Netanyahu e Trump, quando le guerre non finiscono ma si eternizzano
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Netanyahu e Trump, quando le guerre non finiscono ma si eternizzano

Donald Trump continua a trasmettere segnali discordanti. Da una parte segnala lo svolgimento positivo di negoziati, dall’altra minaccia gli iraniani

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1 Aprile 2026 - 10.39


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di Antonio Salvati

Dopo più di un mese dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran permangono forti perplessità sulla logica strategica di quello che, a tutti gli effetti, si configura ormai come un conflitto regionale su vasta scala. Le operazioni – denominate Operation Epic Fury da Washington e Operation Roaring Lion da Israele – hanno infatti rappresentato una significativa escalation nel confronto con Teheran, ma soprattutto restano sul tavolo interrogativi profondi sul futuro del programma nucleare iraniano e sulla natura politica del conflitto restano molti dubbi e pochissime certezze.

Tra queste c’è la determinazione di Benjamin Netanyahu nel ridurre al minimo le capacità militari iraniane, a prescindere da scenari politici successivi. Netanyahu ci pensava da anni a questa guerra che ha un carattere esistenziale essendo l’Iran un nemico storico. Ma era sempre frenato da Washington, da presidenti sia repubblicani sia democratici. Tra le certezze possiamo annoverare anche che la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran – proprio come l’invasione dell’Iraq del 2003 – difficilmente porterà la democrazia nel Paese o la pace nella regione. Ha già causato e rischia piuttosto di causare ulteriore distruzione e instabilità. Tra i dubbi c’è la durata del conflitto, variabile molto rilevante. Indubbiamente, il fattore tempo gioca a favore dell’Iran.

La guerra lampo si è rivelata un’illusione. Inoltre, occorrerà pagare un pedaggio per attraversare Hormuz. Infatti, il Parlamento iraniano ha approvato piani per monetizzare il passaggio delle navi attraverso lo Stretto, ribadendo il “ruolo sovrano” dell’Iran e delle sue forze armate, prevedendo una cooperazione con l’Oman e affermando il divieto per qualsiasi Paese di imporre sanzioni unilaterali contro Teheran. Un quinto delle forniture mondiali di petrolio e GNL passa solitamente per lo Stretto e, dall’inizio della guerra, l’Iran ha già imposto un pedaggio alle navi per garantire un transito sicuro.

Donald Trump continua a trasmettere segnali discordanti. Da una parte segnala lo svolgimento positivo di negoziati, dall’altra minaccia gli iraniani (la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che il presidente “è pronto a scatenare l’inferno” nel caso in cui non venisse raggiunto un accordo) – qualora non volessero scendere a patti – di far esplodere tutte le loro centrali elettriche, tutti i pozzi di petrolio e l’isola di Kharg. Escalation o negoziati? L’isola di Kharg, a 25 chilometri dalle coste iraniane e a meno di 500 dallo Stretto di Hormuz, funge da terminale per il 90% delle esportazioni di petrolio di Teheran.

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La perdita del suo controllo creerebbe i presupposti per chiudere la gran parte dei rubinetti delle entrate del regime. L’isola iraniana, nel Golfo Persico, è il cuore dell’industria petrolifera di Teheran ed è uno dei bersagli economici più sensibili del conflitto in corso. Il preziosissimo terminale, vera cassaforte del greggio del regime, è finora rimasto intatto dopo i numerosi giorni di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele, per i timori di un’impennata dei prezzi del petrolio globale. Gli esperti sostengono che un attacco a Kharg potrebbe provocare un’impennata dei prezzi del petrolio e destabilizzare ulteriormente i mercati energetici globali. Tuttavia, alcuni analisti ritengono il raid di Trump un’ipotesi sempre più vicina.

 Non pochi si stanno chiedendo: è plausibile per Trump vincere questa guerra? Gli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz già si fanno sentire. Al Cairo l’erogazione dell’energia elettrica è già razionata. Per quanto concerne l’escalation, è sul tavolo l’ipotesi delle isole Tunb (Grande e Piccola), due isole strategiche nel Golfo Persico, posizionate vicino allo Stretto di Hormuz. Sono sotto il controllo dell’Iran, che le occupa dal 1971. Sono oggetto di una nota disputa territoriale con gli Emirati Arabi Uniti (EAU). Altra ipotesi l’attacco dell’isola di Larak. Dal 1987 è uno dei maggiori punti di esportazione del greggio iraniano ed è sede di una base militare. Tutte le suddette operazioni militari sono assai rischiose perché comporterebbero forti perdite di militari.

Trump e alti funzionari del dipartimento della Difesa hanno fatto intendere che stanno considerando anche la possibilità di inviare truppe di terra in Iran per impossessarsi dell’uranio altamente arricchito del paese. L’amministrazione americana ha condiviso poche informazioni su quali truppe verrebbero dispiegate, come recupererebbero il materiale nucleare o dove il combustibile andrebbe a finire. “Dovranno andare a prenderlo“, ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio durante un briefing, riferendosi alla possibile operazione di terra in Iran. Sono tutti piani militari assai complicati.

Anche se secondo quanto segnalato dal Wall Street Journal il Pentagono ha in programma un dispiegamento imminente di 3.000 soldati in Medio Oriente, provenienti dalla 82esima divisione aviotrasportata dell’esercito, specializzata in “operazioni di ingresso forzato congiunte“. Un piano rispetto al quale alcuni rappresentanti del Congresso avrebbero espresso la propria preoccupazione.

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Ad oggi, un accordo diplomatico rimane difficile perché ognuno crede di poter resistere più dell’altro. C’è da annoverare, inoltre, anche che gli Houthi sono entrati in guerra e hanno lanciato dallo Yemen nei giorni scorsi missili balistici in Israele. Gli Houthi, ribelli filoiraniani, non scherzano e sono importanti in relazione a Bab el-Mandeb, infatti, uno Stretto strategico tanto quanto Hormuz. Situato tra lo stesso Yemen e i Paesi africani di Gibuti ed Eritrea, Bab el-Mandeb collega l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Mar Rosso e il canale di Suez.

C’è da chiedersi chi potrà disarmare lo spirito bellicoso che ha fatto iniziare e fa continuare questa guerra? Chi potrà portare pace? La crisi delle Nazioni Unite è un pessimo segno. Il rifiuto di questa organizzazione è dichiarare che i popoli non hanno un destino comune. La guerra non è più un “flagello”, ma uno strumento che si usa con una disinvoltura incredibile.

Si usano armi terribili, pur senza pensare alla ripetuta minaccia atomica, basta guardare ai droni, nuovi protagonisti della morte e della distruzione. Dietro a questa riabilitazione della guerra, c’è l’idea dei poteri tecno-finanziari che deve scorrere sangue per rinnovare un mondo bloccato, che non cresce. Che senso hanno i martellanti attacchi israeliani e americani?

Morte e terrore. Le guerre – ha più volte osservato Andrea Riccardi – non finiscono e non si vincono: ma si eternizzano. Non lo si è imparato dalla storia recente. I russi hanno forse vinto in Ucraina? La guerra non solo è crudele, ma non porta alla vittoria. I libanesi – altre vittime di questa guerra – sono quasi sei milioni e ospitano dal 1948 mezzo milione di profughi palestinesi e più recentemente quasi due milioni di siriani. Oggi una marea di profughi, un milione e più, si è rifugiato dal Sud verso il centro e il Nord.

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Ieri Gabriele Nissim dalle pagine di Avvenire ci invitava a immaginare se improvvisamente nella nostra vita quotidiana, con i nostri figli, i nostri genitori, i nostri amici e colleghi, pensassimo che ogni rapporto umano fosse basato sul potere e sulla legge del più forte e si abolisse qualsiasi sentimento di fiducia, di amore e di amicizia. La nostra vita «sarebbe un inferno e ci muoveremo ogni giorno con un coltello o una pistola in tasca timorosi che se non lo facessimo qualcun altro ci potrebbe accoltellare o sparare prima di noi». in un mondo dove prevale la legge del più forte, la legge delle armi contro gli Stati, ma anche contro i popoli da parte di autocrazie, dittature, ma anche di paesi che negano i diritti di un altro popolo sembrano diventare la regola generale e rischi di portarci tutto un conflitto generalizzato nel mondo, come ammoniva Papa Francesco, quando prefigurava che la guerra a pezzettini poteva portarci tutti di nuovo nell’abisso. 

Occorre impegnarsi senza indugio per riaffermare con forza l’idea che la complessità della pluralità umana si governa sempre con il dialogo, la diplomazia e con metodi pacifici. Noi – afferma Nissim – «purtroppo non abbiamo il potere di arrestare queste guerre soltanto con l’indignazione, ma abbiamo il potere di fare conoscere tutti coloro che negli scenari di guerra oggi sono impegnati a lottare per una via alternativa. È il potere dei senza potere del nostro tempo». Giorgio La Pira, grande uomo di pace, affermava che «al negoziato globale non c’è alternativa»: bisogna uscire dall’età della forza verso un tempo di negoziato, verso l’età del dialogo. Bisogna ricominciare a parlarsi, ha ribadito nei giorni scorsi Andrea Riccardi. Oggi il linguaggio di guerra è fatto di brevi messaggi, accuse, annunci di vittoria o uccisione. «Non è certo parlarsi, ma proseguire a combattersi con le parole». Il 24 agosto 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Pio XII, affermava, quasi implorando i leader politici: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare».

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