Gaza resta un enorme problema politico e non solo una immane tragedia umanitaria

Gaza è un problema, un enorme problema politico e non solo una terrificante questione umanitaria. Perché su Gaza e gli oltre 2milioni di gazawi, in maggioranza donne, adolescenti, bambini, non si è abbattuto uno tsunami o un terremoto.

Gaza resta un enorme problema politico e non solo una immane tragedia umanitaria
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

16 Luglio 2026 - 19.40


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Gaza è un problema, un enorme problema politico e non solo una terrificante questione umanitaria. Perché su Gaza e gli oltre 2milioni di gazawi, in maggioranza donne, adolescenti, bambini, non si è abbattuto uno tsunami o un terremoto. Su Gaza si è abbattuta la potenza militare d’Israele, con la dichiarata e praticata determinazione, da parte del governo Netanyahu, di usare l’atroce attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 come pretesto per la soluzione finale della questione palestinese. Una questione che non nasce certo il 7 ottobre 2023, ma affonda le sue radici nell’occupazione dei Territori con la Guerra dei sei giorni ((luglio 1967) se non dalla fondazione stessa (1948) dello Stato ebraico.

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C’è una tragedia nella tragedia che spesso viene cancellata, o comunque trascurata, ma che chiama in causa pesantemente la comunità internazionale, non solo i suoi leader ma anche le opinioni pubbliche. La tragedia è che prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese era scomparsa dall’agenda internazionale, ridotta, nel migliore dei casi, alle varie ed eventuali condominiali. A Gaza si continuava a soffrire. Gaza era sotto assedio da 17 anni, ridotta ad una enorme prigione a cielo aperto. Ma quella prigione non faceva più notizia. Semplicemente, colpevolmente dimenticata. Gaza aveva giù vissuto quattro guerre, migliaia di morti e feriti. A Gaza l’elettricità è centellinata da Israele, a Gaza i bambini erano costretti a giocare, quando non erano bersagli di guerra, in strade con le fogne a cielo aperto o scalando montagne di rifiuti. A Gaza si moriva per mancanza di medicinali, perché chi aveva bisogno di cure particolare, dialisi, trattamenti oncologici, doveva essere trasferiti fuori dalla Striscia, in ospedali attrezzati, ma non poteva, perché da Gaza non si esce, se non in rarissimi casi. E quindi era destinato a morire.

E qui viene l’essenza della tragedia. I palestinesi sono tornati ad esistere quando sono tornati a essere visti come terroristi, come minaccia mortale da Israele e dai suoi sostenitori. I reoprt delle più importanti Agenzie umanitarie dell’Onu e di Ong internazionali e israeliane; la resistenza civile non violenta condotta fianco a fianco da palestinesi e israeliani; le denunce di Nobel per la Pace, uno per tutti il presidente Usa Jimmy Carter, non hanno sortito effetto alcuno: Gaza era dimenticata, non esisteva.  La sua agghiacciante normalità non meritava un trafiletto in cronaca.

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Poi il 7 ottobre 2023.

Sia chiaro: la violenza contro civili, la barbara uccisione di donne e bambini, il rapimento di civili, non possono essere giustificati neanche rivendicando il diritto di resistenza, anche armata, contro le forze di occupazione. Ma resta il fatto, incontestabile, che la questione palestinese è tornata a vivere solo dopo quella data. Di questo, tutti noi portiamo responsabilità. Tutte e tutti, tranne gli eroi della solidarietà, operatrici e operatori di Ong che fino a quando è stato nella loro possibilità, hanno continuano ad agire per salvare vite umane nell’inferno di fuoco israeliano. E la stessa menzione la si deve ai reporter che hanno documentato il genocidio di Gaza, e per questo sono diventati bersaglio dell’esercito d’Israele. A Gaza, è bene ricordarlo, sono morti più operatori dell’informazione che in qualsiasi altro conflitto post Seconda guerra mondiale.

A Gaza non c’è pace. A Gaza si continua a morire, a soffrire, a vivere una non vita. Ed è un enorme problema politico.

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Di questo scrive, su Haaretz, con la consueta chiarezza analitica e onestà intellettuale, Dahlia Scheindlin, in un pezzo dal titolo: “Ridurre Gaza a un caso di beneficenza o a una minaccia alla sicurezza è un errore pericoloso”

Argomenta l’autrice: “Il dottor Hussam Abu Safiya riusciva a malapena a parlare con il proprio avvocato durante il loro ultimo incontro ed era sul punto di perdere conoscenza. L’avvocato temeva che non ce l’avrebbe fatta.

Abu Safiya è detenuto nelle prigioni israeliane da un anno e mezzo, come altri 13 medici di Gaza, senza alcuna accusa. È stato picchiato a sangue ed è stato tenuto in parte in isolamento – di per sé una forma di tortura e vietata dall’Onu, Israele sostiene che sia un terrorista, scatenando accese polemiche online su quale versione sia corretta.

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Oltre alla loro situazione personale, i medici detenuti da Israele rappresentano i molteplici livelli di sofferenza a Gaza. Israele ha distrutto gran parte del sistema sanitario durante la guerra, ha osservato Physicians for Human Rights in una dichiarazione; il gruppo sta presentando una petizione per il loro rilascio. Ogni medico in stato di scomparsa ha conseguenze enormi sulle già disastrose condizioni dell’assistenza sanitaria in quella zona.

La situazione umanitaria a Gaza è nel complesso disastrosa. Il Coordinatore israeliano per le attività governative nei territori (Cogat) ha pubblicato un rapporto la scorsa settimana vantandosi dell’enorme volume di rifornimenti che entrano a Gaza. Ma i critici sostengono che il Cogat stia utilizzando i dati aggregati sugli aiuti per distogliere l’attenzione dal fatto che una parte insufficiente di essi raggiunga effettivamente la popolazione. Altri sostengono che Israele disumanizzi i palestinesi trattando i beni di prima necessità per la sopravvivenza come un dono generoso.

I palestinesi di Gaza hanno davvero un disperato bisogno di beni di prima necessità, ma hanno bisogno anche di qualcosa che vada oltre la semplice sopravvivenza. Allo stesso modo, se Israele o i sostenitori di Israele sostengono che il dottor Abu Safiya e altri terroristi, il ricorso normale dovrebbe essere un processo equo, non l’arresto sommario e la detenzione senza accuse. Ma Israele – e troppo spesso anche i dibattiti su Gaza in generale – considerano entrambe queste cose come lussi che gli abitanti di Gaza non meritano.

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Di fronte a emergenze così gravi causate dalla guerra in corso, c’è il rischio che le questioni immediate oscurino la realtà secondo cui Gaza non può essere ridotta né a un problema umanitario né a un problema di sicurezza. Gaza ha bisogno di soluzioni politiche, e chi vuole parlarne? La fine dell’occupazione e un accordo sullo status definitivo con Israele per uno Stato palestinese sovrano: è qui che alcune persone smettono di ascoltare.

Poco dopo il 7 ottobre, ho sostenuto la necessità di un intervento internazionale a favore di Gaza per il giorno in cui la guerra sarebbe finita. Un collega ha obiettato che fosse sbagliato concentrarsi su qualsiasi piano per il «giorno dopo», poiché una richiesta unitaria di cessate il fuoco era una priorità più urgente. Quel dilemma estremamente serio non è scomparso. Proprio la settimana scorsa, l’influente giornalista del New York Times Ezra Klein ha intervistato i miei colleghi, i co-direttori di A Land for All, di cui sono membro attivo.

Klein ha introdotto l’intervista spiegando la sua riluttanza di lunga data a discutere soluzioni per Israele e la Palestina: «Non credo che siano presenti le condizioni di base per una soluzione politica. Ci troviamo in una fase pre-risolutiva. Temo che [discutere di soluzioni] possa essere una forma di evasione dalla realtà».

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Ma quando ha insistito affinché i due direttori spiegassero in che modo la loro visione possa affrontare, anche solo parzialmente, i problemi immediati sul campo, Rula Hardal ha obiettato: «Non sono sicura di voler collaborare con te in questa conversazione, su questo argomento, perché penso che debba avvenire in modo diverso. I palestinesi non accetteranno né concorderanno ora misure parziali concrete sul campo finché  credo che ci sia bisogno di qualcosa di drastico. … E le persone di entrambe le parti devono vedere un piano con una tempistica».

Senza una destinazione, come si fa a sapere quali misure immediate adottare? Gli abitanti di Gaza hanno bisogno di acqua oggi, ma ne avranno bisogno anche domani; ciò potrà avvenire solo se non ci sarà una nuova escalation che distrugga nuovamente le infrastrutture idriche. Le soluzioni politiche a lungo termine non sono un lusso, ma una condizione affinché le soluzioni immediate abbiano senso.

Né le soluzioni concrete possono limitarsi alla sola Gaza. Se «Gaza prima di tutto» diventa «solo Gaza», si finisce per seguire la politica a lungo termine del governo israeliano che finge che Gaza possa essere separata dalla Palestina, e forse affibbiata all’Egitto, semplicemente isolata e lasciata a marcire. I risultati sono stati catastrofici.

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Una soluzione finale basata sulla pace e sull’indipendenza dei palestinesi guiderebbe la politica nell’immediato, nel medio e, naturalmente, nel lungo termine. Consideriamo ogni fase così come si sta svolgendo in assenza di una tale visione. Invece, i piani del governo israeliano per una conquista totale stanno procedendo quasi senza ostacoli.

Nel qui e ora, il piano originale di Trump in 20 punti è diventato una realtà che consente a Israele di continuare ad attaccare e occupare Gaza. Israele controlla quasi il 70 per cento di Gaza, e l’Idf continua a costruire avamposti militari durante il cessate il fuoco.   Hamas si oppone al disarmo in queste circostanze, e l’intero processo sembra bloccato. 

Jaser AbuMousa del Middle East Institute e dell’International Peace Institute ha recentemente sostenuto su Foreign Affairs che Hamas è di fatto quasi moribondo, ma Israele sta esagerando la sua resilienza per «giustificare il proseguimento delle proprie operazioni militari – ed evitare di dover rispondere a domande difficili sul futuro dei palestinesi».

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Israele potrebbe anche stare preparando il terreno per una guerra in piena regola a Gaza. Se gli attori internazionali alla guida del cessate il fuoco fossero sinceramente impegnati a raggiungere la creazione di uno Stato palestinese come obiettivo finale, la debolezza di Hamas avrebbe potuto rappresentare un’opportunità – ad esempio, per sostenere le imminenti elezioni palestinesi di fine novembre, per quanto difficile possa essere tale processo. Potrebbero esercitare maggiori pressioni su Israele affinché consenta al comitato tecnocratico palestinese, bloccato al Cairo, di entrare a Gaza.

Nell’immediato, l’ipotetica Forza Internazionale di Stabilizzazione è di fatto inesistente. Se esistesse, tutti gli esperi di interventi internazionali concordano sul fatto che, senza una soluzione politica definitiva, non funzionerebbe. «Per ottenere l’adesione e l’impegno dei palestinesi, i garanti dell’accordo devono chiarire che la missione sta gettando le basi affinché i palestinesi prendano il controllo», ha scritto Jonathan Panikoff, ex membro del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti, lo scorso ottobre dopo l’annuncio del cessate il fuoco.

Se ci fosse un impegno riguardo allo status finale di due Stati (in qualsiasi configurazione), il piano di Trump dovrebbe dare priorità alla propria formulazione che rifiuta qualsiasi sfollamento o espulsione dei palestinesi, ovvero il punto 16: «Israele non occuperà né annetterà Gaza». Invece, sono le fantasie dell’estrema destra israeliana a prevalere. L’occupazione di Gaza si sta espandendo, non riducendo.

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A medio termine, Gaza deve essere ricostruita. Ma le precedenti ricostruzioni di Gaza sono fallite poiché le guerre ricominciate hanno distrutto ciò che era stato a malapena costruito. Se si vuole davvero dare potere ai palestinesi, ci sono lezioni da imparare: Abdalrahman Kittana, un architetto e accademico palestinese, ha scritto un eccellente capitolo sulla ricostruzione in un prezioso dossier sul Movimento Nazionale Palestinese dopo il 7 ottobre, a cura di Omar Rahman e Mouin Rabbani presso il Middle East Council on Global Affairs con sede in Qatar.

Kittana ha rilevato che gli abitanti di Gaza devono essere parte integrante della pianificazione, non un semplice braccio esecutivo degli stranieri – se il percorso deve condurre all’indipendenza palestinese. Altri ricercatori nel 2018 hanno rilevato che le Ong della società civile coinvolte nei progetti di ricostruzione e non legate a Hamas dovrebbero essere parte integrante del processo; invece, in passato, gli attori internazionali erano spinti dal sospetto che Hamas potesse alla fine controllare questi gruppi e ne limitavano il coinvolgimento. Ciò ha indebolito le forze sociali non legate a Hamas, invece di rafforzarle. Lo studio del 2018 indicava già un deterioramento sociale ed economico, insieme alla mancanza di autonomia, che all’epoca alimentava la frustrazione.

Kittana ha rilevato che i precedenti sistemi di ricostruzione di Gaza hanno finito per funzionare come un «meccanismo di contenimento, volto a stabilizzare la crisi lasciando intatte le sue radici coloniali». Per responsabilizzare veramente la società palestinese in vista di un’eventuale indipendenza, il capitolo di Kittana fornisce un elaborato insieme di princìpi per la ricostruzione politica, la sovranità e l’autodeterminazione dei palestinesi.

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A lungo termine, anche il cessate il fuoco di Trump e la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (che ha approvato quel piano) hanno menzionato la necessità di un futuro Stato palestinese. Essi fanno riferimento all’iniziativa franco-saudita affermata nella ‘Dichiarazione di New York’. In definitiva, i potenti attori internazionali coinvolti a Gaza – in primo luogo gli Stati Uniti – non sembrano curarsi delle loro stesse parole. Non si tratta affatto di una questione teorica.

Israele sta portando avanti ogni giorno la strategia a lungo termine del proprio governo. Immaginare la pace non è evasione dalla realtà; è l’unico modo per raggiungerla davvero”, conclude Scheindlin.

Chiunque intenda restare umano non può che sottoscrivere questa conclusione. Restare umani, con la Palestina nel cuore, è il più alto e nobile atto politico che si possa compiere.

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