Gaza, gli europei disertano Il comitato d'affari chiamato Board of Peace: ma non i 'vassalli' Meloni e Tajani
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Gaza, gli europei disertano Il comitato d'affari chiamato Board of Peace: ma non i 'vassalli' Meloni e Tajani

La Casa Bianca ha chiarito che il vertice, ospitato nel rinominato Donald J Trump Institute of Peace, avrà una forte componente finanziaria.

Gaza, gli europei disertano Il comitato d'affari chiamato Board of Peace: ma non i 'vassalli' Meloni e Tajani
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18 Febbraio 2026 - 22.25


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Decine di leader e delegazioni si riuniranno a Washington per l’incontro inaugurale del Board of Peace voluto da Donald Trump. Ma più che come un organismo multilaterale per la pace, l’iniziativa appare a molti osservatori come un vero e proprio comitato d’affari, costruito attorno a logiche di raccolta fondi, relazioni bilaterali e visibilità politica. Gli europei disertano, Meloni e Tajani vanno.

La Casa Bianca ha chiarito che il vertice, ospitato nel rinominato Donald J Trump Institute of Peace, avrà una forte componente finanziaria. Trump ha annunciato sui social che sarebbero stati promessi oltre 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, parlando anche dell’impegno di migliaia di uomini in una International Stabilization Force. Tuttavia, al di là degli annunci, mancano dettagli concreti su governance, catena di comando, basi giuridiche e coordinamento con le istituzioni internazionali già esistenti.

Il Board, nato formalmente con l’obiettivo di ricostruire Gaza, ha visto il proprio mandato ampliarsi fino a includere altri conflitti globali. Una dilatazione che rafforza la percezione di un organismo fluido, politicamente plasmabile, più funzionale alla proiezione internazionale di Trump che alla risoluzione strutturale delle crisi.

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Non sorprende, quindi, che i principali alleati europei abbiano preso le distanze. Ursula von der Leyen ha declinato l’invito, così come i leader di Regno Unito, Germania e Francia. Anche il Vaticano, attraverso Papa Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin, ha ribadito che la gestione delle crisi internazionali dovrebbe restare in capo alle United Nations, evitando organismi paralleli che rischiano di indebolire l’architettura multilaterale.

In questo quadro, colpisce la scelta dell’Italia di partecipare, seppur in qualità di osservatore. È l’unico grande Paese europeo presente, accanto a Stati come Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Ungheria o Kazakistan, realtà con standard democratici molto diversi da quelli dell’Unione europea. Una presenza che viene letta da molti analisti come un segnale di allineamento politico più che di reale incidenza diplomatica.

La partecipazione italiana finisce così per apparire come una forma di subalternità dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni rispetto alla nuova iniziativa trumpiana: più una scelta di collocamento politico che una strategia autonoma. Invece di rafforzare il coordinamento europeo o sostenere il quadro Onu, Roma sceglie di accreditarsi in un contesto percepito come opaco nei meccanismi decisionali e fortemente personalizzato attorno alla figura di Trump.

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Sul piano operativo, intanto, il piano di pace e ripresa in 100 giorni annunciato da Jared Kushner a Davos risulta in stallo. I nodi centrali – chi governerà Gaza, chi garantirà la sicurezza, come verranno gestiti fondi e aiuti – restano irrisolti. Le promesse finanziarie, come ha osservato Aaron David Miller del Carnegie Endowment for International Peace, sono una cosa; la loro effettiva erogazione e traduzione in risultati concreti è un’altra.

Senza progressi tangibili sul terreno, soprattutto sul fronte umanitario, il rischio è che il Board of Peace si riveli più un’operazione di immagine e di influenza geopolitica che un reale strumento di stabilizzazione. E che la sua natura di “comitato d’affari” prevalga sulla missione dichiarata di costruire la pace.

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