Chi continua a classificare le guerre di Israele come guerre di difesa, o è incompetente o è in malafede. Le guerre di Israele, quelle in corso come quelle degli ultimi decenni, sono altro: guerre di conquista. E con l’attuale governo fascio-messianico sono diventate anche guerre volute dal Dio della Torah. Guerre per realizzare il disegno divino di Eretz Israel. La guerra come fine. Come missione. La guerra come assicurazione sulla propria vita politica. La guerra come normalità.
Un tema sviluppato su Haaretz da Zvi Bar’el, tra i più accreditati analisti israeliani e mediorientali.
“Solo un’altra guerra – Nient’altro”
Così Bar’el sviluppa il titolo del suo pezzo: “Il termine «intollerabile» non basta nemmeno lontanamente a descrivere l’esperienza di migliaia di israeliani che erano convinti dell’esistenza di un contratto sociale tra loro e lo Stato, o almeno di un «protocollo d’intesa» vincolante, e che l’unica cosa che mancava fosse un’entità giuridica che lo facesse rispettare.
Gli israeliani non possono sapere quando un drone in fibra ottica li colpirà. Studenti terrorizzati giacciono sul pavimento delle aule in attesa di un’esplosione, genitori ansiosi preferiscono giustamente tenere i propri figli a casa, annunci agghiaccianti da parte del portavoce dell’esercito che sono stati “autorizzati alla pubblicazione”, imprenditori che hanno da tempo dimenticato come fosse la loro attività e città fantasma i cui residenti non hanno alcuna intenzione di tornare. Di fronte a tutto questo c’è un governo compiaciuto, privo di direzione e di scopo, e incapace di proteggere la propria popolazione.
Ecco come appare oggi il nord di Israele, come se non fosse più un territorio controllato dallo Stato di Israele.
In teoria, la soluzione a tutto questo è semplice, persino allettante. Il governo dovrebbe ordinare alle Forze di Difesa Israeliane di occupare tutto il Libano, e l’aviazione dovrebbe liberarsi dalle catene imposte dall’amministrazione Trump e ridurre in cenere le infrastrutture civili di Beirut, la Valle della Beqaa e il resto del paese. Ci vorranno al massimo due o tre settimane, e poi la calma tornerà nel nord di Israele.
Tranne che la situazione, purtroppo, è un po’ più complicata. Il nord di Israele è sfuggito al controllo israeliano ed è ora parte integrante dell’“anello di fuoco” dell’Iran. I suoi residenti sono costretti a sacrificare le loro vite per proteggere un altro “memorandum d’intesa”, quello che dovrebbe rimuovere la “minaccia esistenziale” dall’intero Stato di Israele. L’ordine delle priorità non è negoziabile. È stato stabilito a Washington e a Teheran, e prima ancora che una sola clausola dell’accordo tra Iran e Stati Uniti sia stata firmata, Israele ne sta già pagando il prezzo.
In realtà, non c’è nulla da fare al riguardo. Chiunque volesse stare sotto l’ombrello difensivo americano o pensasse che la guerra contro l’Iran sarebbe stata una passeggiata deve capire che se si fa una passeggiata senza una mappa, sarà difficile ritrovare la strada del ritorno.
In breve, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è da biasimare non solo per l’Iran, ma anche per la situazione nel nord di Israele. Se non fosse per lui, il nord sarebbe fiorente perché l’Iran e Hamas sarebbero stati sconfitti, e Hezbollah sarebbe stato il prossimo.
Ma supponiamo, per amor di discussione, che Trump giunga alla conclusione che non c’è alcuna possibilità di un accordo con l’Iran, che revochi le restrizioni imposte a Israele in Libano e che in un tweet su Truth Social ordini: «Aprite le porte dell’inferno. Bombardate Beirut e la Bekaa quanto volete. Distruggete la civiltà libanese». In altre parole, scatenate un’altra guerra del tipo che sapete come iniziare ma non come e quando concludere – fatelo e basta, senza di me.
Il problema è che questa ricetta è già stata provata, e il risultato si è rivelato velenoso.
Ma c’è un’altra opzione che il presidente degli Stati Uniti può proporre: mantenere il cessate il fuoco e raggiungere un accordo di sicurezza con il governo libanese, che ha già respinto la legittimità militare di Hezbollah ed è pronto a perseguire un processo diplomatico con Israele. Fornire alle forze armate libanesi armi e munizioni, consentire loro di stazionare lungo il confine con Israele e coordinare con esse la risposta a qualsiasi violazione. Ritirare le forze israeliane dal Libano. Soprattutto, comprendere che si vive in un’area pericolosa dove non esistono soluzioni perfette né accordi perfetti.
Per sostenere la sua proposta, Trump potrebbe ricordare ai leader israeliani che la stessa Idf ha avvertito che nemmeno un’occupazione completa del Libano potrebbe garantire il disarmo di Hezbollah o un futuro senza conflitti. Potrebbe spiegare al primo ministro Benjamin Netanyahu che persino Trump, il maestro dell’arte dell’accordo, sta puntando a un accordo molto parziale con l’Iran, limitando le perdite e scendendo a compromessi sui propri sogni.
Trump non dirà mai tutto questo ad alta voce, ma sembra che abbia già capito che non si può ingannare tutta la gente per tutto il tempo. Il governo di Israele è ancora fiducioso di poter vendere le sue clamorose sconfitte in colorati involucri di vittoria. Sta esortando a un po’ più di pazienza – dopotutto, sapete già come sopportare”, conclude Bar’el.
Tra i punti toccati da Bar’el c’è quello, cruciale, della militarizzazione dei media, trasformati in strumenti “goebbelsiani” della propaganda governativa. Quella che aveva glorificato “l’annientamento totale” di Hamas, che non c’è stata. La propaganda che ha venduto lo storytelling della guerra contro l’Iran come una guerra di liberazione per il popolo iraniano vessato dal regime degli ayatollah. Una cosa, però, va riconosciuto a Netanyahu e alla sua cricca gangsteristica al governo: quella di non aver mascherato il volto della destra al potere in Israele. Una destra bellicista, golpista, razzista, messianica, che disumanizza il nemico, considerando tale anche i bambini di Gaza, potenziali terroristi in erba e come tali target legittimi per l’”esercito più morale al mondo”.
Ma l’Europa ha trovato il modo per tentare di rifarsi una credibilità persa da tempo, individuando la mela marcia nel governo dell’”unica democrazia del Medio Oriente: Itamar Ben-Gvir. Una operazione ipocrita che, sempre sul quotidiano progressista, viene disvelata da Odeh Bisharat, in una puntuta analisi titolata: “Il clamore suscitato da Ben-Gvir in Occidente”.
Osserva Bisharat: “I social media sono pieni di video che mostrano palestinesi legati e umiliati in posizioni che ricordano quelle degli attivisti della “Flottiglia della Libertà per Gaza” della scorsa settimana; palestinesi stipati “di loro spontanea volontà” all’interno di un camion dei rifiuti per placare la fame delle loro famiglie; ebrei estremisti che bruciano frutteti, aggrediscono contadini palestinesi, uccidono a sangue freddo e maltrattano il bestiame. Tutti questi casi sconvolgono l’opinione pubblica occidentale, ma il clamore suscitato dagli abusi e dalle umiliazioni subiti dagli attivisti della Freedom Flotilla è stato decine di volte maggiore.
Dopo che lo spettacolo raccapricciante del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e del ministro dei Trasporti Miri Regev è diventato di dominio pubblico, i governi e l’opinione pubblica occidentale sono rimasti sgomenti di fronte a ciò che era diventato il “bambino” che avevano allevato sin dalla sua nascita nel 1948. L’Occidente ha costruito una fortezza attorno a Israele, lo ha protetto in ogni forum internazionale, mettendo da parte le condanne contro Israele per le sue attività illegali e, nel corso degli anni, aiutando Israele ad ammorbidire le risoluzioni approvate contro di esso. Ciò includeva in particolare il mancato rispetto della risoluzione delle Nazioni Unite che ordinava a Israele di ritirarsi dai territori occupati nel 1967
Ma, incredibilmente, tutto quell’amore è andato in frantumi davanti alle immagini degli attivisti per la pace, molti dei quali provenienti dai paesi occidentali, tenuti legati sul pavimento di una prigione ad Ashdod, con la testa a terra in una posizione umiliante che solo una mente squilibrata avrebbe potuto inventare. Quello spettacolo ha scosso l’Occidente.
Sembra che sia stata un’azione di troppo per i leader occidentali! Che faccia tosta, si sono detti: è così che voi, nostri amici in Israele, vi comportate con gli occidentali? L’Occidente, che vi ha aperto la strada per arrivare in Terra Santa e che, in violazione di ogni legge, vi ha permesso di espellere i suoi residenti locali e in seguito spiegare al mondo che in realtà erano stati gli abitanti del posto a “ribellarsi contro di voi per distruggervi”. È così che l’aggressore è stato trasformato in vittima e la vittima in delinquente. Come l’ha descritto l’attore egiziano Adel Amam? “Mi ha schiaffeggiato la guancia sulla mia mano”.
Si può supporre che i leader occidentali abbiano detto agli israeliani ciò che pensavano nel profondo (ma non pubblicamente, per non essere accusati di antisemitismo): vi abbiamo permesso di fare ciò che volevate ai palestinesi e ai popoli arabi: espellerli, ucciderli e affamarli, ma quando fate del male ai bianchi, questo è andare troppo oltre.
E c’è un’altra cosa. Presumo che i leader occidentali siano stati profondamente feriti perché l’umiliazione è stata perpetrata da ebrei di origine orientale – Ben-Gvir, la cui famiglia proviene dal Kurdistan, e a cui si è unita Miri Regev, la cui famiglia è di origine marocchina. Israele è così spietato che non c’era nemmeno un leader israeliano biondo. L’umiliazione ha superato ogni limite.
Insieme alla rabbia in Occidente c’è la rabbia tra gli alti funzionari israeliani, compreso il primo ministro, e giustamente. Hanno detto che quel comportamento non rappresenta i veri valori di Israele. È vero. Ci si aspetterebbe che fossero i bianchi a umiliare altri bianchi come loro. C’è un ribaltamento di ruoli qui che fa arrabbiare la gente. Un paese bianco è stato fondato qui in mezzo alla giungla e ora sono gli abitanti della giungla a gestirlo.
Il ministro della Sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir parla con un attivista della flottiglia diretta a Gaza, attualmente detenuto, in un video diffuso mercoledì. Crediti: Screenshot/Itamar Ben-Gvir. Si può tollerare che qualcuno dell’Oriente legiferi una legge sulla pena di morte purché anche i condannati a morte provengano dall’Oriente. Si può tollerare che qualcuno dell’Oriente indossi una spilla a forma di cappio e ne faccia il suo marchio di fabbrica che decora la sua torta di compleanno. Ma umiliare i bianchi può farlo solo qualcuno bianco.
La tortura e il disprezzo di Ben-Gvir e Regev nei confronti dei partecipanti alla Flottiglia della Libertà per Gaza sono una scossa elettrica sbalorditiva che risveglia la gente dal sonno; un lampo accecante di luce verso l’Occidente, che è complice dei crimini dell’occupazione. Ben-Gvir ha ricordato a tutti che il golem si è rivoltato contro il suo creatore e se il mondo occidentale non si ribellerà contro il suo alleato in Medio Oriente, si troverà in un mare di guai.
“Benvenuti in Israele”, ha detto Ben-Gvir durante la sua cerimonia di tortura e umiliazione. “Siamo noi al comando”, ha dichiarato come per isolare Israele dal mondo, in particolare dal mondo occidentale, che è la fonte del potere di Israele. Il commento successivo di Ben-Gvir, “Non fatevi infastidire dalle loro urla”, non ha fatto altro che gettare sale sulla ferita”. Così Bisharat.
Ben-Gvir è ancora ministro. Netanyahu continua nella guerra perpetua. A Gaza, in Cisgiordania, in Libano, si continua a morire. Sanzioni a Israele? Ma quando mai. Quella barzelletta vivente di ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è tornato a fare l’occhiolino a Netanyahu, e la presidente del Consiglio si guarda bene di sospendere gli accordi commerciali con Israele. Bastano e avanzano le sanzioni, un solletico, al cattivissimo Ben-Gvir. Gli affari continuano. Come continuano a morire i gazawi e i libanesi. E c’è chi non arrossisce di vergogna a parlare o scrivere delle guerre d’Israele come guerre di difesa. Sanzionateli!
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