Hezbollah non difende il Libano: vuole trasformarlo in uno Stato islamico sciita sul modello iraniano
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Hezbollah non difende il Libano: vuole trasformarlo in uno Stato islamico sciita sul modello iraniano

La guerra che sta devastando il Libano con oltre mille morti e più di un milione di profughi  è oggetto di approfondimenti e raconti dettagliati, importanti

Hezbollah non difende il Libano: vuole trasformarlo in uno Stato islamico sciita sul modello iraniano
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

21 Marzo 2026 - 23.10


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La guerra che sta devastando il Libano con oltre mille morti e più di un milione di profughi  è oggetto di approfondimenti e raconti dettagliati, importanti. Questa guerra è combattuta da Israele con metodi e obiettivi discussi e noti, meno può dirsi della lotta e delle finalità di Hezbollah. Il 2 marzo, quando Hezbollah ha attaccato Israele come segno di sostegno all’Iran, ai pasdaran, molti giornali  hanno riferito di profughi sciiti che hanno apertamente contestato quella scelta: “cosa volete ottenere?” Erano le voci, numerose e forti, di un dissenso nuovo, importante, dopo le recenti devastazioni. Ovviamente con la durissima reazione israeliana dei giorni seguenti questa voce si è persa. 

Vorrei allora tornare alle origini di Hezbollah, cioè Partito di Dio. Che lotta è la sua? Vuole la sovranità del Libano o vuole sostituirlo? 

Il teatro dove si svolge la scena è il sud del Libano, occupato da Israele nel 1982, operazione “Pace in Galilea”, finalizzata a espellere dal Libano i guerriglieri dell’OLP. L’occupazione giunse fino a Beirut, poi si sostanziò nel sud, nei territori più vicini a Israele. Si tratta di una zona rurale, con piccoli centri dai quali molti vennero espulsi prima dalla povertà poi dalla guerra. Così Beirut sud divenne il loro nuovo luogo, ma un luogo senza radici, la “cintura della miseria” della città della quale non erano cittadini. E’ qui l’occupazione contro i guerriglieri palestinesi fa emergere i guerriglieri di Dio. 

Allora dobbiamo tornare nei villaggi del sud, occupati da Israele negli anni Ottanta. Il 16 ottobre del 1983, nell’importante cittadina del sud, Nabatiyeh, 50mila libanesi del sud, sciiti, stavano partecipando alla cerimonia che ogni annoi segna la più importanza festa sciita, la confessione a cui appartiene Hezbollah come la vasta maggioranza degli abitanti del sud del Libano. Era una processione, come ogni anno, quella con cui si ricorda il martirio fondante lo sciismo, agli albori dell’islam, quello dell’imam Hussein. Mentre la processione si snodava attraverso il centro cittadino alcune  camionette israeliane insistettero per attraversare il centro, nonostante tutto. Infuriati, uomini, donne e bambini reagirono, lo impedirono. Presi nel mezzo di una reazione così incandescente, gli israeliani aprirono il fuoco, un loro mezzo su dato alle fiamme, il fuoco si fece più intenso: 2 sciiti morirono, 15 risultarono feriti. Molti tra gli studiosi convengono ricordare Nabatiyah serve a cogliere il metodo israeliano, che quel giorno emerse. 

La reazione israeliana prese di mira i chierici sciiti, come Ragheb Harb, ucciso nel 1984. La tesi prevalente è che lui fosse un propulsore potente di quello che sarà Hezbollah, con i suoi sermoni veementi. Quando, a Jibsheet, dopo l’arresto dell’anno precedente, dopo tanti avvertimenti,   fu ucciso, venne proclamato il coprifuoco, ma nessuno forza militare potè fermare le migliaia di sciiti che accorsero per i suoi funerali. Ma fu un miliziano di un altro partito sciita, Amal, un diciottenne, a compiere il primo attentato suicida con un’autobomba proprio allora. Altri fatti successivi comproverebbero che Amal entrava in una fase muova, sulla quale occorrerebbe indagare di più.    

La nascente Hezbollah, a differenza del consolidato partito sciita Amal, esistente da anni, si radicava facilmente a Beirut sud. In quell’ambiente estraniato, avulso dal suo contesto, non risultò difficile al Partito di Dio e ai suoi quadri imporre uno stile di vita strettamente religioso: niente ritrovi al caffè, niente partite a carte. Il rigido khomeinismo di Hezbollah riempiva un vuoto? Amal invece era un partito “laico”. 

La vita andava diversamente  nei piccoli centri del sud. Lì il caffè, le partite a carte, il ritrovo in piazza, magari la sera, per fumare insieme, era un abito, una cultura, uno stile di vita. E quando nel 1988 esplose la guerra tra Amal e Hezbollah molti racconti del tempo ci dicono che Hezbollah la perse nei villaggi del sud, mentre vinse a mani basse a Beirut sud. Dal suo ufficio al comando del contingente dell’ONU Timor Goskel sostenne che Hezbollah e il libanese del sud non andavano d’accordo perché quest’ultimo ha un alto concetto dell’individualità. 

Ma come dietro Hezbollah, anche dietro Amal c’era altro: il sostegno siriano. Da Damasco il regime di Assad, che poi mediò l’accordo di pace tra i due gruppi, faceva presente che i conti si facevano con lui. Damasco al tempo era isolata. Così lasciò che i pasdaran penetrassero in Libano, si installassero nella Beqaa, usassero la loro ambasciata a Damasco per organizzare Hezbollah. Ma la volontà totalitaria di Teheran, fare di Hezbollah il solo partito sciita, non funzionava a Damasco. La voce siriana doveva rimanere decisiva in ogni comunità libanese per mantenere il Paese nella propria orbita. Certo, a quel tempo Damasco avrebbe potuto cancellare Hezbollah, ma non lo fece, perché l’amicizia con Tehran era troppo importante. Ma Hezbollah doveva capire che si passava da Damasco e quindi accettare Amal. Accettò, ma ottenne il disco verde a proseguire la sua guerra contro Israele nella promessa che non avrebbe tentato di prendere tutto il fronte sciita. 

Hezbollah ebbe un enorme vantaggio dall’assassinio del suo leader del tempo, Moussavi, ucciso nel 1992 con un’azione militare del nemico che determinò anche la morte di sua moglie e del loro neonato bambino. Così giunse alla guida del partito Hasan Nasrallah. Con lui arrivò una rilevantissima novità: non bastava compiere le azioni contro l’occupante, occorreva farle vedere, parlarne. Nacquero il giornale, la radio e la televisione di Hezbollah. Una telecamera era sempre presente alle azioni dei miliziani, e le immagini presto arrivavano sugli schermi, nelle case, degli sciiti e non solo. 

C’è un’intervista di Nasrallah al quotidiano As-Safir, del 1992, che spiega il tragitto politico, culturale e religioso che intende seguire: vi dice che all’inizio c’ era un movimento di resistenza e null’altro (primo elemento decisivo, si doveva andare oltre la resistenza, senza dirlo), giovani dediti all’impresa di sfidare uno degli eserciti più potenti al mondo. Dunque servivano combattenti che non si preoccupassero della propria casa, delle possibili ferite. C’era bisogno cioè di uno spirito, quello del jihad, del sacrificio. A questo fine servivano combattenti (ecco la novità che lui illustra ex-post) che si dedicassero a Dio, all’Onnipotente, al martirio, dunque al Partito di Dio (il significato del termine Hezbollah). Nasrallah spiegò così, in un’intervista, che la resistenza  non era più una resistenza nazionale, era una resistenza per un progetto che andava oltre la resistenza, la sconfitta dell’invasore; si intendeva trasformare il Libano, liberarlo dalla malefiche influenze occidentali, farne tutt’altra cosa. Rileggendo oggi si capisce benissimo che questo progetto richiedeva il nutrimento iraniano e il sostegno -per suoi propri calcoli- siriano. Forse quando Hezbollah ha eseguito l’ordine siriano di uccidere l’ex premier libanese Rafiq Hariri ha dimostrato a Damasco che rispettava il vecchio patto, ma inseguiva anche la sua guerra al Libano plurale. Questa guerra ha avuto tante tappe, non solo l’assassinio di Hariri, ma anche l’assedio a cui fu sottoposto il centro di Beirut per isolare il nuovo premier, poi la guerra del 2006, poi l’occupazione di Beirut ovest, e infine la distruzione del porto di Beirut. 

Questa guerra per cosa verrebbe combattuta? Qual è la sua finalità? Nasrallah nell’intervista del 92 la fa capire, ma c’è un altro punto, decisivo, per per capire la “via culturale” di Hezbollah. E’ la storia di Muhammad Ghandour. 

Aveva solo quattro anni, ma ogni pomeriggio, Muhammad Ghandour guardava la stessa videocassetta, che faceva partire da sola sul televisore di casa. Poi chiamava la sorellina perché si unisse a lui. Quel filmato non dura più di cinque minuti. Si vede una fila di squallidi edifici grigiastri, poi, improvvisa, un’esplosione. “Quello è papà”, urlava dopo l’esplosione il piccolo Muhammad, ogni pomeriggio. Su padre, Salah Ghandour, con 450 chilogrammi di esplosivo, si fece esplodere nel sud del Libano contro un convoglio israeliano, causando 12 vittime. Era il 12 maggio 1995. Con visione acuta Hala Jaber, nel suo libro su Hezbollah, ci racconta questa storia e  soprattutto ricorda cosa disse in televisione la vedova di Salah Ghandour: “Per quando fossi scossa dalla perdita della persona più cara che avessi nella mia vita, ero piena di gioia perché lui aveva condotto una simile operazione. E’ qualcosa di cui essere fieri, qualcosa che ci fa alzare la testa con fierezza, soprattutto perché ha allarmato e sorpreso Israele in questo modo. Io non penso di averlo perso completamente, lo vedo sempre di notte, mentre dormo. Viene da me e mi racconta tutto di quegli ultimi momenti, delle sue sensazioni prima del martirio. Sapete, lui mi diceva sempre che quando e se fosse morto non mi sarei mai sentita sola o avvertito un senso di perdita, perché sarebbe venuto a trovarmi nei miei sogni e, grazie a Dio, fa così pressoché ogni notte.  […]” 

Ha ragione Hala Jaber, un miglior “public relations official”  Hezbollah non avrebbe potuto trovarlo. Il punto decisivo è l’indottrinamento profondo, la conquista a una visione della vita e della morte, del martirio come vittoria, vita. I martiri non muoiono, vanno in quel tempo mediano tra il nostro tempo e quello di Dio da dove operano per avvicinare l’Ora, il momento in cui il bene vincerà. 

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