Tra il 21 e il 22 agosto papa Leone ha deciso di parlare di libertà. Lo ha fatto ai parlamentari cattolici riuniti a Roma. Poi a San Marino, la repubblica che ha per motto la parola Libertas. E infine a Rimini, al Meeting di Comunione e Liberazione. Pubblici diversi, dunque, ma la parola chiave è la stessa: libertà.
Il Papa parte scartando due idee correnti: l’indipendenza di un Paese da un altro, e il diritto di chi possiede una tecnologia a farne ciò che vuole. La libertà non si esaurisce così. Ai legislatori ha posto la domanda che nessuna norma tecnica può risolvere: non che cosa siamo capaci di fare, ma che cosa è giusto fare.
Poi ha indicato due condizioni. La prima è la coscienza: senza persone libere dentro di sé non c’è libertà pubblica. A San Marino ha ricordato Tommaso Moro, decapitato per non aver ceduto al re, e ha ricordato chi oggi paga di persona per non aver ceduto al potere. La seconda è il legame con gli altri: la libertà cresce quando è condivisa. Da qui un metro di giudizio: una civiltà si misura dalla cura che sa offrire, non dalla forza dei mezzi che possiede.
Con questo metro, ha detto, si riconoscono le false imitazioni. Ci sono progetti politici ed economici che parlano in nome della libertà, e in realtà servono il potere. Il Papa non ha indicato situazioni concrete particolari, ma il giorno prima aveva descritto il meccanismo: algoritmi che decidono chi viene visto e chi resta invisibile, piattaforme che orientano il dibattito senza risponderne a nessuno, Paesi poveri dipendenti dalla tecnologia dei Paesi ricchi. Ha usato la parola colonialismo e ha chiesto leggi su privacy e trasparenza. A Rimini ha aggiunto la versione militare dello stesso inganno: il riarmo presentato come sicurezza.
Quanto alla Chiesa, Leone non ha chiesto influenza. Ai giovani ha detto che averne persa un po’ è un guadagno: la Chiesa attira, non arruola.
