Finalmente Zapponi: l’uomo che stava di traverso
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Finalmente Zapponi: l’uomo che stava di traverso

Un volume collettaneo riscopre Bernardino Zapponi, sceneggiatore, scrittore e intellettuale irregolare della cultura italiana del Novecento

Finalmente Zapponi: l’uomo che stava di traverso
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

29 Maggio 2026 - 18.21


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Nella nutrita schiera degli artisti che la storia della cultura tratta con condiscendente indifferenza spicca Bernardino Zapponi. Romano verace, venne al mondo in piena era fascista, nel 1927, e ci ha lasciato all’alba del nuovo secolo, nel 2000. Lo si ricorda – quando lo si ricorda – come “lo sceneggiatore di Fellini dopo Flaiano”, etichetta condivisa con Tonino Guerra che non esaurisce certo la vastità della produzione.

A recuperare dall’oblio questo notevole personaggio giunge finalmente uno studio a lui dedicato, “Carissimo Bernardino”. Bernardino Zapponi, un talento multimediale tra cinema, televisione, letteratura e giornalismo (Mimesis, pp. 516, Euro 40), curato da due tra i più acuti studiosi della nostra settima arte, Rocco Moccagatta e Alberto Pezzotta. L’idea, lungamente coltivata, ha preso corpo da una giornata di studi organizzata nel dicembre 2024 all’Università IULM di Milano, l’istituzione accademica che ha provato a mettere ordine nell’attività di un uomo che l’ordine lo ha sempre rifuggito. Il pretesto contingente c’era: il deposito da parte degli eredi di Zapponi del suo archivio personale presso la Biblioteca Luigi Chiarini del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, fondo che si è rivelato una “cornucopia di stimoli, suggestioni, scoperte”, come scrivono i curatori con condivisibile entusiasmo.

Ma chi fu davvero Zapponi? La risposta non è semplice, vista la varietà degli interessi e dei talenti, e questo volume ha il merito di darne contezza. Innanzitutto, era uno scrittore di racconti fantastici e gotici, sulla scia di Poe, nella nostra tradizione letteraria vicino a Savinio, Buzzati, Landolfi, con una vena surreale maturata negli anni Cinquanta sul bisettimanale satirico romano “Marc’Aurelio”, già palestra di Fellini, Steno, Scola e di una moltitudine di sceneggiatori che hanno scritto memorabili pagine del nostro cinema. Uomo di grande cultura e visionarietà, fondò e diresse “Il Delatore”, libro-rivista uscito in due serie tra il 1958 e il 1965 che anticipava di anni il gusto pop, camp e underground nel panorama italiano. Ad aprirgli le porte del cinema (se si esclude l’isolata incursione con Mario Soldati nel 1951) fu, secondo la vulgata, la raccolta di racconti Gobal (1967), introdotti da Goffredo Parise che la trovò “un inquietante pastiche figurativo”, e che attende da anni una ristampa: Fellini rimase folgorato da quel geniale autore e lo chiamò per sceneggiare l’episodio “Toby Dammit” di Tre passi nel delirio. Per lui Zapponi scrisse sei film, ottenendo con Il Casanova una candidatura all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

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A lui si rivolsero poi Dino Risi (La moglie del preteAnima persaFantasma d’amore), Alberto Sordi (Polvere di stelle), Dario Argento (Profondo rosso), Mario Monicelli (Il Marchese del Grillo), Luciano Salce (L’anatra all’arancia) e molti altri. Imperdibili i suoi pezzi di costume su “L’Espresso” e su “Playboy Italia”, tra i pochi luoghi dove poteva scrivere liberamente di fumetti, erotismo, cultura popolare e universo queer. Fu inoltre autore di testi televisivi, canzoni, Caroselli, persino di un musical per Garinei e Giovannini, Se il tempo fosse un gambero.

Per una tale bulimia creativa i curatori ricorrono al concetto di “dissipazione”, non però quella che conduce alla pigrizia, come forse fu per Flaiano, né tantomeno all’autodistruzione; piuttosto, ad un’incapacità di disciplinarsi davanti ai continui stimoli che la vita gli induceva. Zapponi era un onnivoro che mordeva tutto, e il fondo archivistico ne dà evidenza, traboccante com’è di progetti abbozzati, soggetti mai realizzati, idee fulminanti appuntate su foglietti.

La prima delle due sezioni in cui il libro è scandito raccoglie, oltre alla nota introduttiva dei curatori, venti saggi critici di studiosi, critici cinematografici, organizzatori dell’archivio, ognuno dei quali affronta un aspetto specifico dell’attività dell’artista: la produzione narrativa, il sodalizio con Fellini, Risi, Sordi, Argento, la scrittura di sketch per Carosello (di cui ci parla Marco Giusti), gli scritti per la televisione (analizzati da Paola Valentini), il fumetto e i film non realizzati, alcuni dei quali rimangono giganteschi rimpianti: un fantascientifico Assurdo universo di Fellini, come ci narra Roberti Curti, un Necronomicon per Pupi Avati di cui ci racconta Domenico Monetti, tre film di Risi, rievocati da Moccagatta, e, per il fumetto, la rivista “KID”, come ci informa Matteo Pollone. Vi è anche il toccante ricordo di Caterina Zapponi, figlia dell’artista. La seconda parte, “Antologia zapponiana”, raccoglie testi giornalistici, lettere a Fellini, pezzi sul fumetto, riflessioni sull’eros, interviste e testimonianze. A chiudere, una bibliografia degli scritti, la filmografia, i programmi radiofonici e televisivi, una “teatrografia”.

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Tutti di qualità gli interventi critici; suggestivo quello di Emiliano Morreale, che, mettendoci sulle “tracce di un cinema zapponiano”, ridefinisce l’eredità dello sceneggiatore spostando il punto di vista: non sarebbe solo lui a diventare felliniano”, ma anche Fellini a farsi “zapponiano”. Nella vena più circense, nera, junghiana e archetipica che associamo alla maturità del grande cineasta lo sceneggiatore romano ha avuto un ruolo fondamentale. Ciò vale anche per Risi e persino per Monicelli: un filo erotico, spettrale, morboso e grottesco percorre film che a prima vista appaiono lontani tra loro, riconoscibile proprio perché frutto di una sensibilità specifica. Alberto Anile ci spiega il ruolo avuto nella scrittura di Polvere di stelle, Alberto Pezzotta si sofferma sulle metamorfosi sessuali nel cinema di Zapponi – travestitismo, ermafroditismo, identità fluide – dimostrando che quelle ossessioni non erano capricci eccentrici ma un tema coerente che attraversa trent’anni di lavoro, dal “Delatore” fino ai racconti di Trasformazioni del 1990. L’interesse di Zapponi per i travestiti era estetico e filosofico prima ancora che erotico – una riflessione sulla permeabilità dell’identità in un paese che prediligeva pruriginose categorie nette. Altrettanto preziosa la parte antologica: il lettore ha la possibilità di farsi un’idea della sua prosa briosa, ironica e visiva, intuire le ragioni dell’innamoramento di Fellini.

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Insomma, il volume si pone come strumento accademico di godibile lettura, e il lavoro archivistico – curato con amorevole perizia da Laura Pompei e Viola Negri della Biblioteca Chiarini, a cui va il ringraziamento di tutti gli appassionati di cinema – conferisce fattualità e concretezza a un ritratto che poteva impaludarsi nell’impressionistico. Lo studio va inteso come una prima tappa di riscoperta di un artista dall’orizzonte creativo vasto e variegato: ad esempio, le sue incursioni nel giornalismo di costume (i pezzi su Billy Wilder, sul fumetto erotico, sulle mode e le perversioni della cultura italiana) meritano ulteriori approfondimenti. Una lettura preziosa, rivolta agli appassionati del cinema italiano, della cultura popolare, a chi si interessa alla sceneggiatura come forma di scrittura autonoma, e uno stimolo a rintracciare la vitalità di una stagione culturale e artistica che oggi ci appare prodigiosa.

C’è qualcosa di commovente in questo signore che ha solcato cinquant’anni di cultura italiana con originale anarchia, che scriveva per “Playboy” e citava Jung, faceva i Caroselli e amava Poe. Una figura interessante non solo per quel che ha fatto, ma per come lo ha fatto: in un paese dove l’establishment culturale tende a costruire carriere lineari, gerarchie riconoscibili, reputazioni solide, scelse di stare di traverso, una “firma eccentrica, poco inquadrabile, spesso imprevedibile, sempre irrequieta”, come sintetizzano i curatori. Questo volume è la migliore premessa per posizionare Bernardino Zapponi in un canone ancora tutto da indagare.

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