Guerre, violenze, odio, razzismo, omofobia: le prove che ci mettono in crisi

Trovo sempre più difficile commentare i passi evangelici che riguardano l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Chi vive questi amori - con tutti i limiti ed errori del caso - non ha bisogno di spiegazioni.

Guerre, violenze, odio, razzismo, omofobia: le prove che ci mettono in crisi
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

24 Ottobre 2026 - 16.56


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Il Vangelo odierno: In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22, 34-40 – XXX TO/A). 

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Trovo sempre più difficile commentare i passi evangelici che riguardano l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Chi vive questi amori – con tutti i limiti ed errori del caso – non ha bisogno di spiegazioni. Sono cosi chiari, limpidi, inequivocabili. Chi ha un po’ di confidenza con la fede cristiana sa bene che da essi dipende tutto, “la Legge e i Profeti”, dice Gesù. Allora forse non c’è bisogno di proporre riflessioni. Si dovrebbe mettersi a pregare il buon Dio che ci dia la forza di amare Lui e il prossimo, sempre e comunque; che ci perdoni tutte le volte che non l’abbiamo fatto.

Eppure – per altri versi – abbiamo tutti bisogno di essere fortificati in quest’opera difficile di amare Dio con tutto noi stessi e il prossimo come amiamo noi stessi. Abbiamo bisogno anche di essere consolati perché il mondo – più o meno come sempre – irrompe con guerre, violenze, odio, razzismo, omofobia e cosi via. Sono prove che ci mettono in crisi: è possibile amare come Gesù comanda? O è solo una bella favola? Domande che spesso evitiamo e come dice Mounier (nella pagina in calce) ci limitiamo a “vedere solo una parte della piaga; quindi, vi si versa sopra l’unguento dei pensieri consolanti”. E poi magari ci consoliamo dicendo che – sempre Mounier – “Comunque, c’è tanta brava gente, e ci sono tanti, ma tanti santi che lavorano in mezzo a noi”.

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E poi la cosa più deleteria: forse io un po’ mi salvo con minimi gesti di amore verso Dio e il prossimo: la colpa è degli altri. Ma Mounier ci inchioda: “e se gli altri fossi tu?”

La risposta è nella pagina in calce. A me ha fatto tanto bene. Spero anche a voi. Buona domenica!   

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Tra i cristiani serpeggia un segreto: è quello dei loro tradimenti. Se ne parla a bassa voce tra amici (quando se ne parla). E se capita, si mettono in evidenza, con rassegnata indulgenza. Si aspetta colui che avrà più coraggio. Ma, soprattutto, si limita il proprio sguardo per vedere solo una parte della piaga; quindi, vi si versa sopra l’unguento dei pensieri consolanti. Comunque, c’è tanta brava gente, e ci sono tanti, ma tanti santi che lavorano in mezzo a noi.

Si vede bene che le cose vanno male. E non si piange sugli anatemi per la città perduta. Ma si capisce che noi non c’entriamo per niente. Non deteniamo forse la verità? Io, commerciante di stoffe, pago i fornitori, dichiaro i guadagni, non ho pendenze con la giustizia. Quindi, i colpevoli sono gli altri. Proprio gli altri: il pericolo massonico, l’abisso socialista, la scuola senza Dio, il nudismo, gli ignavi, i sindacati, i capelli corti, i cubisti, i bolscevichi, e che ne so io, Dio mio!

Gli altri: o cristiano, e se gli altri fossi tu? D’accordo, sono gli altri, ma se fossi stato tu a permettere loro di essere gli altri? Non si muore solo per colpa degli altri. Si muore sempre in gran parte per colpa nostra. A ognuno il suo. Gli altri hanno la loro colpa ed è pesante. Ma mi piace pensare che nell’immensa liquidazione che si sta preparando, tu, cristiano, vorrai confessare la tua colpa per primo, tu che hai portato la confessione nel mondo. (…).

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È forse superfluo ricordare al cristiano la sua posizione particolare nell’universo spirituale? Egli vede sorgere immediatamente contro di sé un mondo sensibile, pesante, ma colmo di luce; questa luce, egli la coglie per illuminazioni, nell’intuizione poetica o la scopre con fatica, con l’applicazione costante della propria intelligenza; quindi, verso il centro di questa luce, urta contro l’Oscuro e il Mistero, barriere che solo la preghiera e lo slancio della fede possono oltrepassare.

Al principio della sua azione trova la regola dell’amore, dell’abbandono all’amore, la dedizione totale nell’amore: Ama, et fac quod vis. Tutta la sua vita è protesa all’aspirazione dell’amore a Dio. Ha un unico fondamento: rendere a Dio attraverso la sua Grazia, amore per amore e una sola legge: la legge di perfezione, che è precetto e non consiglio. La santità non è una vocazione straordinaria, ma una vocazione naturale, benché non usuale, del Cristiano. Al di sotto della santità, nel cammino che vi assurge, si trovano scale, sostegni e contrafforti sempre più faticosi; sono il simbolo del sacrificio, come nella cattedrale la levità delle arcate è il simbolo della preghiera! Il cristiano si trova quindi immediatamente immerso in un clima di eroismo. Questa avventura: egli trascorre le ore quotidiane con l’avventura nel cuore, un’avventura guidata, ma inesauribile, un rischio di ogni istante; per tagliare gli ormeggi, il cristiano deve solo seguire il Vangelo.

Il cristiano non è un essere morale, egli è un essere spirituale ed è ben altra cosa. Delle regole morali non disprezza neppure il minimo dettaglio, poiché nella sua gloria imbrigliata si rende conto che ogni presunzione gli sarebbe fatale. Ma le regole hanno virtù solo in virtù della grazia e la lettera stessa del Vangelo può uccidere se intesa al di fuori di questa Vita

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Infine, non esiste cammino che conduca il cristiano nel Regno di Dio senza passare attraverso la Croce. Ciò non significa che gli venga negata la gioia: anzi questa è proprio la musica stessa della sua vita. Ma la tranquilla felicità non è gioia. La condizione naturale del cristiano è la gioia nelle lacrime o, quando tutto va bene, una gioia ardente e velata. Péguy diceva che, proprio per questa ragione, la tenerezza è il midollo spinale del cattolicesimo. Una tenerezza ferita.

E.  MOUNIER, Rivoluzione personalista e comunitaria, Ecumenica, Bari 1984, 337-361. 

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