Trump all’Onu si presenta come il 'presidente della pace' mentre ha destabilizzato il mondo con le sue guerre

. È con queste parole, secondo gli estratti diffusi dalla Casa Bianca, che Donald Trump ha costruito davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite il racconto della propria politica estera.

Trump all’Onu si presenta come il 'presidente della pace' mentre ha destabilizzato il mondo con le sue guerre
DonaldTrump
Preroll AMP

globalist Modifica articolo

22 Settembre 2026 - 18.49


ATF AMP

“Abbiamo ereditato problemi vecchi decenni, abbiamo agito con decisione e risolto questioni che ci hanno afflitto per diverso tempo. Mentre altri parlavano, io ho agito. Mentre altri parlavano di pace, io l’ho realizzata. Mentre altri ignoravano le minacce, io le ho affrontate. Mentre altri parlavano di coraggio, l’America lo ha dimostrato. Mentre altri promettevano forza, io l’ho usata per rendere l’America il Paese più potente del mondo”. È con queste parole, secondo gli estratti diffusi dalla Casa Bianca, che Donald Trump ha costruito davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il racconto della propria politica estera.

Top Right AMP

Il paradosso è evidente: il presidente americano si presenta come l’uomo che “ha realizzato la pace” mentre rivendica come prova della propria leadership il ricorso alla forza militare e, nel caso dell’Iran, minaccia apertamente di arrivare alla distruzione dello Stato avversario. Nel suo discorso Trump ha infatti riproposto la narrazione secondo cui la guerra contro l’Iran sarebbe stata necessaria per impedire a Teheran di dotarsi dell’arma nucleare e ha nuovamente minacciato di “annientare” la Repubblica islamica se non verrà raggiunto un accordo.

È una rappresentazione della politica internazionale nella quale la pace non coincide con la rinuncia alla guerra, ma con la vittoria ottenuta attraverso la superiorità militare e la minaccia di un uso ancora maggiore della forza.

Dynamic 1 AMP

Il racconto di un’America che, secondo Trump, ha sempre ragione

Trump ha aperto il suo intervento celebrando il 250° anniversario degli Stati Uniti e dedicando una parte significativa del discorso ai risultati della sua amministrazione sul fronte interno: riduzione delle tasse, andamento dei mercati, criminalità, controllo dell’immigrazione. Ha sostenuto, tra l’altro, che prima del suo insediamento gli Stati Uniti avessero “il confine più pericoloso del mondo” e che oggi dispongano della frontiera “più sicura nella storia americana”.

Il messaggio è quello già rivolto al pubblico americano: Trump descrive il proprio mandato come una successione di problemi lasciati irrisolti dai predecessori e di problemi che lui avrebbe invece risolto attraverso decisioni rapide e l’esercizio della forza.

Dynamic 1 AMP

Anche sulla politica estera il meccanismo è identico. Gli altri discutono, Trump agisce. Gli altri esitano, Trump decide. Gli altri parlano di pace, Trump sostiene di essere quello che la realizza.

L’Iran e la pace costruita con la minaccia di annientamento

È sull’Iran che questa contraddizione diventa più evidente.

Dynamic 1 AMP

Trump ha difeso la guerra iniziata dagli Stati Uniti insieme a Israele sostenendo che Washington abbia impedito a Teheran di arrivare alla costruzione di un’arma nucleare. Ha accusato il regime iraniano di 51 anni di “spargimento di sangue”, morte e caos in Medio Oriente e ha ribadito di non aver mai voluto permettere che l’Iran disponesse di un’arma nucleare. L’Iran ha sempre negato di voler costruire armi nucleari.

Poi è arrivata la minaccia.

Trump ha detto di trovarsi davanti a una scelta: un accordo che consenta all’Iran di ricostruire il Paese oppure l'”annientamento” della Repubblica islamica. Ha parlato anche della possibilità di “spingerli all’inferno”, aggiungendo tuttavia di credere che un accordo possa essere raggiunto dopo le elezioni di medio termine americane del 3 novembre.

Dynamic 1 AMP

È difficile conciliare questo linguaggio con la dichiarazione secondo cui “mentre altri parlavano di pace, io l’ho realizzata”. Nel linguaggio di Trump, evidentemente, la pace è il risultato che arriva dopo avere dimostrato di essere disposti a distruggere il proprio avversario.

La guerra in Ucraina e la promessa di una pace imminente

Sul conflitto in Ucraina Trump ha adottato un tono diverso. Ha detto di lavorare “a stretto contatto” con i leader della Russia e dell’Ucraina per porre fine a quella che ha definito una guerra disastrosa e ha sostenuto che la conclusione del conflitto arriverà più rapidamente di quanto molti possano immaginare.

Dynamic 1 AMP

Ha inoltre rivendicato la firma di una nuova legge sulle sanzioni contro la Russia, precisando che, se necessario, sarà disposto a utilizzarle. “È tempo di fermare le uccisioni”, ha detto.

Anche qui Trump si attribuisce il ruolo di protagonista assoluto della diplomazia mondiale: la pace sarebbe possibile perché lui è intervenuto, mentre gli altri non erano riusciti a ottenerla. Il discorso non offre però una soluzione dettagliata del conflitto: offre soprattutto la rappresentazione di Trump come unico attore capace di imporre una soluzione.

Venezuela: “Al vincitore spettano le spoglie”

Dynamic 1 AMP

Ancora più esplicita è stata la rivendicazione dell’intervento americano in Venezuela.

Trump ha difeso l’operazione con cui gli Stati Uniti hanno arrestato l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro e l’accordo petrolifero concluso con la sua successora, Delcy Rodriguez. La giustificazione utilizzata dal presidente americano è stata riassunta in una frase: “Al vincitore spettano le spoglie”.

Trump ha così presentato come naturale conseguenza della vittoria americana la possibilità di incanalare verso il Tesoro degli Stati Uniti una parte della ricchezza petrolifera venezuelana. È una formulazione che rende particolarmente esplicita la concezione dei rapporti internazionali sottostante al discorso: la forza produce il diritto di ridisegnare gli equilibri economici e strategici.

Dynamic 1 AMP

I cartelli diventano l’Isis dell’emisfero occidentale

La stessa logica è stata applicata alla lotta contro i cartelli della droga.

Trump ha difeso gli attacchi con droni contro imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico e ha paragonato i cartelli all’Isis. “I cartelli sono l’Isis dell’emisfero occidentale”, ha detto, sostenendo che debbano essere “uccisi, esiliati o detenuti come combattenti nemici senza possibilità di rilascio”.

Dynamic 1 AMP

Il riferimento all’Isis non è soltanto retorico. Trump lo utilizza per costruire una categoria di nemico nei confronti del quale, secondo la sua impostazione, le normali limitazioni della guerra e della giustizia possono essere sostituite da una logica di eliminazione, espulsione e detenzione indefinita.

Il Messico e la teoria del “nemico dell’umanità”

Trump ha quindi accusato il Messico di essere sostanzialmente sotto il controllo dei cartelli e ha definito “inaccettabile” che gli Stati Uniti condividano un confine con un Paese in queste condizioni.

Dynamic 1 AMP

“Il Messico deve riprendere il controllo del proprio territorio dai nemici dell’umanità”, ha dichiarato.

Anche qui il linguaggio è quello della guerra assoluta. Il problema non viene presentato come una questione di cooperazione tra Stati, contrasto al narcotraffico, controllo delle frontiere o intelligence, ma come una lotta contro un nemico definito attraverso una categoria estrema: “nemici dell’umanità”.

Cuba e il progetto di un cambiamento di regime

Dynamic 1 AMP

Trump ha poi rivendicato la pressione esercitata contro Cuba e ha parlato apertamente di un “cambiamento fondamentale” della situazione nell’isola.

“La mia amministrazione sta anche cercando un cambiamento fondamentale nella situazione a Cuba”, ha detto, descrivendo il regime comunista come sottoposto alla “più grande pressione” della sua storia e definendo Cuba uno “Stato completamente fallito”.

Il riferimento al cambio di regime aggiunge un altro elemento al quadro: l’amministrazione americana non si limita a descrivere le proprie azioni come difensive, ma rivendica la capacità di esercitare una pressione sufficiente a modificare l’assetto politico di altri Paesi.

Dynamic 1 AMP

La Groenlandia e il controllo permanente

Poi la Groenlandia.

Trump ha annunciato quello che ha definito un “accordo senza precedenti” con la Danimarca, sostenendo che esso attribuisca agli Stati Uniti il “controllo permanente” della sicurezza e delle altre necessità del territorio e annunciando la costruzione di due importanti basi militari americane.

Dynamic 1 AMP

L’accordo firmato successivamente da Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia prevede effettivamente un ampliamento della presenza militare americana nell’isola, pur senza arrivare alla trasformazione della Groenlandia in territorio statunitense che Trump aveva inizialmente richiesto. La premier danese Mette Frederiksen ha sottolineato invece il ruolo della Nato e il rispetto dell’autodeterminazione groenlandese.

Trump, tuttavia, ne ha dato una lettura centrata sulla sicurezza americana: nessun avversario degli Stati Uniti, ha detto, potrà stabilirvi una presenza militare o effettuare investimenti sensibili senza l’autorizzazione di Washington.

L’intelligenza artificiale contro il “globalismo”

Dynamic 1 AMP

L’ultimo capitolo è stato dedicato all’intelligenza artificiale.

Trump ha respinto qualsiasi ipotesi di quello che ha definito un “progetto globalista” per controllare l’intelligenza artificiale e ha proposto persino di abbandonare la definizione “artificial intelligence” per chiamarla “super intelligence”, o “SI”.

Ha sostenuto che questa tecnologia sarà più importante della rivoluzione industriale e ha promesso che gli Stati Uniti ne guideranno lo sviluppo: “Incoraggeremo soltanto la superintelligenza”.

Dynamic 1 AMP

Il contrasto con l’appello lanciato poche ore prima dal segretario generale dell’Onu António Guterres è netto. Guterres ha chiesto una governance internazionale dell’intelligenza artificiale, sistemi di controllo indipendenti e garanzie comuni per affrontarne i rischi.

La pace secondo Trump

Il discorso all’Onu restituisce dunque un’immagine precisa della politica internazionale di Trump: la pace come risultato della forza americana, la diplomazia come strumento subordinato alla capacità di minacciare, le guerre come strumenti necessari per eliminare problemi lasciati irrisolti dagli altri.

Dynamic 1 AMP

“Ho agito mentre gli altri parlavano”, dice Trump. Ma tra le parole con cui descrive il proprio operato c’è anche quella che più difficilmente si concilia con l’immagine del presidente pacificatore: “annientare”.

Davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Trump ha rivendicato guerre e operazioni militari, minacciato la distruzione dell’Iran, difeso attacchi contro imbarcazioni, sostenuto un cambiamento di regime a Cuba e celebrato l’espansione della presenza militare americana in Groenlandia. E nello stesso discorso si è presentato come colui che, a differenza degli altri, “ha realizzato la pace”.

È questa la cifra politica del discorso: non la negazione della forza, ma la sua trasformazione in linguaggio della pace.

Dynamic 1 AMP
FloorAD AMP
Exit mobile version