C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé.
Aveva ragione Oscar Wilde, o almeno così sembra pensarla Sfera Ebbasta. Il rapper, o trapper che dir si voglia, è infatti entrato allo stadio San Siro in occasione della partita Inter-Napoli accompagnato da una decina di giovani ancelle vestite di nero, tutte rigorosamente un passo dietro di lui.
Il giovanotto, camminata spavalda, look artificiosamente (e ormai forse anche anacronisticamente) trasgressivo con tanto di vistosi anelli e catene in bella vista, sembrava in realtà sentirsi a proprio agio nella parte del maschio alfa. E come tutti i maschi alfa che si rispettino, completamente privo di qualsivoglia forma di autoironia.
Purtroppo, anche le fanciulle sembravano piuttosto disinvolte nel ruolo ornamentale cui erano state relegate. È questo forse l’aspetto più triste di questa vicenda: che nel ventunesimo secolo ci siano ancora giovani ragazze che accettano, o peggio desiderano, assurgere agli onori della cronaca per aver accompagnato un cantante allo stadio.
Evidentemente, con buona pace del femminismo, non a tutte le donne è ancora chiaro che avere cinque minuti di celebrità esibendo a mo’ di trofeo la propria bellezza messa al servizio del maschio di turno, non vale la pena.
D’altra parte, nessun calciatore pare essersi dissociato dal comportamento del rapper, implicitamente legittimando il paradigma culturale che fa da contesto di riferimento alla fortunata iniziativa di marketing. Il messaggio icasticamente veicolato dalla camminata di Sfera Ebbasta che salutava i fan mentre le ragazze lo seguivano sorridenti è con ogni evidenza lo sdoganamento palese del patriarcato, la reificazione del corpo femminile ridotto a oggetto da mostrare, la legittimazione mediatica del ruolo costitutivamente gregario della donna rispetto all’uomo-leader.
Il che, nel 2026, non solo suona come terribilmente vecchio, ma ormai possiamo anche affermare con serenità che sia immorale e diseducativo.
Ci sono voluti decenni per non vedere più le “signorine buonasera” introdurre le prime serate fra sorrisi e capelli cotonati, o le vallette sgambettare a fianco dei conduttori a mo’ di complemento d’arredo (anche se Samira accanto a Gerri Scotti a La ruota della fortuna ci ha messo a dura prova) – perfino le veline di Striscia La Notizia hanno ormai assunto un atteggiamento (quasi) ironico – e in trenta secondi di red carpet Sfera Ebbasta ci fa ripiombare negli anni del Drive In.
D’altronde, questa sub-cultura machista, che in effetti dopo vent’anni di berlusconismo si sperava di aver debellato, portata alle sue estreme conseguenze è poi l’humus culturale entro cui si instaurano tutte quelle dinamiche di rapporto disfunzionali che non troppo di rado sfociano nei femminicidi. È di pochi giorni fa quello di Lorena Isceri.
Non dimentichiamo peraltro che l’Italia è il paese in cui l’attenuante del delitto d’onore, nonché l’estinzione del reato di violenza sessuale nel caso del matrimonio riparatore sono stati aboliti nel 1981, in cui l’assoluta equiparazione tra figli naturali e legittimi è avvenuta nel 2013, in cui per lo stesso incarico le retribuzioni delle donne sono spesso inferiori a quelle degli uomini, e in cui la politica tuttora nicchia di fronte all’introduzione dell’educazione affettiva nei programmi scolastici, perché la destra meloniana teme che educare i giovani alla parità di genere possa fuorviarne il corretto sviluppo psico-sessuale.
C’è da immaginare che la prossima campagna elettorale per le elezioni politiche si giocherà anche su questi temi, data la crescita continua che il partito di Vannacci sta registrando nei sondaggi: il generale è infatti un fiero difensore del patriarcato, della funzione ancillare della donna rispetto all’uomo e della famiglia tradizionale nella sua accezione più retrograda.
Insomma, viviamo in un paese in cui ci sono ancora da fare tanti passi nella direzione della parità di genere e dell’emancipazione femminile, soprattutto nel mondo del lavoro, ma prima ancora nei principi e nei valori ai quali le famiglie e la scuola dovrebbero educare. Non si sentiva davvero il bisogno di una polemica pubblica su una scena così sgradevole e reazionaria come quella di Sfera Ebbasta.
Forse, a volte, è meglio non far parlare di sé.