Schengen è una città del Lussemburgo in cui è stato firmato l’accordo nel 1985. Solo 6 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea sono ancora al di fuori della zona Schengen: Bulgaria, Croazia, Cipro, Irlanda, Romania e Regno Unito. In tutto, sono 26 i paesi che fanno parte dell’area: 22 Stati membri dell’Unione Europea e quattro Paesi extracomunitari, ovvero Islanda e Norvegia (dal 2001), Svizzera (dal 2008) e Liechtenstein (dal 2011). Andorra e San Marino, che non fanno parte di Schengen, applicano tuttavia le stesse regole e non svolgono più controlli alle frontiere.
L’abolizione definitiva dei controlli di polizia alle frontiere comuni è iniziata dieci anni dopo la firma del trattato, il 26 marzo 1995, con i cinque paesi che avevano stipulato l’accordo del 1985 – Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo – più la Spagna e il Portogallo. L’Italia ha aderito alla convenzione di Schengen nel 1990, ma sono passati diversi anni prima che potesse darvi piena attuazione. Il nostro Paese ha completamente abolito i controlli di polizia alle frontiere interne tra il 1997 e il 1998, insieme con l’Austria, seguito poi dalla Grecia nel 2000 e dai paesi nordici nel 2001.
Gli ultimi paesi dell’UE a unirsi sono stati: Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia. Accadeva nel 2007, dopo il processo di allargamento dell’Unione Europea verso est, definito nel 2004.Il Regno Unito e la Repubblica d’Irlanda hanno rinunciato a Schengen. Londra vuole mantenere i propri confini, mentre Dublino preferisce preservare il suo accordo di libera circolazione con il Regno Unito – chiamata “zona di libero spostamento” – piuttosto che aderire a Schengen. Ciò nonostante, Regno Unito e Irlanda prendono parte ad alcuni aspetti dell’accordo di Schengen, come il Sistema d’informazione Schengen (SIS).
Bashar Al Assad, dal suo bunker dorato tra le macerie di Damasco, ha detto intanto che si dimetterà solo se glielo lo chiederà il popolo. Peccato che il suo popolo, dopo quattro anni e più di guerra, sia disperso tra fosse comuni, emigrazione forzata nei paesi limitrofi o, nel migliore dei casi, al sicuro in qualche parte d’Europa. Ma per Assad, “la crisi dei rifugiati è responsabilità dell’Europa”, rea di “sostenere e coprire il terrorismo”. Il riferimento è ovviamente ai gruppi di ribelli siriani, che l’Occidente ha armato e sponsorizzato a partire dal 2011, data d’inizio della guerra civile.
La diaspora di cui parla Assad – 4 milioni di profughi e circa altri 10 milioni ancora intrappolati nella regione – è stata certo colpa della guerra. Ma se la colpa è della guerra, la responsabilità della recente e anomala ondata di profughi siriani verso l’Europa ha un altro nome, ed è quello della Turchia. Dall’inizio del conflitto in Siria, infatti, Ankara ha ospitato circa 2 milioni di rifugiati siriani, che hanno attraversato il confine per sfuggire tanto alle decapitazioni dello Stato Islamico quanto alle “barrel bomb” di Damasco. Da quando, però, gli Stati Uniti hanno imposto al governo turco di ospitare presso la base aera NATO di Incirlik droni e jet militari USA per bombardare lo Stato Islamico – senza offrire come contropartita un appoggio politico al governo di Ankara (si vota a novembre) e soprattutto senza offrire alcun sostegno nella guerra parallela che i soldati turchi conducono contro i paramilitari curdi del PKK (che si battono per l’indipendenza del Kurdistan) – il presidente Erdogan ha deciso di reagire politicamente, aprendo le porte dell’immigrazione verso l’Europa e “ricattando” in questo modo gli alleati. Un “gioco sporco” che anche altri paesi di Africa e Medio Oriente potrebbero essere tentati di replicare prossimamente.
Oggi l’Unione Europea sta valutando di redigere anche una lista di “paesi d’origine sicuri”, che comprenderebbe i Balcani occidentali e la Turchia, per accelerare il processo delle domande di asilo e offrire una più solida base giuridica per l’ingresso o il respingimento di molti candidati. Oggi, ad esempio, meno del 10% dei richiedenti provenienti dalla regione balcanica ottiene asilo nell’UE.
Secondo il diritto internazionale (Convenzione di Ginevra) e il diritto comunitario (la direttiva sulle procedure d’asilo) è considerato un “Paese sicuro” quello in cui è in vigore un sistema democratico e generalmente non vi è: nessuna persecuzione, nessun conflitto armato, né tortura o trattamenti inumani o degradanti, né ricorso ordinario alla violenza. Quando gli Stati membri dell’UE decidono di fare candidare un Paese all’adesione all’Unione europea, controllano che siano soddisfatti i criteri di Copenaghen su democrazia, stato di diritto, diritti umani e rispetto e tutela delle minoranze. Ecco anche perché difficilmente la Turchia potrà entrare a stretto giro nell’Unione.
In ogni caso, è bastato questo per mettere in crisi l’Europa, i suoi principi e le sue leggi. A farne le spese, per il momento sono le regole di Schengen, quelle che il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha chiamato “un simbolo unico dell’integrazione europea”. Che, se messe in discussione, si dice potrebbero minare la stessa sopravvivenza dell’Unione Europea.
Ora, se il problema dell’immigrazione è certo di tipo umanitario e di ordine amministrativo, bisogna capire però che esso è anzitutto di stampo politico. E che Schengen ha poco a che fare con la risoluzione del problema. Anche perché le regole dell’accordo di Schengen parlano chiaro.Contrariamente a quanto si pensa, secondo le norme di Schengen i paesi aderenti possono reintegrare i controlli alle frontiere interne per 10 giorni, qualora si renda necessario per “ragioni di“ordine pubblico o di sicurezza nazionale”. Se il problema persiste, i controlli possono essere mantenuti per periodi rinnovabili fino a 20 giorni e per un massimo di 2 mesi.
Un regolamento comunitario nel 2013 ha poi precisato che tali controlli “dovrebbero rimanere un’eccezione e devono essere applicati solo come misura di ultima istanza, per un ambito e un periodo di tempo strettamente limitati”. Qualsiasi Stato che sospenda temporaneamente Schengen, deve informare Bruxelles e consentire il monitoraggio e i controlli da parte dell’UE. Dunque, la sospensione temporanea di Schengen minacciata da più Paesi e applicata in episodi pur diversi tra loro, rientra nell’accordo e non è un “tradimento” dell’Europa.
In questi giorni, ad esempio, abbiamo visto la Germania imporre controlli alla frontiera, così come la Slovacchia filtrare il passaggio alle frontiere con l’Austria e l’Ungheria. Quest’ultima ha chiuso direttamente i confini, mentre i Paesi Bassi stanno introducendo controlli sul posto e la Polonia potrebbe seguire presto uno di questi esempi. Anche la Francia, nel mese di giugno, ha impedito ai migranti provenienti dall’Africa di entrare dal confine con l’Italia, bloccandoli alla stazione ferroviaria di Ventimiglia. Parigi aveva già imposto controlli alle frontiere dopo gli attentati di Londra nel 2005. Così come avevano fatto Austria, Portogallo e ancora la Germania in occasione di grandi eventi sportivi, come la Coppa del Mondo di calcio.
Dunque, niente di strano o di “fuori dalle regole” sta accadendo oggi secondo la legislazione UE vigente. Non è in discussione qui il diritto dei profughi di guerra a essere accolti e aiutati dall’Unione Europea e non è in discussione neanche il futuro dell’Unione Europea. Sono concetti che, al di là delle polemiche, dovrebbero essere ormai assodati e digeriti (anche se così purtroppo non è). Quel che invece dovrebbe essere messo al centro della discussione è piuttosto il futuro politico del Medio Oriente e dell’Africa, su questo soprattutto si dovrebbe concentrare la politica di Bruxelles. L’accoglienza dei profughi, infatti, è conseguenza di una situazione temporanea, frutto dell’epoca in cui viviamo e, quindi, un concetto relativo per definizione. Mentre l’assetto politico di uno o più Stati è una questione dirimente, decisiva e ineludibile per disegnare un panorama geopolitico stabile dove, pur con tutte le contraddizioni che sono proprie degli uomini e dei loro diritti e doveri, si possano ritrovare la prosperità e il progresso, arrestando gli esodi di popolazioni intere.
L’Europa è sicuramente fragile, però mai quanto lo sono le giovani repubbliche, le dittature e i regimi oltre il Mediterraneo, attraversati da guerre fratricide di cui nessuno si cura ma il cui sangue si riverserà inevitabilmente sul vicino più prossimo. Se è impensabile un neo colonialismo imposto dall’alto, bisogna però trovare una sintesi e una via politica percorribile per questo quadrante regionale. I popoli del Medio Oriente e dell’Africa sono parte della nostra storia e della nostra cultura, e costituiscono il luogo della terra a noi più prossimo, dove oltretutto il tasso di natalità è in continua crescita. Che cosa abbiamo intenzione di costruire per le future generazioni?
Fonte: Lookout News
