No, non occorre essere nostalgici del tempo che, scomodare Fidel e tanto meno il Che. Non occorre sfogliare il libro della memoria e andare, per quelli della mia generazione, giovani negli anni’70, a quello che rappresentò la rivoluzione castrista per quell’America latina trattata dagli Usa come il cortile di casa nel quale fare i propri comodi. No, il nostalgismo non c’entra nulla e nemmeno l’ideologia. Basta avere una coscienza e restare umani. Basta e avanza per gridare che ciò che Trump e la sua cricca stanno facendo al popolo cubano, al popolo non al regime, è qualcosa che grida vendetta.
Ma in pochi sembrano voler esercitare il diritto-dovere all’indignazione. Stanno letteralmente oscurando un Paese, lo stanno affamando. L’Avana come Gaza. E come per Gaza, gli affaristi amici del tycoon, genero compreso, vorrebbero fare della “nuova Cuba” non una Riviera ma un immenso meretricio disseminato di grattacieli e casinò dove attrarre il famelico turista yankee. No, non è un ritorno al passato, agli anni di Batista, alla Cuba porto ospitale dei boss della mafia, come straordinariamente immortalato da Francis Ford Coppola nella saga del Padrino (parte II).
Vogliono prostituire un popolo che deve fare i conti con un embargo senza fine che rende ancora più acuti e drammatici gli errori del regime castrista. Per molti Cuba è stato un modello. Per molti ha rappresentato un ideale di giovinezza. Troppo, forse. Di certo, però, Cuba è stata per decenni un’isola se non felice comunque distante anni luce, in meglio, dalle schifezze perpetrate da regimi fascisti, supportati dagli Stati Uniti, contro i popoli latinoamericani: Pinochet, Videla, e l’elenco potrebbe durare a lungo. Il paladino dell’annientamento di Cuba è un anticastrista di lunga data, il segretario di Stato Marco Rubio, colui che ha spinto Trump all’operazione banditesca in Venezuela.
No, non sono i ricordi, idealizzati, del passato a farci gridare che stanno uccidendo Cuba. Nel silenzio complice della comunità internazionale. E anche di buona parte della sinistra.
Quello cubano è un popolo straordinario, bellissimo, resiliente. Ma ha bisogno di sentirsi sostenuto. Come i palestinesi. Il silenzio suona come complicità con gli aguzzini a stelle e strisce.
Ci sarà tempo per esigere aperture democratiche, per ragionare su un modello in crisi e una leadership non all’altezza. Ma oggi, quello che conta è lottare perché Cuba e i cubani non cada ai piedi di affaristi, speculatori, revanscisti della peggiore specie.
Come per la Palestina. Con Cuba nel cuore.