Lazar Radjenovic è stato arrestato due volte, in entrambi i casi con l’accusa di abuso d’ufficio e sottrazione di denaro pubblico: la seconda condanna ha portato diritto in carcere l’ex sindaco di Budva, rinomata località della riviera montenegrina, e se la notizia ha fatto il giro del Paese, altrettanto si può dire delle foto scattate dallo stesso Radjenovic nella sua cella presso il penitenziario di Spuz. Dietro di lui, nelle immagini postate a parenti e amici, stavano i suoi due compagni di stanza fra cui Damir Mandic, condannato per il coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Dusko Jovanovic del quotidiano nazionale “Dan”. Il caso delle foto “rubate” nella cella dell’ex sindaco si è trasformato rapidamente in uno scandalo a livello nazionale, che ha scoperto un sistema di infiltrazioni, introduzioni di oggetti illegali ed inspiegabili trattamenti di favore nei confronti di alcuni carcerati eccellenti.
Dagli inizi del 2013 ad agosto di quest’anno, secondo i dati in possesso dell’amministrazione carceraria, sono stati sequestrati 1291 telefoni cellulari nel solo penitenziario di Spuz. I telefonini non sono ammessi nelle celle dei detenuti, ricorda Vladan Pavicevic, investigatore privato di Podgorica intervistato dal “Novi Magazin”. “Se in un’unità detentiva vengono rinvenuti dei telefoni o altri apparecchi di tecnologia avanzata, è chiaro che si infrange il regolamento di un carcere”. Avere un telefonino significa poter contattare, spiega Pavicevic, familiari ma anche avvocati, e la fuga di notizie all’esterno è particolarmente rischiosa quando si tratta di indagini che riguardano il crimine organizzato. I carcerati trovano evidentemente delle connivenze all’interno delle strutture, come dimostrato nel 2010 con il rinvenimento, in un pacco alimentare destinato alla mensa, di 10 cellulari ancora confezionati. Sempre nel carcere di Spuz, nel 2012, un’indagine interna fece emergere la presenza di 4 cellulari all’interno del settore di massima sicurezza.
Si venne così a scoprire che i secondini guadagnavano dai 400 ai mille euro per apparecchio, e il prezzo dipendeva dal settore, più o meno sorvegliato, a cui era venduto il telefono. Lo scandalo si allargò a macchia d’olio quando alcuni dei carcerati cominciarono a postare direttamente le loro foto su Facebook. “Ecco come è fatta Spuz”, commentava sotto la foto della propria cella I.R. di Podgorica, condannato per duplice omicidio. Un altro detenuto, V.S., scriveva sotto le immagini di essere “per natura una persona umile, ma qui in prigione – proseguiva – vivo davvero come un re”. Il trattamento, naturalmente, non è per tutti uguale, e l’anno scorso è stato scoperto forse il caso di miglior permanenza, a memoria d’uomo, nelle carceri montenegrine. L’istituto penitenziario è questa volta quello di Bjielopolje, e il detenuto si chiama Dusko Saric, conosciuto alle cronache italiane per essere stato arrestato nel 2010 a seguito delle indagini della Procura di Milano.
Le autorità italiane avevano condotto per tre anni pedinamenti e intercettazioni su un flusso di cocaina che era arrivato anche fino a mille chili al mese, e che veniva gestito dalla banda con a capo il fratello maggiore Darko. Il Montenegro ha condannato Dusko a 8 anni per il riciclaggio di 22 milioni di euro derivanti da proventi illeciti, e la sua permanenza a Bijelopolje ha assunto dei contorni quasi leggendari dopo che i media hanno scoperto dei “particolari lavori di ristrutturazione” ordinati all’interno della sua cella.
Appena giunto in carcere, secondo le fonti riservate dei giornali, Saric junior si sarebbe lamentato delle condizioni in cui versava la sua stanza. In particolare non poteva sopportare lo stato del bagno, sempre affollato, utilizzato in comune con gli altri carcerati e senza la cabina per la doccia. Non si sa bene da dove sia partito il via libera per dei lavori che hanno coinvolto un’intera squadra di muratori, e che soprattutto sono stati eseguiti rigorosamente sotto istruzioni e secondo il gusto personale di Dusko. Dopo giorni di intensa attività, nel bagno sono comparse piastrelle nuove e cabine per la doccia, una per ogni detenuto che doveva frequentare lo spazio in comune.
A onor del vero le opere di ristrutturazione sono state eseguite interamente a spese di Dusko e non a carico dei contribuenti montenegrini: forse anche per questo la dirigenza carceraria ha chiuso un occhio su un’operazione condotta per così lungo tempo alla luce del sole, e sempre per questo motivo, forse, è stato permesso più volte al giovane Saric di entrare nella stanza del direttore per due chiacchiere e un caffè, come raccontano alcuni detenuti. Nonostante i benefits, la permanenza di Saric a Bijelopolje non è stata poi così lunga e dopo due sentenze di condanna al giovane Dusko è stato concesso di trascorrere le sue giornate presso l’Hotel Mediteran a Budva. Anche questo resort esclusivo, secondo la pubblica accusa che in Serbia indaga sul fratello maggiore Darko, potrebbe fare parte dell’impero di famiglia nato con il riciclaggio dei proventi del narcotraffico.
(Fonti: Novi Magazin – agenzie)