Il vescovo di Liverpool, Paul Bayes, ha duramente criticato i cristiani evangelici americani per il loro “sostegno acritico” a Donald Trump, esortandoli a riflettere su come la loro approvazione verso il capo della Casa Bianca si relazioni con la loro fede. Parlando con il Guardian, Bayes ha detto: “Alcune delle cose che sono state dette dai leader religiosi sembrano colludere con un sistema che emargina i poveri, un sistema che costruisce muri anziché ponti, un sistema che dice che le persone ai margini della società dovrebbero essere escluse, un sistema che dice che non stiamo più accogliendo le persone nel nostro paese”.
E sulla stessa onda ma con toni più sfumati anche ill presidente della Conferenza episcopale salvadoregna, monsignor José Luis Escobar Alas, che si unisce alle pressioni diplomatiche del Governo del Salvador sulla Casa Bianca per il rinnovo dello “Status di protezione temporanea” (Tps) a favore dei cittadini del Paese residenti negli Stati Uniti, la cui ultima proroga scade l’8 marzo. Entro il 7 gennaio, infatti, è attesa la decisione del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale: una risposta negativa comporterebbe il rientro forzato in patria di 190mila salvadoregni senza documenti. Nel corso di una conferenza stampa per gli auguri natalizi, l’arcivescovo di San Salvador ha detto che la Chiesa salvadoregna è addolorata dal “triste dramma vissuto da molti nostri fratelli migranti” e dai “maltrattamenti da essi subiti”. “Per il solo fatto di essere migranti e privi di documenti legali – ha aggiunto rivolgendosi all’Amministrazione Trump – non sono criminali siamo tutti fratelli in Cristo, figli dello stesso Dio e questo è il senso del Natale”.
Insomma l’ultima grana del presidente americano potrebbe essere proprio la Chiesa
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