Seba Pezzani: "Trump è il prodotto del neoliberismo, contro il fascismo serve un’Internazionale del sapere"
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Seba Pezzani: "Trump è il prodotto del neoliberismo, contro il fascismo serve un’Internazionale del sapere"

“L’America di James Grady”: Seba Pezzani analizza l’America del trumpismo, tra neoliberismo, potere delle Big Tech, disuguaglianze sociali, declino democratico e rischi autoritari crescenti.

Seba Pezzani: "Trump è il prodotto del neoliberismo, contro il fascismo serve un’Internazionale del sapere"
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Giovanna Musilli Modifica articolo

30 Maggio 2026 - 21.59


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Il libro di Seba Pezzani è un racconto sull’America di oggi a partire dall’America di ieri, in cui è cresciuto lo scrittore statunitense James Grady (classe 1949), di cui emergono luci e ombre, e che pur nelle contraddizioni conservava un senso di comunità, di solidarietà sociale e di adesione ai valori di giustizia, integrità morale, impegno e merito, che oggi sembrano essere perduti. 

L’amministrazione Trump e in generale il mondo MAGA viene presentato come l’esito ultimo di un processo iniziato negli anni Settanta, a partire dalla guerra nel Vietnam, e coincidente per lo più con l’instaurarsi su larga scala di quel tecnocapitalismo privo di scrupoli, di cultura e di radici storiche che sembra aver definitivamente messo a tacere il sogno americano assoggettato ormai alle grandi concentrazioni di potere e di ricchezza (fondi di investimento, multinazionali, Big Tech…). Spietato è lo sguardo sul presente e sul trumpismo, di Grady tanto quanto di Seba Pezzani, che insieme ne analizzano i tratti salienti, in riferimento soprattutto al cuore stesso del trumpismo, cioè la degenerazione dei valori costituzionali americani, l’autoritarismo e in sostanza un progetto di fascistizazione della società, naturalmente in salsa americana.

Trump fra reality tv e bugie ha colpito la “pancia” del paese. Grady lo definisce un uomo narcisista, bugiardo, sessista, razzista e dal passato oscuro. Secondo te, come è stato possibile che nella patria del liberalismo politico abbia vinto un personaggio così? E quanto ha contribuito l’incapacità dei democratici di costruire una narrazione alternativa e altrettanto convincente?

Il passato di Trump in realtà era ben noto a chi volesse informarsi, la sua storia e quella del padre erano conosciute. In effetti, assomiglia molto alla storia di Silvio Berlusconi. Come Berlusconi, anche Trump ha sdoganato certe posture mussoliniane e fascistoidi, il turpiloquio, le volgarità, certi atteggiamenti maschilisti e offensivi che richiamano il cliché del don giovanni bugiardo, maschilista e trasgressore. Purtroppo, le masse si sono rivelate permeabili a questo modello umano, sia in Italia che negli Stati Uniti. Un’altra somiglianza fra i due tycoon è il significativo contributo che entrambi hanno dato, ciascuno nel proprio paese, al declino culturale e dell’etica pubblica. Inoltre, Trump, come a suo tempo Berlusconi, ha fatto credere al suo elettorato che, essendo un imprenditore di successo, avrebbe gestito lo stato in modo efficiente, come se fosse un’azienda. Peccato che lo stato non sia un’azienda. Tantomeno lo stato democratico, in cui bisogna tener presenti i pesi e i contrappesi costituzionali, le esigenze spesso in conflitto delle varie forze sociali, i corpi intermedi, e mille altre istanze che non hanno nulla a che fare con la gestione aziendale. Certamente la debolezza della sinistra ha contribuito, sia negli Stati Uniti, sia in Italia. Per sconfiggere una destra così violenta e plebiscitaria come quella trumpiana e quella meloniana in Italia, la sinistra deve assolutamente evitare di assomigliarle. Una sinistra che si presenti con idee simili a quelle della destra, seppure più garbata e dalle posture istituzionali più civili, è destinata alla sconfitta, come del resto l’esperienza si è incaricata di dimostrare. Il riferimento è ai democratici americani quanto al Pd italiano. Andare a letto col nemico non conviene sul piano elettorale: fra la copia e l’originale, gli elettori scelgono sempre l’originale. Ritengo che Trump non sia una scheggia impazzita: anzi, penso che sia l’esito ultimo e più drammatico del liberismo sfrenato, pilastro economico, sociale e culturale iscritto nel dna degli Stati Uniti. Dagli anni ’90 a oggi, da quando le teorie neoliberiste sono tornate a dominare la scena, ci sono stati molti cambiamenti negli Stati Uniti, ad esempio, è stata vanificata la legge antitrust, e i grandi colossi della Silicon Valley sono progressivamente entrati nei gangli del potere. Tutto questo ha avuto un peso decisivo nella vittoria del trumpismo.

Secondo te esiste un’internazionale nera che tiene insieme Trump, Bolsonaro, Milei, Orban anche se ora è stato sconfitto, Putin, e la stessa Giorgia Meloni? Mi spiego: questi leader condividono più o meno la stessa visione del mondo, per cui la domanda è: a tuo avviso, c’è una strategia comune?

Non sono sicuro ci sia un’internazionale di destra. C’è sicuramente un trend che mette insieme Trump, Orban, Milei, Bolsonaro, Putin, Lukashenko, ma anche lo stesso Zelenski, il presidente polacco Nawrocki, e Giorgia Meloni. Tolta una bonomia di facciata, le idee di Meloni sono le stesse. In realtà, è lo stesso sovranismo che impedisce l’internazionale nera: se ogni paese persegue esclusivamente i propri interessi, misconoscendo la collaborazione internazionale in ogni campo, poi diventa difficile parlare di “internazionale”. E comunque – ripeto – Berlusconi secondo me è il padre putativo di tutti questi personaggi. Purtroppo, l’uomo di successo ha dalla sua il processo di identificazione che la propaganda mediatica induce negli elettori. Anni fa, in occasione della realizzazione di un documentario, mi è capitato di intervistare un pastore battista, un prete colto e raffinato, discendente di uno schiavista, John Calhoun, al quale chiesi chi avrebbe votato alle elezioni politiche che si sarebbero tenute di lì a poco. Rispose che Trump non era una brava persona, era un misogino, bancarottiere, un uomo immorale, eppure, non avrebbe potuto votare per chi ritenesse l’aborto un diritto. Perciò, in sintesi, avrebbe votato Trump. Insomma, l’ho raccontato per dire che spesso le destre ottengono il voto anche da parte di categorie sociali insospettabili, sfruttando le debolezze umane, l’ingenuità, le convinzioni più retrive e radicate di tanti elettori poco abituati all’elaborazione critica… Quindi no, non credo a un’internazionale nera, ma credo che le destre di molti paesi, compreso l’Italia, abbiano idee molto simili e mettano in atto le stesse strategie propagandistiche.

Il fascismo del terzo millennio è adeguato ai tempi. Le idee sono le stesse, mentre la loro applicazione naturalmente cambia. La prima è la concentrazione di potere nell’esecutivo ai danni del legislativo e del giudiziario, e poi vengono il controllo dell’informazione e dell’istruzione. Nel caso dell’amministrazione Trump, come Grady spiega nel libro, l’accostamento ai peggiori fascismi del passato è automatico. Che ne pensi?

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Credo che Trump sia profondamente fascista, ha una concezione autoritaria del governo, nessun afflato sociale, è razzista, persegue il suprematismo bianco e non sopporta il controllo democratico dei poteri. Né quelli costituzionali, né il quarto potere dell’informazione, e non accetta nemmeno l’autonomia delle università. La Columbia Univesity di New York ha ceduto, mentre Harvard ancora resiste. Speriamo che il piano di controllo governativo sull’istruzione universitaria non venga portato a termine e che le università resistano alle minacce di togliere loro i fondi se non si sottomettono alle indicazioni del governo. Un paese senza libertà di insegnamento non può essere un paese democratico. Per non parlare dell’immigrazione, le operazioni dell’Ice e in generale le deportazioni dei non americani-doc sono completamente arbitrarie, illegali, e violano i diritti umani e civili. Siamo totalmente al di là dello stato di diritto.

Rimango un attimo sul fascismo. Oltre al movimento MAGA, nel libro vengono citati gruppi neonazisti come i Groypers (gruppo fondato nel 2019 da un certo Nick Fuentes) o l’AFN, acronimo di Aryan Freedom Network, che si definiscono alla destra dei Repubblicani. Li definisci Omofobi, nativisti, sessisti, antisemiti, islamofobi. Pensi che questi gruppi abbiano possibilità di instaurare una vera egemonia culturale, al seguito del movimento MAGA, anche ora che i fallimenti del trumpismo appaiono così evidenti?

Le loro idee non sono così distanti da quelle di Trump e del movimento MAGA, perciò, direi che ce l’hanno già l’egemonia culturale. Anche se è vero che la guerra in Iran ha indebolito il consenso di Trump e della destra, quindi c’è speranza. Comunque, in generale, come dicevo prima, questo tipo di cultura non è un fulmine a ciel sereno, ma si è sviluppata e diffusa in una società disponibile ad accoglierla. Una società diseguale, nazionalista, non troppo alfabetizzata, dalle viscere razziste, pervasa fino all’estremo da sentimenti individualisti e antisociali. Quando una società rinuncia alla protezione sociale, alla solidarietà, all’integrazione, all’eguaglianza… L’esito è sempre la deriva fascista, in un modo o nell’altro. Pensiamo solo alla sanità: 27 milioni di cittadini americani sono privi di copertura assicurativa. Secondo il mondo MAGA – come scrivo nel libro – erogare servizi sanitari a basso costo o gratuitamente alle categorie bisognose coinciderebbe con il privilegiare nullafacenti e scioperati. Ecco, questo atteggiamento non è estraneo nemmeno alle nostre destre di governo: si tende a ridurre il welfare, la grande conquista democratica del secolo scorso, a strumento ingiusto in favore di gente pigra. Come se davvero vivessimo in una società meritocratica, come se la povertà fosse una colpa morale e sociale, come se l’egoismo e la competizione fossero i soli valori davvero fondanti di ogni rapporto sociale. Questa è già una forma di fascismo.

Secondo te negli Stati Uniti c’è il rischio di una “algocrazia”, cioè di un dominio delle grandi piattaforme delle Big Tech che grazie all’IA governeranno non solo l’economia, la finanza, il mondo del lavoro e della cultura, ma anche la politica – come già hanno iniziato a fare con la presidenza Trump – anche grazie alla capacità dell’algoritmo di indirizzare le opinioni politiche? L’atteggiamento di Grady nei confronti dell’IA sembra un netto rifiuto. Sei d’accordo con la sua visione?

Sì, sono d’accordo con Grady. Gli Stati Uniti sono dominati dalle Big Tech, e non si vede all’orizzonte la possibilità che la politica ponga rimedio a questa situazione, tantomeno che si assuma la responsabilità di tracciare la direzione verso cui indirizzare lo sviluppo tecnologico senza precedenti che sta travolgendo l’America ma direi gran parte del mondo. Nel libro è menzionata anche la sentenza della Corte Suprema che ha eliminato i limiti ai finanziamenti che i grandi gruppi finanziari e le grandi concentrazioni di capitale possono erogare a favore dei partiti politici, quindi, ormai si può dire che negli Stati Uniti la politica sia subordinata alla grande finanza, alle Big Tech, e alle industrie delle armi. L’industria militare e con essa i fondi di investimento che ne partecipano tengono in mano la difesa degli Stati Uniti, quindi nessuna amministrazione, tantomeno quella trumpiana, potrà mai prendere decisioni del tutto autonome. 

La storia degli Stati Uniti è la spiegazione per la quale da quelle parti non si è mai visto nulla (o quasi) di vagamente assimilabile al socialismo, ma neanche a un reale progressismo di sinistra – anche lo stesso Grady sconsiglia di parlare di socialismo – almeno per ciò che riguarda movimenti di massa. Nemmeno durante la guerra in Vietnam i movimenti di protesta furono in grado di organizzarsi in partito politico. Ecco, secondo te oggi come reazione al trumpismo può affermarsi una sinistra davvero progressista? 

Non saprei dare una risposta netta, ma in linea di massima no, non credo. Non solo non credo si possa costituire un partito, ma nemmeno più un movimento. Negli americani, come accennavo prima parlando della sanità, viene instillato il principio per cui le politiche sociali non sono il bene del paese, perfino in coloro che ne trarrebbero il maggior giovamento. Tutto ciò che finisce in “ista” viene associato al comunismo, che è considerato ancora oggi il peggiore dei demoni. Il patriottismo nella sua forma più ingenua è un valore che si nutre di storia, di tradizioni, di quella convinzione puerile che gli Stati Uniti siano il paese migliore del mondo. Gli americani temono di snaturare la loro essenza cedendo alle politiche sociali, al welfare, alla sanità pubblica e via dicendo. Ecco perché anche i poveri si oppongono a tassare i ricchi. L’anticomunismo che ha nutrito la cultura americana per quasi cinquant’anni, non è venuto meno con la caduta del comunismo storico, ma si è tradotto in forme diverse. Il mito ancora oggi è quello dell’individualismo più sfrenato, dei coloni protestanti che si accaparravano la terra in competizione reciproca, dell’idea calvinista secondo cui il successo economico è segno di grazia divina e la povertà di colpa morale.  Quindi, per tornare alla domanda, no, non credo che negli Stati Uniti possa nascere né un partito, né un movimento che si ispiri a idee e valori genericamente afferenti a un vero progressismo di sinistra. Come non è accaduto in passato, non accadrà ora, nonostante la tragica esperienza della presidenza Trump.

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Grady parla della provincia americana del Montana. È interessante il mutamento della provincia da orizzonte tradizionale, isolato, un po’ ipocrita e razzista ma anche per certi versi solidale e contro la guerra, a qualcosa di diverso, corrotto dalla reality-tv e da internet, molto più violento e permeabile alla propaganda di una destra estrema. Ti va di spiegarci meglio cosa intende l’autore?

Conosco personalmente la provincia americana perché ho rischiato di andare a vivere nell’Illinois che fuori dalle grandi città è per certi versi simile al Montana di cui parla Grady. Nella provincia il nazionalismo, la religione, la tradizione conservatrice, come dicevo, sono inculcati ai bambini fin da piccoli. L’americano medio, per lo più ignorante e poco avvezzo alla riflessione critica, è “americanocentrico”: è intriso di valori, principi e convinzioni funzionali all’accettazione del liberismo, dell’individualismo, e allo stesso tempo delle tradizioni, del patriottismo esasperato… La globalizzazione ha peggiorato la condizione dell’abitante di provincia, massificando la società senza che la società avesse gli strumenti per comprenderla e difendersi. Trump è stato reso noto ai più dalla trasmissione “The Apprentice”, quella scimmiottata in Italia da Flavio Briatore, che ha contribuito a favorire una certa identificazione da parte del pubblico, indotto a pensare “se lui ce l’ha fatta, posso farcela anche io”. Ovviamente poi i social media hanno definitivamente accorciato le distanze e favorito un contatto diretto non più mediato fra élite e popolo, avvalorando l’errata convinzione che il sogno americano sia alla portata di chiunque, che la società sia realmente meritocratica, e che chi non ce la fa è l’unico colpevole del proprio fallimento. 

Grady collega il progressivo isolamento sociale della provincia alla deriva woke della sinistra del Partito democratico, sempre più arroccato su posizioni radical chic lontane dal sentire popolare. A questo proposito, la cultura woke, tacciata di elitarismo e velleitarismo, secondo Grady, ha finito con il rivelarsi controproducente, prestando il fianco alla propaganda trumpiana. Sei d’accordo con questa visione?

Non sono del tutto d’accordo con James. La sinistra americana, come anche quella italiana, sbaglia a concentrarsi spesso su questioni teoriche percepite lontane dal popolo, è vero, ma Grady si accanisce eccessivamente contro la cultura woke. Se una convinzione è giusta lo è indipendentemente da cosa sia politicamente corretto o scorretto. Non usare espressioni offensive non è politicamente corretto, è giusto. Le destre hanno strumentalizzato il linguaggio per sdoganare il razzismo, l’insulto, il darwinismo sociale… Sfido chiunque a sostenere che le battaglie delle sinistre siano peggiori di quelle delle destre: spesso questa consapevolezza ha portato gli esponenti della sinistra a sentirsi superiori anche a coloro che intendevano difendere. È anche vero che le elezioni bisogna vincerle, quindi la campagna elettorale conviene farla su temi sociali sentiti da tutti, più che sui diritti LGBTQ+. Vale anche nel caso della sinistra italiana naturalmente. La destra non ha nessuna filosofia cui riferirsi, ed ecco perché soffre una certa inferiorità culturale tanto negli Stati Uniti, quanto in Italia. D’altronde, le disuguaglianze sociali, il nazionalismo, il bellicismo… sono disvalori. La visione del mondo che ha la destra è violenta da ogni punto di vista e gioca sulle pulsioni più primitive dell’essere umano, allo scopo di tradurle in un’idea di società disuguale, gerarchica, quasi corporativa, in cui chi non ce la fa resta indietro. Purtroppo, tutto ciò è difficile da far passare all’elettorato…

Parliamo di religione e soprattutto di uso politico della religione. Negli Stati Uniti ci sono 370 confessioni, la maggioranza è evangelica. Secondo Grady, l’idea del possesso biblico della Terra Promessa, che prelude alla discriminazione di coloro che non sono «gli eletti», e l’attribuzione di qualità quasi sovrannaturali al proprio leader portano inevitabilmente al razzismo.Quanto all’uso politico della religione – penso alla scena di Trump benedetto dai predicatori – secondo Grady ci sono affinità con il colonialismo sionista in Cisgiordania. Secondo te è un paragone fondato?

Sì, ci sono affinità molto forti. Innanzitutto, c’è da dire che tutte le destre usano la religione a proprio vantaggio, facendo leva appunto sulle “viscere” dell’elettorato. Anche da noi, Meloni e Salvini usano il cristianesimo come vessillo identitario e funzionale all’islamofobia, e anche per certi versi al razzismo. Quanto alla similitudine con il sionismo, si tratta in entrambi i casi di religioni messianiche volte alla conquista della terra promessa da Dio al popolo eletto. Negli Stati Uniti non c’è un popolo che coincide con la religione come in Israele, però l’elettorato è permeato dalla religione. C’è la stessa idea di popolo eletto, di conquista per diritto divino, con l’aggiunta legata all’eredità calvinista del successo quale segno di grazia divina come dicevo prima. 

A proposito di razzismo, è interessante la differenza delineata da Grady fra il razzismo nei confronti dei neri, questione che appartiene per così dire alla coscienza nazionale, e quello verso i nativi americani che invece pare appartenere a una sorta di inconscio collettivo, tanto che nel saggio La riscoperta dell’America menzionato nel libro,lo storico shoshone Ned Blackhawk traccia un quadro sconfortantedel trattamento riservato ai suoi antenati. Che ne pensi?

Il razzismo è collegato anche alla religione di cui parlavamo prima. I padri pellegrini erano bianchi e cristiani: il razzismo è nel dna degli Stati Uniti, da allora. Il popolo eletto sono appunto i bianchi protestanti. È assolutamente vero che il razzismo verso i neri sia più consapevole, del resto si è combattuta una guerra civile per eliminare lo schiavismo, mentre la questione dei nativi non è mai appartenuta a una vera coscienza collettiva. Non c’è stata elaborazione culturale di questa macchia nella storia degli americani. Oggi poi la situazione è ancora peggiore, perché ormai il razzismo si esprime nelle declinazioni più varie, dal suprematismo bianco, alla marginalizzazione delle fasce di popolazione più deboli, qualunque colore di pelle abbiano. Penso ad esempio al cosiddetto White trash, cioè ai bianchi poverissimi che sono considerati feccia sociale: il criterio è economico e colpisce tutti. 

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Secondo Grady, il fatto che ci siano afroamericani che votano Trump è inquietante, significa che in qualche modo hanno accettato il razzismo. Come si spiega un’assurdità di questo tipo secondo te? 

Allo stesso modo, mi chiedo come sia possibile che in Italia un operaio voti Giorgia Meloni. Il fumo finisce negli occhi di tutti. Me lo spiego con la propaganda. Il timore è quello che lo stato ti tolga ciò che non hai ma che pensi di poter avere. È lo stesso paradosso per cui i poveri si oppongono a tassare i ricchi. Negli Stati Uniti, ripeto, la povertà è una colpa morale, è la punizione di dio, e in quest’ottica si immagina una società in cui tutti abbiano le stesse possibilità di partenza, che premi il merito e punisca il demerito, che consenta ai migliori di realizzare il sogno americano. Ma questa società non esiste, negli Stati Uniti le disuguaglianze sono ancora più profonde e gravi che in Italia, e non c’è nessuna forma di ascensore sociale. La destra meloniana intende portare questo modello in Italia e se ancora non ci è del tutto riuscita è solo perché abbiamo la Costituzione con il suo meraviglioso articolo 3 a difenderci, e perché per fortuna le nuove generazioni sono più intelligenti di noi. Penso al voto referendario naturalmente. Insomma, chissà che non siano proprio loro a spiegarci che a chi non è ricco e non è inserito nei circoli che contano, votare a destra non conviene…

La progressiva restrizione della libertà di stampa nel paese patria del liberalismo unitamente a una condizione drammatica della cultura media, secondo Grady, spiegano perché nessuno si oppone al militarismo, carattere peraltro sempre presente nella cultura americana repubblicana ma anche democratica. Le armi producono 45 mila morti l’anno, eppure i cittadini ritengono che il possesso di armi li renda più sicuri. Secondo Grady la stragrande maggioranza degli americani non è mai stata favorevole al pacifismo. Sei d’accordo?

Sì. Credo che il militarismo sia una componente originaria della società americana. Il secondo emendamento dà il diritto ad armarsi: la violenza è legittima per costituzione. I coloni avevano la Bibbia in una mano e il winchester nell’altra. Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti sono diventati i gendarmi del mondo, i vincitori “giusti”, guida morale dell’occidente democratico: gli americani ci hanno creduto. Personalmente, collego il militarismo e la violenza insiti nell’inconscio collettivo degli americani anche alla Bibbia, testo violento che come dicevo prima viene inculcato ai bambini fin da piccoli, soprattutto il Vecchio Testamento. Progressivamente le convenienze economiche, la concentrazione in oligopoli e lo sviluppo delle industrie di armi hanno fatto il resto.

Secondo Grady, che a ottobre 2025 ho partecipato a una marcia del “No Kings Day” –  cito –  il problema è che non c’è una vittoria chiara all’orizzonte. Anche se Trump dovesse andarsene, il sistema che lo ha generato – grandi potentati economici, mezzi di comunicazione menzogneri, razzismo e sessismo, bigottismo religioso – resteranno e continueranno a rappresentare una grave minaccia. Sei d’accordo?

Concordo con Grady, le prospettive sono molto negative. Anche per via dell’istruzione, che è a dir poco malmessa. È un’istruzione più classista di prima. Gli studenti si indebitano e spesso a chi non è ricco viene preclusa la possibilità di accedere ai college più prestigiosi. Nel 2023 circa 3 milioni di ragazzi ha usufruito dell’Home Schooling, che si traduce il più delle volte in emarginazione sociale e disastro culturale. Eppure, l’unico tema all’ordine del giorno non è il declino culturale, ma è la sicurezza delle scuole, le porte antiproiettili, le armi da fornire agli insegnanti… Senza istruzione diffusa, è difficile immaginare che il sistema culturale che si è imposto con Trump venga spazzato via a breve.

 Grady nel complesso non sembra pessimista sulla possibilità di invertire la tendenza in nome di una riscoperta di idee e valori comuni capaci di affrontare le sfide del nostro tempo, che sono riscaldamento globale, Intelligenza Artificiale, dittature e avidità oligarchica. Sostiene che la battaglia contro ogni fascismo debba avere come obiettivo quello – cito – di costruire un mondo migliore per tutti, perché siamo liberi e sicuri soltanto quanto lo è la persona meno libera e meno sicura di questo pianeta oggi totalmente connesso. Sei d’accordo?

“Voglio” essere d’accordo. È uno sforzo della volontà più che una convinzione intellettuale. Non credo che il modello americano resterà l’unico modello per l’Occidente. Il mondo oramai è più articolato rispetto a cinquanta anni fa, ci soni i BRICS, e la globalizzazione ha raggiunto esiti inaspettati. Nel mondo dell’IA, dell’interconnessione globale e del declino degli imperi emergeranno forze nuove. Personalmente auspico un’ “Internazionale del sapere”: gli artisti e gli intellettuali di tutto il mondo dovrebbero far sentire la loro voce contro le guerre, contro il genocidio in Palestina, contro il modello violento e atomistico di società che piace tanto alle destre, contro ogni forma di razzismo e di emarginazione… Voglio credere che questo sia possibile anche in America. Prima dicevo che non nascerà un movimento popolare, né tantomeno un partito vagamente socialista o pacifista… Ma forse, possiamo sperare che le istanze della pace, dell’eguaglianza e della giustizia sociale vengano rivendicate dalla voce degli artisti, dei musicisti e degli intellettuali in generale. Insomma, spero che gli Stati Uniti ripartano da Bruce Springsteen.

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