È uscito da pochi giorni il nuovo, interessantissimo libro di Seba Pezzani intitolato La guerra civile d’America, un viaggio tra le contraddizioni dell’America contemporanea arricchito da elementi storici serviti al lettore tramite un navigatore d’eccezione quale James Grady, lo scrittore principalmente noto per il libro I sei giorni del Condor, poi trasportato sul grande schermo da Sidney Pollack con il titolo I tre giorni del Condor, uno dei capolavori del cinema americano degli anni Settanta, interpretato magistralmente da Robert Redford, Faye Dunaway e Max von Sydow.
Il titolo di quest’opera, che a prima vista può sembrare esagerato, è invece calzante. L’avvento della seconda amministrazione di Donald Trump, più che mai fascisteggiante secondo Grady e lo stesso Pezzani, sta trasformando gli Stati Uniti da terra che venera la libertà, almeno nelle aspirazioni, a paese in cui la repressione del pensiero “non allineato” viene attuata con metodi che si ricollegano quasi direttamente al fascismo. L’idea espressa nel titolo ben riassume lo stato di una nazione in conflitto, più ancora che con nemici esterni, con i suoi stessi principi, minando la sopravvivenza dell’esperimento americano, almeno così come l’abbiamo conosciuto.
Con l’aiuto del suo “Virgilio” americano, l’autore ben descrive le contraddizioni di un paese che, nel bene e nel male, non ha mai avuto il senso dei (propri) limiti e che sembra aver smarrito la consapevolezza che le sue radici affondano in tante altre terre e nazioni, lasciando spazio alla convinzione, sempre più ingiustificata, di essere la massima espressione di libertà e di grandezza che il mondo abbia visto mai.
A seguito della vittoria nella Seconda guerra mondiale, in cui la nazione americana si è guadagnata lo status di salvatrice del mondo, la politica ha fatto di tutto per ricompensare la nazione per i sacrifici fatti per combattere il fascismo. Grady è cresciuto in quel periodo di ottimismo e di progresso, che però ha iniziato a incrinarsi con la guerra in Vietnam. È da lì che è iniziato il declino americano e Grady distribuisce equamente le colpe ai due partiti.
Da Reagan in avanti, la destra americana è stata abilissima a mirare il proprio vocabolario e la propria strategia di comunicazione, cose in cui la sinistra è stata invece fallimentare, per metterli al servizio dei plurimiliardari che la sostengono (di cui gli Stati Uniti sono il paese a maggior concentrazione).
Sfruttando la maggioranza a loro favorevole alla Corte Suprema, che con la sentenza in Citizens United ha spianato la strada ai finanziamenti illimitati ai partiti e alle spese occulte per pubblicità elettorali, e il consolidamento degli organi di informazione e dei social in poche mani, i Repubblicani hanno saputo creare una realtà alternativa, totalmente disconnessa dai fatti, in cui sono loro i paladini dei lavoratori e dei ceti meno abbienti, mentre i democratici sarebbero sostenitori di un élite intellettuale fatta di professori universitari, giornalisti e attivisti, quando la realtà si avvicina all’esatto contrario.
In questa trappola retorica è caduto anche Grady, quando dice che la rovina del partito democratico è stata quella di sposare le teorie “woke”, come le questioni di identità sessuale e di genere, che a suo dire servono ai democratici solo per pavoneggiarsi inutilmente. Si tratta di una teoria alquanto discutibile, su cui ci sarebbe da fare un discorso lungo e articolato, inadatto a questa sede. Resta il fatto che, se c’è cascato pure lui, c’è veramente da temere per il futuro degli USA.
Ciò detto, il coinvolgimento di Grady nel libro è una felicissima intuizione perché le sue esperienze, raccontate attraverso vividi ricordi e osservazioni incisive, servono a ricordarci quello che l’America è stata sperando che possa riprendersi, ma anche a darci la consapevolezza che il contrasto tra quell’America e quella attuale non è il prodotto di fantasie catastrofiste ma di un disequilibrio sociale e di tensioni che rischiano di minarne l’esistenza.
