Khamenei vacilla dopo 37 anni: i bazarì abbandonano la Guida, restano (per ora) solo Pasdaran e clero sciita
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Khamenei vacilla dopo 37 anni: i bazarì abbandonano la Guida, restano (per ora) solo Pasdaran e clero sciita

Per chi ha avuto modo di vivere in Iran, come chi scrive, è facile percepire che nelle ultime proteste avviate dalla fine di dicembre 2025 c’è qualcosa di profondamente diverso dal passato. 

Khamenei vacilla dopo 37 anni: i bazarì abbandonano la Guida, restano (per ora) solo Pasdaran e clero sciita
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14 Gennaio 2026 - 20.05


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di Pierluigi Franco

L’Iran degli Ayatollah non è nuovo alle proteste di popolo, tutte puntualmente represse con violenza dagli zelanti e potenti Guardiani della Rivoluzione islamica, meglio conosciuti come Pasdaran,  e dai loro giovani e temibili miliziani Basiji. È stato così nel 1999, con le proteste studentesche seguite alla chiusura di un giornale riformista, poi ancora nel 2009, con le proteste del “Movimento Verde” per la presunta fraudolenta rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad, nel 2017-2018 contro inflazione e disoccupazione, nel novembre 2019 contro l’aumento del prezzo della benzina sfociate poi in manifestazioni contro il regime, per approdare nel 2022 alle proteste giovanili del movimento “Donna, Vita, Libertà” scaturite dall’ignobile uccisione della giovane Jina Mahsa Amini rea di aver indossato male il velo. Ma per chi ha avuto modo di vivere in Iran, come chi scrive, è facile percepire che nelle ultime proteste avviate dalla fine di dicembre 2025 c’è qualcosa di profondamente diverso dal passato. 

Innanzitutto c’è la partecipazione allargata a ogni strato della popolazione, a differenza di quanto avvenuto in precedenza quando erano coinvolte precise categorie di cittadini, soprattutto giovani e studenti. Ma l’elemento senz’altro più importante risiede nel fatto che a dicembre la contestazione al regime è partita dai bazar e in particolare dallo storico Gran Bazar di Teheran, un complesso dedalo di corridoi che si snoda per oltre dieci chilometri nel cuore della capitale. Finora i bazarì, gli influenti mercanti iraniani, sono sempre stati fedeli alleati del potere clericale islamico. Lo sono stati fin dalla Rivoluzione khomeinista del 1979. Ma a dicembre, contro ogni previsione, le cose sono cambiate.

A far mutare idea ai bazarì è stata una crisi economica sempre più pesante, divenuta insopportabile per chi opera nel commercio. Così il malcontento nei confronti del governo ha toccato anche coloro che finora erano stati sempre al fianco del regime teocratico. Un quadro inevitabile di fronte a  un’inflazione dilagante, con un aumento continuo ed esasperante dei prezzi dei principali prodotti alimentari, un repentino crollo dei tassi di cambio e una continua svalutazione del rial. Ad aggravare la situazione c’è stata poi una diffusa crisi idrica in molte aree del Paese.

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I dati economici evidenziano un tasso di inflazione tendenziale che a ottobre 2025 ha raggiunto il 48,6%, mentre a dicembre scorso la moneta iraniana ha toccato un minimo storico impressionante: 1,45 milioni di rial per un dollaro statunitense. Tradotto significa famiglie sul lastrico, economia ferma e commercio in affanno. Così la scintilla del Gran Bazar di Teheran è diventata un incendio che ha coinvolto tutte le città iraniane, da Isfahan a Shiraz fino alla città santa di Mashhad da cui proviene anche la Guida suprema, Ali Khamenei. 

Proprio su Khamenei, che ad aprile prossimo compirà ben 87 anni, ricadono le principali accuse sia per quanto riguarda la difficile situazione del Paese, sia per la sanguinosa repressione delle manifestazioni che, secondo Iran International, avrebbe già causato 12.000 morti. Ma il vecchio leader non demorde. Ha dalla sua parte, almeno per ora, i fedeli Pasdaran. In realtà Khamenei salì al potere assai per caso nel 1989, alla morte di Ruhollah Khomeini.

Al suo posto ci sarebbe dovuto essere lo stimato Grande Ayatollah Hossein Ali Montazeri, tra le massime autorità iraniane, caduto in disgrazia per eccesso di visione democratica. Eppure Khamenei non apparteneva alla élite clericale, era un semplice Hojjatoleslam evidentemente scelto dall’Assemblea degli Esperti per la sua rigidità. Più volte contestato all’interno dello stesso clero, per una parte del quale non aveva titoli per divenire Guida suprema, Khamenei ha sempre saputo reprimere ogni voce contraria mettendo agli arresti lo stesso Montazeri con la scusante di volerlo “proteggere”, difficile capire da chi. Oggi, per la prima volta in 37 anni, la Guida sembra traballare dopo che uno dei suoi tre punti cardine, quello dei bazarì, gli ha voltato le spalle. A sostenere il regime islamico, tolta la lobby imprenditoriale, restano ora i Pasdaran e il clero sciita. Quello che sarà da vedere è quanto questi due pilastri riescano ancora a tenere. O se magari qualche forza esterna sia capace di “convincerli” a cambiare orientamento sventolando convenienti offerte. 

 D’altra parte l’Iran, oggi sul lastrico e in piena crisi economica, è in realtà un Paese molto ricco. Lo ha dimostrato la storia, con gli appetiti inglesi sul petrolio iraniano che portarono nel 1953 al colpo di Stato organizzato dai servizi di Gran Bretagna e Stati Uniti per rimuovere il governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadeq, reo di aver nazionalizzato l’industria petrolifera del Paese.

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Un colpo di Stato che riconsegnò il pieno potere allo scià Mohammad Reza Pahlavi, monarca non proprio brillante e assai facilmente manovrabile. Ma oggi a far gola in Iran non è più soltanto l’oro nero. C’è il più grande giacimento di gas naturale del mondo, quello denominato “South Pars” e situato a tremila metri di profondità nel Golfo Persico. Una ricchezza inestimabile, condivisa tra Iran e Qatar (dove prende il nome “North Dome”), alla quale troppi guardano con ghiotta attenzione e che l’Iran non può sfruttare a causa delle sanzioni. Una eventuale caduta del regime degli Ayatollah porterebbe senz’altro a una corsa per l’accaparramento, senza dimenticare la posizione strategica dell’enorme Stato iraniano tra Medio Oriente e Asia centrale. Anche per questo all’Iran guardano gli attuali tre grandi contendenti del mondo, ancora in cerca di un difficile equilibrio: Usa, Cina e Russia. 

Non è facile fare previsioni a breve scadenza, ma certamente un intervento americano tutt’altro che improbabile porterebbe a un aggravamento del caos. I continui appelli alla ribellione che arrivano da Trump e dai suoi fedelissimi rischiano di mettere in cattiva luce gli stessi cittadini iraniani che sono scesi spontaneamente in piazza, facendone oggetto di dubbi sulla manovrabilità da parte di forze esterne.

Ciò rischia di spegnere dall’interno la spinta della protesta per non essere additati a semplici pedine di americani e israeliani, come il regime sostiene. Ma forse qualcuno potrebbe consigliare proprio a Trump una via più semplice per evitare quella militare, assai rischiosa per l’intera regione. Una via favorita anche dai tentativi di Teheran di cercare, in piena rivolta, un canale di dialogo con Washington. Come ha fatto ben capire Trump in ogni occasione, gli affari sono affari. E allora perché non pensare di trovare un accordo sottobanco per spartirsi quelle ricche riserve energetiche? Cambio di regime con salvaguardia per qualcuno che conta e che è più sensibile ai richiami del dollaro, magari tra i temibili Guardiani.

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E che dire delle continue esortazioni agli iraniani che arrivano da Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià che ora aspira a tornare su quel trono del pavone dal quale suo padre fu scacciato a furor di popolo per la politica repressiva e brutale attuata dalla fedele polizia segreta Savak che nulla aveva da invidiare agli Ayatollah.

Certamente qualcuno sta appoggiando il nuovo Pahlavi, ma per lo sfortunato Iran forse non sarebbe la soluzione migliore vista la storia di quella moderna dinastia autonominata appena nel 1925 dall’astuto Reza Shah Pahlavi, nonno dell’attuale pretendente al trono. Fu sotto di lui, nel 1935, che la Persia divenne Iran.

Chi conosce gli iraniani, ha avuto modo di lavorare con loro e fare amicizia sa bene quanto quel popolo meriti una sorte migliore. Per chi ha un filo di ragione è difficile comprendere come si possa finire condannati a morte con l’accusa di “guerra contro Dio”. Perché nella incredibile logica di un presunto diritto teocratico, opporsi a un regime clericale oppressivo equivale a fare guerra a Dio. 

Anche per questo le nuove proteste sono totalmente differenti dalle precedenti nelle quali la richiesta era di riforme del sistema. Stavolta i cittadini sono stanchi e vogliono che tutto cambi, che si tolga il potere al clero e si aprano le porte a un sistema nuovo e democratico. Anche la rivoluzione del 1979 voleva questo. Cacciando lo scià gli iraniani si illusero di poter creare un nuovo sistema aperto e democratico. In principio non era una rivoluzione islamica, ma un movimento di popolo che abbracciava tutte le forze di opposizione allo scià. Lo scaltro Khomeini lo fece credere, tornò dall’esilio di Parigi e sfruttò il movimento di massa per poi eliminare tutti i laici instaurando il regime teocratico islamico.

Oggi gli iraniani sanno di non dover commettere lo stesso errore. Ma nel mondo c’è troppa confusione ed è assai difficile capire quale piega potrebbe prendere la protesta trasformata in rivoluzione. Una confusione che la Persia non ha mai visto nei suoi tremila anni di storia e di civiltà.

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