La nuova legge approvata dal parlamento israeliano non è soltanto un inasprimento della politica penale. È, prima di tutto, una linea di demarcazione giuridica che distingue tra vite degne di tutela e vite sacrificabili. E lo fa su base etnica e politica.
Il punto centrale della norma è semplice: la pena di morte diventa la sanzione “predefinita” per i palestinesi nei Territori occupati condannati per attacchi mortali. Non per tutti. Non in modo universale. Ma per una categoria precisa di persone, sottoposte a un sistema giudiziario separato — quello dei tribunali militari — che già oggi offre meno garanzie rispetto alla giustizia civile israeliana.
Qui si annida il nodo politico e morale. Due individui, accusati dello stesso crimine, potranno essere giudicati secondo standard diversi e puniti in modo radicalmente differente a seconda della loro identità. È difficile immaginare una definizione più chiara di discriminazione istituzionalizzata.
La legge non si limita a introdurre la pena capitale. Ne accelera e semplifica l’applicazione: non serve l’unanimità dei giudici, basta una maggioranza semplice; non è necessaria una richiesta esplicita dell’accusa; gli spazi per appelli o clemenza vengono drasticamente ridotti. In altre parole, si costruisce un meccanismo rapido e quasi automatico per arrivare all’esecuzione.
Il simbolismo politico è altrettanto esplicito. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha trasformato la proposta in una bandiera ideologica, evocando pubblicamente metodi di esecuzione e celebrando il voto come un atto di forza nazionale. Non è il linguaggio della deterrenza, ma quello della punizione esemplare, rivolto a un’intera popolazione.
Le critiche internazionali non si concentrano solo sulla pena di morte in sé — già ampiamente contestata nel diritto internazionale — ma sul suo carattere selettivo. Organizzazioni per i diritti umani israeliane parlano apertamente di “violenza razzista istituzionalizzata”. Le Nazioni Unite e l’Unione europea sottolineano che una norma del genere viola il principio di uguaglianza davanti alla legge e rischia di configurare trattamenti crudeli e degradanti.
C’è poi un aspetto più profondo, che riguarda la logica stessa della misura. Presentata come strumento di sicurezza, la legge rischia invece di alimentare ulteriormente il ciclo di violenza. Trasforma il sistema giudiziario in un’estensione del conflitto, dove la pena non è più solo una risposta a un reato, ma un messaggio politico.
Infine, il precedente. Israele ha applicato la pena di morte una sola volta nella sua storia, nel caso di Adolf Eichmann. Introdurla oggi, in modo sistematico e mirato contro una popolazione sotto occupazione, segna un cambio di paradigma. Non è più un’eccezione estrema, ma una politica.
È questo che rende la legge profondamente razzista: non solo ciò che prevede, ma a chi si applica, come si applica e perché viene introdotta. In un contesto già segnato da disuguaglianze strutturali, istituzionalizzare una giustizia a doppio binario significa trasformare la disparità in norma. E la norma, in strumento di potere.
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