Sánchez, il coraggio politico sull'immigrazione come contro la guerra e in difesa del diritto internazionale
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Sánchez, il coraggio politico sull'immigrazione come contro la guerra e in difesa del diritto internazionale

Sánchez è andato oltre i proclami, negando appunto l’utilizzo agli aerei americani delle basi collocate nei comuni andalusi di Morón de la Frontera e di Rota, per azioni estranee all’accordo con gli Stati Uniti e alla Carta dell’Onu.

Sánchez, il coraggio politico sull'immigrazione come contro la guerra e in difesa del diritto internazionale
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9 Aprile 2026 - 11.22


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di Antonio Salvati

Il premier spagnolo Pedro Sánchez è diventato non da oggi il portabandiera dell’opposizione politica occidentale al presidente degli Stati Uniti. Il Wall Street Journal ci ha segnalato che già lo scorso dicembre Sánchez – mentre analizzava con i suoi collaboratori i rapporti dell’intelligence che valutavano la volontà del presidente Trump di dichiarare guerra all’Iran – espresse chiaramente la sua posizione. Proprio analizzando le gravi conseguenze per le forniture energetiche e l’economia europea, Sánchez si scagliò, a gran voce, contro l’ipotesi di un’aggressione all’Iran. Incurante della reazione di Trump.

Com’è noto, il governo spagnolo fin dal primo momento ha condannato la guerra iniziata in Medio Oriente dagli Stati Uniti e da Israele, ponendosi a difesa del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, perché si può ripudiare il regime iraniano e allo stesso tempo esigere la fine del conflitto. Presa di posizione, quella spagnola, assunta in Europa praticamente in solitudine. Infatti, solo i governi di Irlanda, Svezia, Slovenia e Danimarca hanno criticato l’intervento statunitense. Tutti gli altri leader europei balbettavano o tacevano. La sua posizione spagnola si è distinta soprattutto da quella dei governi francese, tedesco e britannico, disponibili invece a collaborare con gli Stati Uniti per difendere i propri interessi nella regione.

Sánchez è andato oltre i proclami, negando appunto l’utilizzo agli aerei americani delle basi collocate nei comuni andalusi di Morón de la Frontera e di Rota, per azioni estranee all’accordo con gli Stati Uniti e alla Carta dell’Onu. Pertanto, 15 aerei americani hanno dovuto abbandonare le basi sul territorio spagnolo, in direzione di quelle situate in altri paesi europei appartenenti alla Nato.

Eppure, se vivessimo in un contesto profondamente diverso, gran parte di quello che sostiene Sánchez dovrebbe essere ovvio: l’attacco all’Iran è una violazione del diritto internazionale, la posizione del governo spagnolo è coerente con quella espressa per l’Ucraina e per Gaza, il rischio di ripetere gli errori dell’Iraq è altissimo (in Spagna molti ricordano ancora quando nel 2003 le piazze furono invase dal movimento pacifista contro scoppio la guerra nel Golfo Persico promossa dal trio Bush, Aznar e Blair) . 

Alla luce dei tempi che corrono, occorre rilevare il forte coraggio politico di Sánchez in tema di immigrazione. Mentre da Minneapolis arrivavano le inquietanti immagini degli abusi dell’ICE, il braccio armato della politica migratoria di Trump, il governo spagnolo annunciava la più grande regolarizzazione di migranti degli ultimi vent’anni, che consentirà a oltre mezzo milione di persone di avere documenti in regola. L’ultima grande regolarizzazione l’aveva approvata un altro socialista, José Luis Rodríguez Zapatero, nel 2005. Si ebbe un aumento dell’immigrazione nel Paese: la Spagna diventò anche una meta prediletta per migliaia di italiani, giovani e non. Flusso che da allora, malgrado gli anni duri della Grande Recessione, non si è più fermato.

Nel 2025 l’economia spagnola è cresciuta del 3%, mettendo in piedi una gestione economica attraverso il controllo dei conti pubblici e la consistente crescita dei posti di lavoro. C’è un forte flusso migratorio e oggi la popolazione spagnola è vicina ai 50 milioni di abitanti, mentre non tanto tempo fa non superava i 40 milioni. Anche se non tutto il quadro generale è luminoso. Vedi i gravi casi di corruzione che vedono protagonisti figure centrali e leaders del Partito socialista. Anche la gestione delle tensioni territoriali della Spagna, come la vicenda complessa della Catalogna. Sánchez è riuscito a disinnescare gli animi indipendentistici o i tentativi di colpi di stato. I socialisti oggi governano la Catalogna, seppur a spese di forti concessioni ai separatisti catalani da molti spagnoli considerate indecenti e incostituzionali, come la concessione dell’amnistia (a differenza dell’Italia l’amnistia non è prevista dalla Costituzione; è previsto l’indulto) ai condannati per i fatti del separatismo. Sánchez aveva escluso la possibilità della concessione dell’amnistia. Amnistia che lo ha aiutato ad ottenere i voti per governare a Barcellona.

L’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche in Spagna. L’attivismo di in politica internazionale sposta l’attenzione dalle questioni interne. Tuttavia, il suo impegno contro la guerra non è detto che sarà sufficiente a dare l’impulso per vincere. I suoi posizionamenti in politica internazionale non è detto che saranno sufficienti a formare delle alleanze solide. I sondaggi dicono che se si votasse oggi vincerebbero i conservatori del Partido Popular, costretti ad allearsi con l’estrema destra di Vox.

Torniamo all’impegno internazionale di Pedro Sánchez. Sánchez si è rifiutato di applicare il 5% di aumento alle spese Nato, ha condannato il genocidio palestinese e ha espresso piena contrarietà all’intervento militare in Venezuela. Propone nuovamente il riferimento europeo contro l’avanzare di un nuovo mondo ordinato sulla violenza e alieno alla legalità internazionale e al multilateralismo.   Alla Moncloa, palazzo che ospita la sede della Presidenza del Governo, sono certi di stare dalla “parte giusta della Storia”. Certamente il governo spagnolo ha assunto posizioni vicine alla sensibilità espressa negli ultimi decenni da diversi pontefici. «Non dobbiamo abituarci alla guerra». È il forte appello che Papa Leone XIV ha più volte lanciato. «Il cuore della Chiesa è straziato dal grido che si leva dai luoghi della guerra», dice il Papa citando e ricordando l’Ucraina, l’Iran, Israele e Gaza. Non solo un appello alla pace, ma anche la sottolineatura che «bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati. In realtà poiché in queste guerre si fa uso di armi scientifiche, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti a una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati».

Leone XIV ha fatto sue due frasi pronunciate da due suoi predecessori contro la guerra. «In nome della dignità umana e del diritto internazionale ripeto ai responsabili ciò che soleva dire loro Papa Francesco “la guerra è sempre una sconfitta”. E Pio XII diceva “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”». Con un linguaggio semplice, esattamente nel solco della «pace disarmata e disarmante» richiamata fin dal suo primo saluto dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro, Papa Leone ripete che «le armi possono e devono tacere». «Non risolvono mai i problemi, ma li intensificano soltanto». In un altro intervento ha insistito: «La pace si costruisce nel cuore» e «la guerra non è mai inevitabile». Sembrano parole scontate, per il leader spirituale della cattolicità, ma il tono e il tempismo suggeriscono invece altro: Papa Leone non si limita a offrire ai fedeli dei “luoghi comuni”, ma sta intervenendo nella “grammatica” stessa della violenza geopolitica. Le spese militari stanno aumentando in maniera esplosiva, i profitti dell’industria militare galoppano e pure l’indifferenza per gli impatti umanitari della guerra è in crescita. E mentre il mondo brucia così, arriva un Papa che predicache «la pace di Cristo non è il silenzio della tomba dopo il conflitto» e che la vera Pace richiede «riconciliazione, perdono e coraggio». Assai difficile per i politici e i governi far proprio un simile discorso. Ancora meno per i produttori di armi.

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