nims, diventato famoso dopo aver scalato tutti i 14 ottomila in sei mesi e sei giorni. La sua scomparsa ha scosso il mondo dell’alpinismo tutto e non solo. I social media sono stati inondati di selfie con il celebre alpinista, di commenti, di manifestazioni di sincero cordoglio. Circolano biografie più o meno fantasiose, immagini fake del recupero dei corpi, come sempre non mancano le critiche.

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Mai come in queste circostanze i piani di realtà molteplici, le plurime narrazioni si manifestano. Chi sa davvero, tace o scrive solo con il cuore, chi sa poco o nulla giudica. Tante le possibili riflessioni sull’alpinismo di alta quota, i giudizi e i commenti romanzati o spietati. Un mondo controverso, che ha rappresentato lo spostamento della percezione dei limiti umani sin dalle prime spedizione, a volte anche l’arroganza, soprattutto di alcuni alpinisti occidentali con la loro corsa alla “conquista”. Ma nessuna montagna si “conquista”, l’arrivo in vetta è una tappa tra la salita e la discesa, e a quelle quote tra la possibilità di vivere o morire. Come ha detto Nirmal Purja durante uno dei suoi innumerevoli incontri pubblici dopo la fama raggiunta con il suo Project Possible: “Niente in questo mondo può essere più potente della natura. Non possiamo essere come la natura, non importa quanto forte sei o chi tu sia. La natura ha sempre più cose da dire. Quello che facciamo noi attraverso la conoscenza, ,l’esperienza, l’umiltà, è trovare il sentiero, creare un passaggio, per poter riuscire nel nostro intento. Dobbiamo imparare da questo.” Nims diceva spesso che alle montagne non importa chi sei, da dove vieni, quanta esperienza hai o quanti soldi possiedi. “Lassù, siamo tutti in balia della natura.” Si deve “sempre, sempre restare umili di fronte alle montagne: a loro non importa nulla del tuo ego”.

Prima del tragico incidente aveva scritto: “Non chiedo altro che una salita e una discesa sicure. Non prendo sottogamba nessuna montagna, nemmeno una”.

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Nirmal Purja è nato da una famiglia umile, il 25 luglio 1983 in un piccolo villaggio nel distretto di Myagdi, situato lungo la valle del fiume Kali Gandaki, ai confini del massiccio dell’Annapurna, il 25 luglio 1983. È stato un militare d’élite dei Gurkha, il celebre corpo militare nepalese al servizio dell’esercito britannico, spesso in zone depresse la carriera militare è l’unica via per uscire dalla povertà e per avere la possibilità di girare il mondo. La sua determinazione presente sin da giovane, gli ha permesso ad essere l’unico nepalese ad entrare nelle forze speciali navali del Regno Unito.

Nimral si affaccia al mondo dell’alpinismo attorno ai 30anni. Nell’esercito, era quasi sempre l’unico a non avere la pelle bianca. Gli chiedevano da dove venisse: “Nepal” diceva e molti nemmeno sapevano dove fosse. “Dove c’è il monte Everest” aggiungeva, senza però averlo mai visto. Per questo un giorno ha deciso di andare al campo base della montagna più alta del mondo. Da quel giorno qualcosa è scattato dentro, ha iniziato le prime salite, finché ha immaginato il progetto (Possibile) che lo ha reso il personaggio che tutti conoscono oggi: ha completato la salita di tutti i 14 Ottomila in soli 189 giorni, dal 23 aprile al 29 ottobre 2019, ipotecando la casa per affrontare le spese e subendo una iniziale derisione da gran parte del mondo dell’alpinismo per un progetto ritenuto più che arduo, impossibile, persino ridicolo.

Il suo obiettivo era quello di dimostrare che “nulla è impossibile”. Inoltre, voleva dare un viso a tutti i nepalesi che per decenni hanno accompagnato molti stranieri, per lo più occidentali, sulle grandi montagne consentendo loro di arrivare in vetta grazie alla preparazione del percorso, alla gestione logistica tutta. Fino ad allora la parola “Sherpa” veniva utilizzata come sinonimo di “Portatori”, quando invece si riferisce ad una etnia di origine tibetana che vive nelle regioni montane di Nepal e India, spesso ad alte quote. Da “supporti invisibili”, seppur fondamentali, con le spedizioni di Nirmal Purja si è dovuto riconoscere loro l’altissimo livello di preparazione atletica, tecnica, mentale nello scalare le alte vette. A coronare questo ribaltamento di visione è stata la prima spedizione invernale a raggiungere la vetta del K2, ideata da Nirmal Purja. È il 16 gennaio 2021, ore 16:57, 10 alpinisti nepalesi, il capo spedizione Nirmal Purja, Mingma Gyalje Sherpa, Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Dawa Tenjing Sherpa, Kili Pemba Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Sona Sherpa, Dawa Temba Sherpa, Pem Chhri Sherpa, arrivano in cima a uno dei più severi 8000, senza ossigeno supplementare e mano nella mano, tutti assieme. Era la condizione di base della spedizione, o tutti assieme o nessuno. Hanno deciso di compiere gli ultimi passi uniti, cantando l’inno nazionale nepalese per celebrare l’intera nazione e la comunità degli sherpa anziché un successo individuale. 

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Nims Dai ha sempre portato avanti uno spirito comunitario e altruistico come testimoniano i numerosi soccorsi fatti in alta quota, anche rischiando la propria vita.

La sua ambizione non gli faceva mai dimenticare l’altro, sia dando incoraggiamenti e fiducia nel seguire i propri sogni sia, nel concreto, per aiutare le comunità Nepalesi. Nel 2022 ha creato la Nimsdai Foundation la cui missione è Change Lives, by Redefining What is Possible” (cambiare vite, ridefinendo ciò che è possibile), operando attraverso progetti che mirano a “Ispirare, Educare e Proteggere”. La fondazione sostiene individui e comunità in tutto il mondo attraverso iniziative in quattro aree principali: istruzione, ambiente, ispirazione e risposta ai disastri. Tra i progetti realizzati c’è  il “Big Mountain Cleanup”: una serie di spedizioni pluriennali per rimuovere quanti più rifiuti possibile dalle vette più popolari dell’Himalaya. Nel giugno del 2023, la fondazione ha organizzato una spedizione sul K2 per ripulire il Campo 2 da rifiuti alimentari in decomposizione e rifiuti umani ormai congelati nel ghiaccio, frutto di quasi 70 anni di accumulo dalle prime spedizioni sulla montagna rimuovendo 492 kg di spazzatura. Sempre con in fondi raccolti è stata possibile realizzazione di una “Porters’ House” (casa dei portatori) a Lobuche, nella regione del Solukhumbu, a 5.030 metri di altitudine, per offrire sicurezza e dignità ai portatori che rendono possibili le spedizioni sull’Everest. La fondazione sostiene inoltre il progetto Project Odyssey per la riabilitazione dei veterani militari attraverso il trekking. Sono previsti, inoltre, programmi a sostegno dell’educazione dei giovani in Nepal, in particolare nelle comunità di montagna. Dopo la tragedia del Broad Peak la Nimsdai foundation ha tempestivamente lanciato un fondo per il supporto alle famiglie delle guide nepalesi che hanno perso la vita – come si legge nel messaggio stesso del sito –  nel rispetto del fatto che, come Nims diceva: “i nostri più grandi risultati non riguardano solo le vette che raggiungiamo ma le vite che incontriamo lungo il percorso”. Con il proprio lavoro gli sherpa mantengono intere famiglie in zone del mondo dove non c’è alcun altro indotto economico. Creare valore per queste persone era uno degli intenti di Nimral Purja, che ha contribuito a costruire un’intera economia alpinistica in Nepal, cercando di conservare anche una certa etica –  come ha ricordato anche Simone Moro, nel saluto a quello che ha definito non solo un grande alpinista ma un amico. 

Nonostante il suo passato militare, o forse anche proprio per quello, Nirmal Purja a marzo 2026 da una delle alte vette, attraverso i suoi canali social, chiede umilmente a tutti i leader del mondo di fermare la guerra, perché “molti bambini innocenti, donne e uomini stanno morendo. Davvero credo che la pace sia la via da percorrere. Se ognuno ricordasse che un giorno ce ne andremo tutti diventerebbe più chiaro e semplice da comprendere e tutto questo male si dissolverebbe”. 

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Molti citano il coraggio e la determinazione di Nims Dai. Ciò che colpisce dai suoi occhi così spesso sorridenti, dalle dichiarazioni, da ciò che ha detto nel tempo non è solo l’atteggiamento incline all’impegno, senza sconti. Il valore profondo dell’eredità che lascia è nell’unione di questa attitudine con una mentalità positiva, un atteggiamento mentale improntato al pensiero costruttivo e all’aspettativa di esiti favorevoli, piuttosto che al disfattismo e alla paura, pur affrontando le sfide con realismo, senza ignorare le difficoltà, con umiltà e senza supponenza. Emblematico da questo punto di vista è il titolo dato al suo progetto: “Possibile”, anziché “Impossibile” come sfida in negativo, contro qualcosa di ostile. 

In molti scalano le montagne per il mondo là fuori, per conquistare i titoli dei giornali. Anche Nirmal Purja cercava accreditamento da parte della stampa, ma non per lui solo, più che altro per  lui assieme alla sua gente. Come ha detto davanti ai giornalisti, una volta arrivato a Kathmandu dopo la realizzazione del suo progetto Possibile, se fosse stato un alpinista occidentale ad aspettarlo sarebbero stati in molti di più cronisti. E disse che sarebbe stato compito dei nepalesi presenti raccontare queste imprese, per fare conoscere o meglio e riconoscere il valore degli alpinisti nepalesi, ridare loro dignità. 

Potrebbe fare discutere questa corsa ai record, alla celebrità e anche dopo il tragico evento di giovedì 30 luglio –  in cui ricordiamo sono scomparsi anche Nawang Thindu Sherpa, Gyalu Sherpa, Nima Sherpa, Pur Bahadur Gurung, Kili Pemba, Sarah Mallory Geis, Nadhira Al Hardhy, Wang Zhong e Shazad Sukhail – non mancano le voci che mettono in guardia rispetto alla fretta con cui si vuole salire una montagna, una di queste è quella di Lhakpa, unica donna un’alpinista nepalese che ha scalato undici volte il monte Everest. In una nota di dispiacere profondo per l’accaduto, chiede di valutare e saper aspettare, se condizioni e meteo avverso presentano troppi rischi. Anche l’Himalaya negli ultimi anni è cambiato, anche lì il surriscaldamento rende più rischiose le salite. Le montagne sono sempre lì. Si può tornare. 

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Tutte valutazioni degne di attenzione, e riflessione, ma come detto all’inizio la storia di Nimral Purja che ha raggiunto 58 volte la vetta delle più alte montagne del mondo e dei suoi compagni di cordata, tutti con innumerevoli ascese alle stesse altitudini oltre alla narrazione razionale e alle valutazioni pragmatiche, raccontano di un fuoco dentro, di un cuore che batte per sentirsi di vivere pienamente, di sogni coi quali non sempre saggezza e fortuna coincidono. Chi ha vissuto la fatica e il silenzio di certi spazi della natura, può avere una minima idea della profondità dell’esperienza che si può vivere in quella dimensione di natura totalizzante in cui sei tu, minuscolo nel tutto e con il tutto. È uno stato dell’essere che si può interpretare in parte con gli studi dello psicologo Mihaly Csikszentmihalyi : l’”essere nel flusso, ossia è uno stato ottimale di coscienza in cui ci si sente completamente assorti, profondamente concentrati e pieni di energia mentre si svolge un’attività. Egli ha definito questa “zona” come un’esperienza in cui l’azione e la consapevolezza si fondono e il tempo sembra volare. 

Reinold Messner pioniere dell’ascesa di tutti e 14 ottomila in questi giorni con un post sui social, dopo aver reso omaggio al celebre alpinista nepalese ha scritto un ulteriore messaggio dove sottolinea come molti dipingano l’alpinismo come un’avventura romantica, quando invece è sofferenza, resistenza a temperature molto basse e a momenti estenuanti. La montagna è indifferente e può essere talvolta imperdonabile dal punto di vista umano. Aggiunge poi che “al di là della tecnologia di supporto, dei sistemi migliori di soccorso, la verità rimante invariata: la più importante spedizione è sempre quella in noi stessi. Camminare sulle montagne con la consapevolezza che forse nessuno potrà venirti a salvare, e che oggi potrebbe essere il tuo ultimo giorno, è forse la forma più profonda di conoscenza di sé. Non perché si cercare la morte, ma perché solo l’accettazione della propria vulnerabilità ci permette di incontrare la vita con completa onestà”. 

Ha scritto Nirmal Purja: “Chiunque scelga questa strada ne comprende e ne accetta i rischi, perché le montagne hanno il potere di farci sentire davvero vivi.”

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Lui e tutti gli alpinisti e le alpiniste che non sono tornati dalle grandi montagne cercavano la vita. Ognuno poi ha il proprio destino a prescindere dalla quota in cui compie il suo ultimo passo. 

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