«Qualsiasi perdita di vite umane è una tragedia, e penso che tutti noi possiamo concordare sul fatto che questa situazione fosse evitabile». Con queste parole la segretaria per la Sicurezza Interna statunitense Kristi Noem ha commentato in conferenza stampa l’uccisione di una donna da parte degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) durante una vasta operazione federale a Minneapolis. Ma la formula di circostanza dura lo spazio di una frase. Subito dopo, la vittima viene trasformata in colpevole, l’uccisione in atto necessario, la responsabilità politica in un dettaglio irrilevante.
Secondo la versione fornita da Noem, «gli agenti le hanno ripetutamente ordinato di uscire dall’auto e di smettere di ostacolare le forze dell’ordine, ma lei si è rifiutata e ha usato la sua auto come arma, tentando di investire un agente delle forze dell’ordine». Da qui la conclusione più grave: «Questo sembra un tentativo di uccidere o causare lesioni fisiche agli agenti, un atto di terrorismo interno».
È una definizione che pesa come una condanna postuma. Chiamare “terrorismo interno” ciò che i video disponibili non mostrano — un’aggressione deliberata, un attacco pianificato, una minaccia reale e imminente — significa piegare il linguaggio alla funzione più brutale del potere: giustificare l’uccisione di una civile e mettere a tacere ogni domanda sulla proporzionalità dell’uso della forza. La donna non viene più descritta come una persona, ma come una minaccia astratta, un bersaglio legittimo.
Le immagini circolate online, riprese da più angolazioni, raccontano una dinamica diversa da quella evocata dal Dipartimento per la Sicurezza Interna: un’auto che si allontana, agenti che si avvicinano, colpi esplosi mentre il veicolo è in movimento, nessuna evidenza visibile di agenti travolti o feriti. Eppure, davanti a questi elementi, l’amministrazione Trump non arretra di un millimetro. Al contrario, alza il livello dello scontro semantico, criminalizzando la vittima per blindare l’impunità degli agenti.
La disumanità sta tutta qui: non solo nell’atto di sparare, ma nella scelta politica di difendere a priori chi ha sparato, costruendo una narrazione che annulla la complessità dei fatti e svuota di valore la vita spezzata. La parola “tragedia”, pronunciata in apertura, diventa una foglia di fico dietro cui si nasconde un messaggio chiaro: l’obbedienza vale più della vita, l’autorità più della verità, la forza più del diritto.
È la logica che da anni accompagna le politiche di Trump sull’immigrazione e sull’ordine pubblico, oggi radicalizzate fino al punto di giustificare apertamente l’uccisione di una donna come atto di autodifesa preventiva. Una logica in cui ogni dissenso è sospetto, ogni ostacolo è una minaccia, ogni morte è colpa di chi muore.
In questo quadro, le parole di Kristi Noem non sono un incidente comunicativo, ma l’espressione coerente di un potere che disprezza la vita quando non serve ai suoi scopi. Un potere che spara, mente e accusa, e pretende che tutto questo venga accettato come normale. Ma normale non è. Ed è proprio per questo che va denunciato.