L’Iran ha confermato di aver ricevuto una proposta di cessate il fuoco, ma accusa gli Stati Uniti d’America di non essere pronti alla pace. Secondo quanto riportato da Reuters, un alto funzionario iraniano ha dichiarato che Teheran sta esaminando un piano articolato in due fasi, trasmesso dal Pakistan.
Il piano, secondo un’indiscrezione di Axios citata da fonti statunitensi, israeliane e regionali, prevederebbe una tregua di 45 giorni come primo passo verso una possibile cessazione definitiva del conflitto.
Da Teheran arriva però una linea netta: l’Iran non riaprirà lo Stretto di Hormuz in cambio di un cessate il fuoco “temporaneo” e ritiene che Washington non abbia la volontà politica di arrivare a una tregua stabile. Il funzionario ha inoltre sottolineato che l’Iran non accetterà pressioni né scadenze imposte per prendere decisioni su una questione così delicata. In pratica l’Iran sente il profumo di trappola lontano mille miglia.
Del resto, come si è ampiamente visto a Gaza, fidarsi di Netanyahu e Trump, ossia due leader guerrafondai la cui parola non vale nulla, è molto rischioso.
Le tensioni restano altissime anche per le dichiarazioni di Donald J. Trump, che nel fine settimana ha minacciato di “cancellare” centrali elettriche e ponti iraniani se Teheran non accetterà entro una scadenza precisa la riapertura completa dello Stretto di Hormuz.
Il nodo è cruciale: circa un quinto del petrolio mondiale transita abitualmente attraverso lo Stretto di Hormuz, e la sua chiusura di fatto sta già producendo effetti pesanti sull’economia globale, tra aumento dei prezzi energetici e instabilità dei mercati.
In questo quadro, il negoziato appare fragile e contraddittorio: da un lato contatti e proposte, dall’altro minacce esplicite e diffidenza reciproca. Una combinazione che rende ancora lontana, per ora, qualsiasi prospettiva di pace duratura.