Israele, se Eisenkot vuole combattere il terrorismo dei coloni, dovrebbe prendersela con Netanyahu

Ma esiste davvero un “anti Netanyahu”? La domanda sembrerebbe scontata ma non lo

Israele, se Eisenkot vuole combattere il terrorismo dei coloni, dovrebbe prendersela con Netanyahu
Gadi Eisenkot
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

2 Settembre 2026 - 22.29


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Ma esiste davvero un “anti Netanyahu”? La domanda sembrerebbe scontata ma non lo è. Sembrerebbe se ci limitassimo a elencare i leader del variegato cartello delle opposizioni che di competitor del primo ministro più longevo nella storia di Israele ne annoverano un numero a doppia cifra. La domanda non è retorica se s’intende come “anti Netanyahu”, un leader portatore di una visione realmente alternativa a quella di “King Bibi” sulle grandi questioni che scuotono Israele: la guerra perpetua su più fronti, la questione palestinese, l’identità nazionale, lo Stato di diritto, l’esistenza di un terrorismo ebraico.

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Temi esistenziali sui quali la risposta alla domanda iniziale si fa più complessa e, al fondo, alquanto pessimistica. Prendiamo un tema di strettissima attualità, che Globalist ha trattato a più riprese, anche in polemica con giornali-fanzine italiani che glorificano i coloni pogromisti come i “nuovi pionieri” della Stato ebraico. Prendiamo questo tema e quella che è la posizione fin qui espresso da quello che tutti i sondaggi danno come il più accreditato antagonista di Netanyahu alla guida del Paese: Gadi Esenkot.

Di questo scrive Aluf Benn, caporedattore di Haaretz, in un articolo dal titolo: Se Eisenkot vuole combattere il terrorismo dei coloni, dovrebbe prendersela con Netanyahu

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Titolo che è tutto un programma, che Benn declina con la consueta chiarezza espositiva e profondità analitica. “Il candidato alla carica di primo ministro Gadi Eisenkot – annota Benn – è molto cauto quando si tratta di esprimere posizioni risolute che potrebbero mettere a rischio il suo vantaggio nei sondaggi e vincolarlo dopo le elezioni. È stato quindi interessante leggere la sua “prima intervista politica” nell’edizione del fine settimana del quotidiano Israel Hayom. 

Eisenkot si è recato in una sede di destra per dichiarare la sua opposizione a uno Stato palestinese. «La soluzione dei due Stati è un errore madornale … chiunque ci pensi dopo il 7 ottobre è semplicemente un illuso». Secondo Eisenkot, il terrorismo arabo contro Israele è profondamente radicato e risale già al 1851. Persino il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato solo di 100 anni di terrorismo arabo, non di 175. È questa la differenza tra il partito Yashar di Eisenkot e il Likud.

Non c’è motivo di sospettare che Eisenkot sia in realtà un uomo di sinistra che vorrebbe far evacuare sua sorella, colona, ma che ora si finga un politico di destra. Alcuni dei suoi sostenitori sperano probabilmente in una trasformazione simile a quella di Yitzhak Rabin o Ariel Sharon, generali aggressivi che cambiarono posizione e cedettero parte dei territori occupati per placare le amministrazioni americane.

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Per ora, non vi sono segnali che indichino che Eisenkot ripeterà una mossa del genere. Le sue posizioni sono del tutto in linea con le aspirazioni della maggioranza, che desidera sentire il meno possibile parlare dei palestinesi e mantenere il controllo dei territori con il minimo ricorso alla violenza e a un costo tollerabile in termini di condanna internazionale. 

La sua critica a Netanyahu è misurata. Secondo Eisenkot, il primo ministro ha concesso a Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir il controllo sull’apparato di coordinamento nei territori, motivo per cui « le Forze di difesa israeliane hanno perso la loro sovranità in quelle aree». Le loro azioni, insieme alla violenza dei coloni, stanno portando Israele a perdere la legittimità internazionale. Ritiene che sia un errore annunciare la costruzione nell’area E1 a causa del «pesante prezzo internazionale» che ciò comporterà.

Ritiene inoltre che ai lavoratori palestinesi dovrebbe essere consentito di rientrare in Israele per «contribuire alla lotta al terrorismo». In breve, Eisenkot sogna un ritorno alla situazione che prevaleva nei territori prima che l’attuale governo salisse al potere.

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Questa posizione, a prima vista, gode di un sostegno entusiastico da parte dell’Ufficio del Primo Ministro. Qualche giorno fa, Netanyahu ha affermato, in risposta alla performance «da mazza» del deputato Tzvi Succot, che l’Idf  è l’autorità sovrana in Giudea e Samaria e agisce secondo le decisioni prese dalla classe politica. Qui tutto è chiaro: c’è una politica e c’è la sovranità.

Il fatto che Netanyahu si professi innocente (e addirittura vittima di un complotto ai suoi danni per il sanguinoso attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ndr) i non dovrebbe sorprendere nessuno. Come tutti i leader sotto il cui governo sono stati commessi crimini di guerra, anche lui è restio ad assumersi la responsabilità del furto di terre, della pulizia etnica delle comunità di pastori nella Valle del Giordano, della creazione di fattorie dei coloni e degli attacchi ai villaggi palestinesi.

Se mai venissero resi pubblici i verbali relativi alle decisioni prese dai vertici politici, non si troverebbe alcun ordine di Netanyahu di espellere gli abitanti, distruggere case e bruciare auto a Hawara e Qusra. Al massimo, si scoprirebbe come Netanyahu abbia attribuito la responsabilità di tali fatti al capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa di Israele (Idf) e al capo del Comando Centrale, i quali non avrebbero intrapreso azioni sufficienti per esercitare la propria sovranità.

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È conveniente per Netanyahu essere visto come qualcuno che ha ceduto ai suoi partner di coalizione dell’estrema destra, che stanno lavorando per opprimere i palestinesi, allontanarli dalla loro terra e preparare la loro espulsione. Mostrare debolezza è il suo metodo collaudato per affrontare politiche controverse, proprio come ha «ceduto a Trump» a Gaza e in Iran.

Ma Eisenkot sembra anche qualcuno che sta facilitando il compito al suo rivale, presentando Netanyahu come una vittima della debolezza politica, che lo ha portato a una perdita di controllo in Cisgiordania e a mettere a repentaglio l’immagine internazionale di Israele – e non come un leader della destra israeliana che sta procedendo verso l’annessione dei territori e lo smantellamento del movimento nazionale palestinese sulla base di una chiara ideologia.

È difficile credere che un uomo esperto come Eisenkot pensi davvero che Netanyahu non sia responsabile del terrorismo ebraico e della violazione del diritto internazionale in Cisgiordania – proprio come è stato responsabile della debacle del 7 ottobre. È lui il capo, la mente e il potere su tutti i fronti.

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E se Eisenkot vuole convincere la gente che agirà in modo diverso da Netanyahu, deve rivolgere le sue critiche non solo alla mazza di Succot, ai coccodrilli di Ben-Gvir e ai veicoli Ranger di Smotrich, ma anche alla persona che sta al di sopra di loro e si nasconde alle loro spalle”, conclude Benn.

Un tema, quello del terrorismo ebraico, trattato, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv, da una delle firme storiche del giornale: Bar’el,

Un’analisi “alla Bar’el”, cioè netta, argomentata, dal titolo: Quando Netanyahu definisce i terroristi ebrei “una manciata”, si riferisce a una ristretta cerchia di eletti

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Scrive Bar’el: “Tre bugie in una sola frase non sono una rarità per il primo ministro. Tuttavia, la reazione di Benjamin Netanyahu agli attacchi terroristici ebraici a Qusra merita un’analisi approfondita.

«Condanno fermamente gli atti criminali di violenza commessi nei villaggi di Qusra e Jalud da un pugno di rivoltosi che stanno violando la legge, causando una grave ingiustizia alla comunità ebraica rispettosa della legge, ostacolando l’Idf nello svolgimento delle sue missioni e danneggiando la reputazione di Israele nel mondo», ha dichiarato Netanyahu.

Questi non sono «atti criminali di violenza», bensì atti di terrorismo pianificati, organizzati, sistematici e costanti. I terroristi non causano una grave ingiustizia alla comunità ebraica rispettosa della legge in Cisgiordania, perché quella comunità li sostiene e li incoraggia e li considera portatori di un’antica eredità, che proseguono il percorso della prima generazione di rivoltosi, guidata dal rabbino Moshe Levinger, Hanan Porat, Menachem Felix, Dov Lior e altri. Né ostacolano l’Idf nello svolgimento delle sue missioni: l’Idf è partner a pieno titolo in questi attacchi.

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La «comunità ebraica rispettosa della legge», di cui il primo ministro, il capo di stato maggiore dell’Idf e persino i leader dell’opposizione si preoccupano tanto di difendere l’onore, sforzandosi di distinguerla da quel «pugno di persone» e insistendo sul fatto di «non generalizzare», è composta da centinaia di migliaia di ebrei che violano il diritto internazionale semplicemente vivendo negli insediamenti. Nessuno di loro è intervenuto in difesa degli abitanti di Qusra e Jalud o delle decine di comunità palestinesi i cui residenti sono stati espulsi.

«La leadership del Consiglio Yesha vuole davvero “ristabilire la legge e l’ordine nella zona”?» ha chiesto Pinchas Wallerstein in una lettera inviata a giugno alla leadership dei coloni. Secondo lui, quando non c’è una chiara direttiva rivolta al pubblico, si crea l’impressione di un «fai come dico, non come faccio» e persino di un «consenso tacito con i rivoltosi». Wallerstein dice la verità e sa bene che mettere in guardia dal fare generalizzazioni è un bluff. Sono tutti complici.

Quegli stessi padri fondatori, eroi della nazione, simboli della «comunità rispettosa della legge», furono proprio coloro che espulsero gli abitanti di via Shuhada a Hebron, definirono i soldati dell’Idf «nazisti» e «padri dell’impurità» e fondarono la sanguinaria organizzazione terroristica ebraica clandestina.

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Louis Ridi, un palestinese-americano a cui i terroristi e l’Idf stanno ora impedendo di entrare nella sua casa a Qusra, può, nel tempo libero, leggere un articolo del 1982 pubblicato su Haaretz da Yehuda Litani per capire cosa lo attende. Litani descriveva le terribili vessazioni subite a Kiryat Arba da Sa’diya Dan’a, una vedova la cui casa era adiacente all’insediamento, da parte dei coloni. «Vogliono spaventarci. Di notte girano intorno alla casa, rompendo le finestre con le pietre», raccontò Dan’a. Due volte furono lanciate bombe a mano contro la sua casa.

L’allora capo delle indagini del distretto di polizia della Giudea, il sovrintendente Ezra Kalig, confermò che «fu lanciata una granata… con l’intento di spaventare. La granata non esplose all’interno della casa.

Due settimane dopo ne è stata lanciata un’altra. Abbiamo condotto un’indagine approfondita senza riuscire a identificare i responsabili». Che novità! Una linea retta collega Dan’a a Ridi e i terroristi di allora a quelli di oggi.

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Eppure, i «giovani delle colline» con i loro pick-up bianchi hanno ancora molto da imparare dalle loro fonti di ispirazione. Ma la lezione più importante è che il metodo funziona. Coloro che hanno finto orrore e condanna hanno sempre accompagnato l’avanguardia dei coloni, anche quando commetteva crimini, e si sono affrettati a concederle un sigillo di approvazione quando è diventata istituzionalizzata e «legale». 

E allora come oggi, non si tratta di una «deviazione» o di un’applicazione lassista della legge, ma di una cultura politica e sociale profondamente radicata che genera legittimità per la violenza e alimenta un continuum storico tra la generazione fondatrice e l’attuale generazione di rivoltosi.

Il termine «manciata di rivoltosi» vuole indicare una deviazione dall’ethos coloniale, ma i rivoltosi ne sono il prodotto più puro. Si tratta di un ethos che non ha mai tratto la propria legittimità dalla legge, bensì da un «diritto storico», di natura messianica, che ha sempre preteso di porsi al di sopra di essa”, conclude Bar’el. 

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Una verità amara, ma pur sempre una verità. Ma i competitor di Netanyahu non sembrano disposti a farla propria. 

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