1° maggio: vivere, lavorare, morire nel Golfo

Cittadini di Serie A e B nelle terre del petroldollaro. Dove i lavoratori immigrati costituiscono la maggioranza della popolazione.

1° maggio: vivere, lavorare, morire nel Golfo
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1 Maggio 2012 - 17.04


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di Giorgia Grifoni

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A morire di lavoro in Medio Oriente, soprattutto nei paesi del Golfo, si fa presto. Sono storie già sentite e raccontate: narrano di colf filippine picchiate per aver chiesto la debita paga, di cameriere etiopi suicide per le troppe umiliazioni subite, di collaboratrici domestiche immediatamente espatriate perché sospettate di essere uomini. Ma la vicenda accaduta circa un mese fa a Doha, capitale del Qatar, è una novità: un’agenzia di collocamento ha pubblicato un annuncio in cui si richiedeva una colf di origine qatariota, come riporta Globalist, e si è scatenato il finimondo. Accuse di oltraggio, di attentato alla dignità della persona, appelli di professori, editorialisti e persino di una candidata alle elezioni politiche perché venga avviata un’inchiesta sull’accaduto. L’annuncio va contro i valori e le tradizioni del Qatar. “Se mai una donna dovesse rispondere all’inserzione – ha dichiarato Abdul Aziz al-Mulla, professore nel piccolo emirato – dovremmo indagare sulle ragioni che l’hanno spinta a farlo e darle tutto il supporto finanziario di cui ha bisogno”.

Cittadini di serie A. Che nella penisola arabica, come in altre parti del Medio Oriente, ci fossero cittadini di serie a e di serie b non era un mistero. A quella spicciolata di nativi degli Emirati Arabi, del Qatar, del Bahrain e dell’Arabia Saudita spettano condizioni di vita a dir poco principesche. Dalla scoperta del petrolio e del gas nella prima metà del secolo scorso, queste distese di sabbia si sono trasformate in moderni paradisi capitalisti: non a caso, secondo la rivista Forbes, in testa c’è il piccolo Qatar che, con il suo Pil pro capite di 88.000 dollari è il paese più ricco del mondo. Al sesto posto, con 47.500 dollari, troviamo gli Emirati Arabi Uniti, mentre il Kuwait si ferma al dodicesimo gradino.

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Il Golfo della crisi. Una situazione che non risente della crisi economica che ha colpito il mondo occidentale, anzi: secondo le stime di Les Cahiers, trimestrale d’informazione di Fashion Marketing, nel 2011 il Pil del Qatar è cresciuto del 20%, quello dell’Arabia Saudita del 7,5%, in Kuwait del 5,3% e negli Emirati del 3,3%. Un successo dovuto essenzialmente all’iniziativa privata, veicolo della famiglia reale e figlia di una classe media che cinquant’anni fa, tra tribù e sceicchi, ancora non esisteva. Parte del merito va anche ai mercati internazionali, che hanno visto enormi quantità di finanziamenti provenire dagli emirati del Golfo. Con le rivoluzioni arabe alle porte e – in alcuni Paesi – anche in casa, l’iniziativa privata sembra destinata a ridimensionarsi, almeno in primo momento, per favorire l’impiego pubblico e placare qualsiasi forma covata di malcontento. Così, nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo verranno creati due milioni di posti di lavoro nel settore pubblico, che vanno ad aggiungersi ai circa 7 milioni creati tra il 2000 e il 2010.

Cittadini di serie B. A far fluire il denaro ci pensano i cittadini dei vari paesi. A tutto il resto, invece, pensano i lavoratori immigrati: a seconda dei paesi del Golfo,compongono dal 30 all’80 percento della popolazione totale. Stipendi da fame, zero diritti, impossibilità di scioperare se non a rischio di espulsione: sono alcuni dei tratti caratteristici dei lavoratori nei paesi del Golfo. Va meglio per i cittadini provenienti da altri paesi arabi, ancora di più se musulmani, che trovano nel settore privato del Golfo l’impiego che cercano invano in Libano, Siria o Egitto. La cittadinanza viene però concessa a pochi e con essa i diritti riservati ai nativi. Gli altri, quelli che provengono in massa da India, Bangladesh, Filippine e Corno d’Africa: per loro si profilano solo orari di lavoro impossibili, condizioni degradanti e nessuna tutela legale.

Proteste represse. Nel 2008 un migliaio di lavoratori immigrati aveva osato scioperare in Bahrain contro le condizioni disumane a cui dovevano sottostare per la costruzione dell’isola artificiale a largo delle coste di Manama: sono stati chiusi nel cantiere senza acqua né cibo. Nello stesso periodo ci aveva provato un gruppo di lavoratori immigrati dal Bangladesh in Kuwait: la risposta è stata il lancio di lacrimogeni, cariche della polizia e arresti massici volti all’espulsione. L’anno scorso, la denuncia da parte delle autorità filippine delle condizioni di lavoro cui sono sottoposti i loro cittadini in Arabia Saudita aveva dato il via a una crisi diplomatica che si era conclusa con lo stop di Riyadh a nuovi permessi per visti di lavoro. Stessa storia per l’Indonesia, che si era battuta contro la condanna a morte di una sua cittadina, impiegata in Arabia Saudita, accusata di aver ucciso il proprio datore di lavoro per legittima difesa. L’unica sicurezza che hanno i lavoratori immigrati a Riyadh è che, se reagiranno agli abusi dei propri padroni, verranno decapitati.

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