Donald Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni presidenziali del 2020 durante un discorso televisivo in prima serata, tornando a rilanciare le sue contestate tesi sulla sconfitta subita contro Joe Biden. Secondo gli avversari politici, l’intervento rappresenta soprattutto un tentativo di preparare il terreno per mettere in discussione anche le prossime elezioni di metà mandato del Congresso.
Nel discorso, durato circa 25 minuti e pronunciato dalla Casa Bianca, il presidente ha sostenuto che il sistema elettorale statunitense sia «catastroficamente» carente in termini di equità e affidabilità, oltre a essere vulnerabile alle interferenze straniere.
«Nessun Paese può essere grande senza elezioni giuste e oneste», ha dichiarato Trump. «Se non ci può essere fiducia, non ci può essere grandezza. Purtroppo il sistema che abbiamo oggi è ben lontano da questo standard.»
I Democratici hanno reagito accusando il presidente di diffondere disinformazione e di gettare le basi per contestare in anticipo l’esito delle elezioni di midterm, che secondo i sondaggi potrebbero tradursi in pesanti perdite per il Partito Repubblicano.
Il senatore democratico della Virginia Mark Warner, vicepresidente della Commissione Intelligence del Senato, ha ricordato di aver lavorato per anni al rafforzamento delle difese contro le interferenze straniere nelle elezioni statunitensi.
«Questa sera gli americani hanno sentito il presidente ripetere ancora una volta accuse che sono state esaminate per anni e respinte dall’intelligence, dall’FBI, dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, dal Dipartimento di Giustizia, da funzionari elettorali repubblicani e democratici, oltre che da verifiche, riconteggi e tribunali», ha affermato Warner. «I fatti non sono cambiati.»
Il senatore ha aggiunto che «la Cina è certamente un serio concorrente strategico degli Stati Uniti, così come lo sono Russia e Iran, ma queste minacce devono essere affrontate sulla base dei fatti, non distorcendoli per fini politici».
Come premessa alle sue accuse, Trump ha annunciato «l’immediata declassificazione e pubblicazione di informazioni di intelligence cruciali» che, a suo dire, rivelerebbero «sconvolgenti vulnerabilità» dell’infrastruttura elettorale americana.
Secondo il presidente, tali documenti dimostrerebbero che il sistema elettorale è stato «pericolosamente esposto ad attacchi informatici, sfruttamento e interferenze».
Le affermazioni di Trump, tuttavia, sono in contrasto con le conclusioni raggiunte dagli stessi apparati di sicurezza durante la sua precedente amministrazione. Una valutazione coordinata dall’allora direttore dell’intelligence nazionale John Ratcliffe aveva definito le elezioni del 2020 «le più sicure della storia degli Stati Uniti». Trump ha invece accusato quello che definisce il «deep state» di aver nascosto deliberatamente le informazioni.
«Chi avrebbe dovuto lanciare l’allarme ha preferito tenere tutto segreto», ha dichiarato. «Non informarono me, che ero presidente, né il Congresso. Continuavano soltanto a ripetere che erano state le elezioni più sicure della nostra storia.»
Trump ha quindi annunciato di aver incaricato l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale, il Dipartimento di Giustizia, l’FBI e la CIA di indagare sulle presunte omissioni, individuare i responsabili del presunto insabbiamento, licenziarli e, se del caso, procedere penalmente.
Di recente il presidente ha nominato direttore ad interim dell’Intelligence nazionale Bill Pulte, suo stretto alleato ma privo di precedenti esperienze nel settore dell’intelligence. Pulte avrebbe contribuito alla diffusione di documenti classificati che, secondo la Casa Bianca, sosterrebbero le accuse di Trump.
L’iniziativa è stata portata avanti insieme a John Solomon, giornalista conservatore noto per aver promosso in passato teorie complottiste sulle elezioni e recentemente nominato consigliere speciale della Casa Bianca. Parlando con i giornalisti, Solomon ha però riconosciuto che i documenti resi pubblici non contengono alcuna prova che attori stranieri abbiano modificato anche un solo voto nelle elezioni del 2020.
Nel suo intervento Trump ha inoltre rilanciato la richiesta di approvare il Save America Act, una proposta di legge che introdurrebbe severi obblighi di identificazione degli elettori e che è attualmente bloccata al Congresso.
«Affrontare questa crisi della sicurezza elettorale richiede che il Congresso approvi il Save America Act. Quanto può essere difficile? A meno che qualcuno non voglia barare», ha affermato.
Il discorso ha dedicato solo pochi passaggi alla situazione in Iran, nonostante nei giorni precedenti Trump avesse ripreso le operazioni militari contro Teheran dopo aver abbandonato il cessate il fuoco annunciato il mese scorso.
«Stiamo vincendo alla grande in Iran e vedrete molto presto i risultati», ha dichiarato.
Pur tenendo frequenti conferenze stampa, Trump ha pronunciato relativamente pochi discorsi ufficiali dalla Casa Bianca. La formula del teleprompter e di un intervento rigidamente preparato mal si adatta infatti al suo stile comunicativo, spesso caratterizzato da improvvisazioni e lunghe digressioni.
Prima del discorso, la Casa Bianca aveva annunciato la sospensione del tradizionale operatore del teleprompter dopo accuse secondo cui avrebbe scommesso quasi 100 mila dollari sui contenuti dell’intervento presidenziale. La portavoce Karoline Leavitt ha precisato che per l’occasione era stato incaricato un nuovo operatore.
Trump ha parlato davanti a circa 55 invitati nella East Room della Casa Bianca, tra cui il vicepresidente JD Vance, membri del governo e funzionari dell’amministrazione.
Durante la lettura del testo il presidente è apparso a tratti in difficoltà nel seguire il copione scritto, tornando spesso al tono sarcastico tipico dei suoi comizi.
Diverse grandi reti televisive statunitensi, tra cui NBC, ABC e CNN, hanno deciso di non trasmettere il discorso sulle rispettive reti principali, ritenendolo potenzialmente troppo politico e divisivo. Trump ha reagito chiedendo la revoca delle loro licenze di trasmissione. Le emittenti hanno comunque diffuso l’intervento sulle proprie piattaforme streaming, mentre alcune affiliate locali della ABC lo hanno mandato in onda.
Anche prima dell’intervento, i Democratici avevano criticato l’iniziativa, sostenendo che il richiamo alle presunte irregolarità del 2020 servisse soprattutto a preparare possibili contestazioni delle prossime elezioni di novembre.
L’ex vicepresidente Kamala Harris, candidata democratica sconfitta alle presidenziali del 2024, ha accusato Trump di voler «diffondere menzogne e teorie del complotto».
«Ecco ciò che bisogna sapere: le elezioni del 2020 non sono state rubate. Noi abbiamo vinto e lui ha perso», ha scritto sui social. «Il Save America Act rappresenta una forma di soppressione del voto ed è parte di un progetto più ampio della destra conservatrice per sottrarre il potere ai cittadini.»
La Cina ha respinto con fermezza le accuse. Un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington ha dichiarato alla CNN che «la Cina ha sempre rispettato il principio di non interferenza negli affari interni degli altri Paesi».
Le dichiarazioni di Trump appaiono inoltre in contrasto con il clima più disteso instaurato nei rapporti con Pechino dopo il suo incontro con Xi Jinping, avvenuto a maggio, mentre il presidente cinese è atteso a Washington nel mese di settembre.
Una valutazione della comunità d’intelligence statunitense pubblicata nel 2021 aveva concluso che nessuna potenza straniera, Cina compresa, tentò di alterare gli aspetti tecnici del voto del 2020. Il rapporto evidenziava che, mentre la Russia aveva condotto operazioni di influenza contro la campagna di Biden, Pechino non aveva messo in atto iniziative finalizzate a modificare il risultato elettorale.
Secondo l’intelligence americana, la leadership cinese non riteneva particolarmente vantaggiosa né una vittoria di Trump né una di Biden e giudicava troppo elevato il rischio di compromettere le relazioni con Washington attraverso un’interferenza diretta nel processo elettorale.
La Cina continua a respingere anche le accuse avanzate negli ultimi anni da diversi governi occidentali riguardo a presunte attività di interferenza politica. Tuttavia, vari Paesi europei hanno denunciato operazioni di spionaggio riconducibili a Pechino nei confronti delle proprie istituzioni. Lo scorso anno, in Germania, un ex assistente parlamentare del partito di estrema destra AfD è stato condannato per spionaggio a favore della Cina.
