di Dario Spagnuolo
Arriva nelle librerie, proprio in questi giorni “I quattro cavalieri dell’apocalisse. Guerre, pena di morte, carcere ed ecodisastro” scritto da Antonio Salvati e edito da Jaca Book. Il volume è impreziosito da una prefazione del presidente della CEI il cardinale Matteo Maria Zuppi.
Il volume giunge alla pubblicazione, non a caso, al termine del giubileo della speranza, indetto da Papa Francesco e concluso da Papa Leone XIV il 6 gennaio di quest’anno. Contrariamente al titolo, infatti, non si tratta di un libro apocalittico o che profetizza un’imminente fine del mondo. Sono piuttosto quattro saggi densi di studio, riflessione e citazioni, che dimostrano come il mondo sia profondamente interconnesso. Il primo saggio è dedicato alla guerra, giustamente definita da Andrea Riccardi la “madre di tutte le povertà”. La guerra, infatti, è anche una condanna a morte per intere popolazioni, spesso composte di civili innocenti. Si accompagna, inoltre, alla prigionia disumana e alla tortura e distrugge l’ambiente, inquinando i territori che devasta e rendendoli invivibili al punto che per bonificarli occorrono poi decenni.
La guerra, però, è anche ciò che ha maggiormente sollecitato la riflessione di tanti pensatori. Così nel volume si ritrovano le parole pronunciate da Paolo VI alle Nazioni Unite nel 1965, ma anche le Operette Morali di Giacomo Leopardi e non può mancare certo Zygmunt Bauman. Per tutti loro esiste una via d’uscita alle guerre ed è nel dialogo. È evidente che, all’inizio di un conflitto, le posizioni siano inconciliabili, ma è altrettanto indiscutibile che dare inizio alle ostilità peggiora solo la situazione, rendendola più complicata e scavando solchi di rancore tra le parti.
Così, Antonio Salvati intende suscitare una riflessione più profonda sulle ragioni del dialogo, in un mondo oggi profondamente diviso e caratterizzato da una corsa agli armamenti senza precedenti.
Ciò che è veramente rivoluzionario, nel suo ragionamento, è che come la complessità del mondo si regge nella prospettiva apocalittica, in cui la guerra si coniuga alla mancanza di giustizia e, dunque, alla carcerazione e alla pena di morte, alla scomparsa dell’uomo e del creato, è vero anche il suo inverso: intraprendere la via della pace è un modo per ottenere un mondo più giusto e per prendersi cura dell’ambiente.
E’ significativo, ad esempio, che l’aumento del numero dei paesi abolizionisti della pena di morte si coniughi ad un maggiore sviluppo e ad un ampliarsi e consolidarsi delle relazioni internazionali. Certo occorre un lungo e paziente dialogo, ma in fondo proprio il dialogo è il principale risultato di questo modo di fare politica, perché dove c’è dialogo non c’è guerra.
Nei quattro capitoli, uno per ogni “cavaliere”, è dunque possibile scoprire un’unica trama: un invito a riflettere, a guardare agli orrori che si profilano all’orizzonte per ristabilire la forza pacifica del diritto e imparare a “pensarsi non più gli uni contro gli altri, ma gli uni per gli altri” come affermava Giovanni XXIII nella Pacem in Terris.
Ogni capitolo è anche una lente di ingrandimento che consente di osservare più da vicino alcuni fenomeni che, nonostante il clamore che suscitano, non riescono a produrre una riflessione approfondita e pacata. E’ il caso de “Il carcere, microcosmo alla deriva”. Un capitolo che dedica molto spazio alla situazione italiana, con l’irrigidirsi delle regole, la creazione di norme criminogene, la prigionia di tantissimi giovani e il contemporaneo inasprirsi della violenza giovanile. E’ evidente, insomma, che il carcere in Italia sia stato presentato più come un sistema per ottenere vendetta che come luogo di effettiva rieducazione e reinserimento sociale. Un approccio che non riduce il tasso di criminalità ma innalza invece quello di recidiva, finendo con il trasformare l’esperienza delle case circondariali in luoghi di riproduzione e perpetuazione di comportamenti violenti.
L’ultimo capitolo è dedicato al clima dimenticato e si colloca giustamente in chiusura perché rivela come, per fermare i quattro cavalieri, sia necessario un cambiamento di paradigma, di atteggiamenti e di comportamenti. Oggi, il clima sembra sopravvivere quasi esclusivamente nell’agenda della Chiesa cattolica, mentre ovunque prevalgono governi negazionisti o che preferiscono accordare priorità ad altre tematiche. Eppure l’impatto del cambiamento climatico è spaventoso, causando migliaia di vittime e di sfollati come e più delle guerre. La resistenza ad affrontare il problema deriva anche da una mentalità complottista e sospettosa, alimentata faziosamente tramite i social media. È soprattutto per tale ragione che l’agile lettura (meno di 200 pagine) del libro di Antonio Salvati contribuisce già a suscitare un cambiamento, restituendo a ciascuna tematica un tempo più disteso e uno spazio di riflessione, come ogni buona lettura.