Libia, il mondo vuole la guerra, anzi no
Top

Libia, il mondo vuole la guerra, anzi no

L'Egitto chiede un intervento internazionale. L'ambasciatore italiano a Tripoli frena.<br>

Guerra e morti in Libia
Guerra e morti in Libia
Preroll

Desk2 Modifica articolo

17 Febbraio 2015 - 10.41


ATF

L’Egitto preme per un intervento internazionale e chiede all’Onu il mandato per una missione internazionale in Libia mentre continuano i raid aerei del Cairo sulle zone controllate da Isis.

In questa fase Francia e Egitto sembrano premere congiuntamente sull’acceletarore mentre l’Italia frena e, anzi, le posizioni del ministro della Difesa, Pinotti sono state smentite dal governo. Ma la situazione resta fluida e qualsiasi sviluppo è possibile.

Al-Sisi Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha chiesto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzi la creazione di una coalizione internazionale in Libia. «Non c’è scelta», ha affermato al-Sisi in un’intervista a Europe 1, ma è necessario che «il popolo e il governo libico siano d’accordo e ci chiedano di agire».

«Dobbiamo sostenere la legge e la scelta del popolo» in Libia, ha aggiunto il presidente egiziano che ha quindi invitato le numerose milizie che imperversano nel Paese a «consegnare le armi e lavorare nel contesto di un’azione civile».

Ambasciatore ottimista La situazione in Libia «è certamente grave ma non dobbiamo drammatizzarla. Dire che Sirte e Tripoli sono in mano allo Stato islamico (Is) è assolutamente sbagliato». Lo ha detto l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino Grimaldi, intervenendo a ‘Radio Anch’iò. «La situazione è grave, ma si può superare se da parte libica ci sarà un’intesa verso un post-rivoluzione e vi sarà la consapevolezza di isolare il terrorismo, con l’aiuto della comunità internazionale», ha affermato l’ambasciatore.

Guerra alimentata dall’esterno «Qui ci sono sempre stati enormi vantaggi per le società estere: vastità di territorio, lunghezza delle coste e altre risorse oltre al petrolio come oro e uranio. Detto ciò era ovvio che il Paese diventasse oggetto di invidia. Non voglio fare nomi ma ci sono nazioni che vorrebbero estendere i propri confini a nostro discapito. Lo hanno detto espressamente. E invece altri Paesi petroliferi i quali non vogliono che la Libia diventi un concorrente temibile. A loro conviene che ci sia instabilità».

Ne è convinto Mashallah Zwai, ministro del Petrolio del governo di Tripoli, intervistato dal Messaggero. «Attentati e sabotaggi hanno minato la produzione interna – ha spiegato -. Più volte Haftar (il generale capo dell’Operazione Karama che combatte con il governo di Tobruk, ndr) ha bombardato depositi di greggio, pozzi e terminal petroliferi».

Il ministro non nega «che ci siano estremisti in Libia», ma ora «le azioni di Haftar adesso stanno facendo sì che questi gruppi radicali allarghino la loro influenza. Quello che sta avvenendo in Libia è una guerra alimentata dall’esterno. Facciamo appello al mondo affinchè fermi tutto questo, perchè altrimenti questo caos porterà al fallimento del nostro Paese. Per questo motivo vi invitiamo, come Italia, a prendere una posizione chiara».

Pronti 80.000 uomini Un intervento militare in Libia? «Per disarmare le milizie sarebbe necessario occupare e controllare il Paese per cinque anni, con un’operazione che chiamerei neocoloniale, per la quale sono necessari almeno 70-80mila uomini». Lo ha affermato Carlo Jean, ex generale di corpo d’armata e presidente del Centro studi di Geopolitica economica, intervistato da Qn.

«In Libia ci sono due fazioni una contro l’altra armata. Diciamo che sono ancora aperte tre possibilità. Appoggiare il governo di Tripoli contro quello di Tobruk, oppure il contrario, o ancora perseguire una riconciliazione nazionale, come ha tentato finora il nostro ottimo ambasciatore a Tripoli Buccino muovendosi in sintonia con l’inviato dell’Onu Bernardino Leon».

«La situazione in Libia – ha osservato – è molto aggrovigliata. Ci sono da 200 a 400 milizie locali. Non solo». «Le milizie di Misurata, quelle di Alba Libica, sono appoggiate da Turchia e Qatar, quelle di Tobruk dall’Egitto e tutto sommato anche dagli Emirati Arabi Uniti. Poi c’è l’Algeria che sostiene gli uomini in armi di Zintan e del massiccio del Jebel Nafusa». «A me pare che Renzi abbia versato molta acqua sui bollenti spiriti della ministra della difesa Roberta Pinotti dicendo aspettiamo l’Onu». L’Isis secondo Jean è «piuttosto marginale all’interno della guerra civile in Libia». «Il problema centrale resta quello di convincere le milizie a consegnare le armi».

Native

Articoli correlati