L'Ice pratica il terrorismo di Stato: nell'era Trump la violenza istituzionale diventa strumento politico

L’uccisione di Renee Nicole Good, 37 anni, poetessa, madre di tre figli, colpita a morte a Minneapolis da un agente federale mentre era alla guida della sua auto, non è solo l’ennesimo nome da aggiungere a una lista.

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Manifestazione contro l'Ice
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9 Gennaio 2026 - 18.24


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Negli Stati Uniti sta accadendo qualcosa che non può più essere raccontato come una somma di “incidenti”, di “tragiche fatalità” o di “errori operativi”. Sta accadendo qualcosa di più profondo e inquietante: la violenza istituzionale è diventata una pratica ordinaria, accettata, amministrata, giustificata. E il volto più evidente di questa deriva è l’Immigration and Customs Enforcement, l’ICE.

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L’uccisione di Renee Nicole Good, 37 anni, poetessa, madre di tre figli, colpita a morte a Minneapolis da un agente federale mentre era alla guida della sua auto, non è solo l’ennesimo nome da aggiungere a una lista. È uno squarcio. È il punto in cui la macchina dello Stato mostra senza filtri la propria brutalità. Una donna disarmata, una madre, una voce culturale della sua comunità, abbattuta durante un’operazione di polizia che avrebbe dovuto “far rispettare la legge”. E invece ha prodotto morte.

Intorno a questa vicenda, come già troppe volte in passato, si è subito alzato un muro di opacità: giurisdizioni negate, indagini sottratte alle autorità locali, dichiarazioni che rivendicano l’esclusività federale come scudo contro ogni forma di controllo democratico. È un copione noto. Ed è proprio questa ripetizione a rendere la vicenda ancora più intollerabile.

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Ma Renee Nicole Good non è un caso isolato. Nel solo 2025 decine di persone sono morte sotto la custodia dell’ICE, spesso dopo giorni o settimane di sofferenza evitabile, senza cure mediche adeguate, senza ascolto, senza tutela. Un rapporto dell’American Civil Liberties Union ha stabilito che la stragrande maggioranza di queste morti poteva essere prevenuta. Non parliamo quindi di eventi imprevedibili, ma di negligenza strutturale, di un sistema che accetta la morte come costo operativo.

E poi ci sono i luoghi violati. Chiese, spazi sacri, comunità religiose trasformate in teatri di caccia all’uomo. Persone arrestate durante una funzione, famiglie spezzate davanti agli altari, fedeli terrorizzati. Non è solo una violazione della libertà religiosa: è un messaggio simbolico devastante. Nessun luogo è sicuro. Nessun confine morale è riconosciuto. Nemmeno quello del sacro.

Queste pratiche non producono solo arresti o espulsioni. Producono paura sistemica. Una paura che si insinua nelle comunità migranti, ma che lentamente contagia l’intero corpo sociale. È la paura di essere fermati senza motivo, di essere trattenuti senza garanzie, di morire senza che nessuno risponda. È la paura che lo Stato non sia più un soggetto di diritto, ma un apparato di coercizione.

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È per questo che sempre più osservatori, giuristi, attivisti e cittadini parlano apertamente di terrorismo di Stato. Non nel senso propagandistico del termine, ma in quello sostanziale: l’uso della violenza e dell’arbitrio per intimidire una popolazione, colpendo i più vulnerabili per disciplinare tutti gli altri.

Le proteste esplose negli Stati Uniti dopo l’uccisione di Renee Nicole Good non sono solo un moto di indignazione locale. Sono un grido che attraversa città, Stati, comunità diverse. E non dovrebbero restare confinate entro i confini americani. Perché ciò che accade oggi negli Stati Uniti riguarda una questione universale: quanto siamo disposti a tollerare che la sicurezza venga costruita sulla disumanizzazione.

Quando uno Stato accetta che la morte, l’umiliazione e la paura diventino strumenti amministrativi, non sta più difendendo l’ordine. Sta erodendo le fondamenta stesse della civiltà giuridica. E di fronte a questo, il silenzio non è neutralità: è complicità.

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