di Alessia de Antoniis
Dentro l’IRCCS CROB di Rionero in Vulture, in Basilicata, accanto alle stanze dove si fanno chemioterapie, operazioni e lunghe degenze, esiste un centro estetico oncologico: il Giardino di Eva. Qui le volontarie aiutano pazienti e familiari ad affrontare ciò che la medicina tende a lasciare ai margini: la perdita dei capelli e delle ciglia, il cambiamento del corpo, la fatica di riconoscersi allo specchio.
Da questa esperienza nasce Rivedersi, cortometraggio diretto da Michele Bizzi e Adelaide Dante De Fino e presentato a Marateale 2026.
“È un vero centro estetico”, racconta Bianca Nappi (Mine vaganti, Le indagini di Lolita Lobosco, Tutto chiede salvezza), che interpreta la responsabile delle volontarie.
“È commovente, soprattutto pensando che è stato creato per persone gravemente malate, alcune delle quali non usciranno mai, e per i familiari che spesso annullano la propria vita per stare loro accanto. È ciò che mi ha colpita di più ed è il cuore vero del corto.
Abbiamo girato in pochi giorni, in un luogo reale di malattia e di bellezza. Questo senso di speranza e bellezza nonostante la malattia è, secondo me, ciò che permette al film di non diventare retorico.
Quando si racconta una patologia oncologica, il rischio è sempre di entrare in un tunnel nero nel quale esiste soltanto la disperazione”.
Nel film emerge il diritto della persona malata a lamentarsi, a essere impaurita, arrabbiata o stanca, senza dover mostrare forza. Perché è così difficile accettarlo, come se chi soffre dovesse anche rassicurare gli altri?
È umano: tutti sfuggiamo al dolore. La lamentela, l’espressione esplicita della sofferenza, è qualcosa che non ci piace, perché ci fa sentire impotenti.
Il malato ha pieno diritto di lamentarsi e di stare male. Però facciamo fatica ad accettare fino in fondo sia il dolore degli altri sia il nostro.
Ho scelto questo corto perché parla di una realtà vera, che merita di essere conosciuta e che potrebbe diventare uno stimolo per creare esperienze simili anche in altre regioni.
Affronta gli aspetti meno noti della malattia, quelli non medicali ma umani. Il corto si concentra su aspetti considerati apparentemente più leggeri o esteriori. Come sembro? Come sto? Che cosa accade quando non ho più i capelli o le ciglia? E lo fa attraverso il lavoro di questo gruppo di volontarie in Basilicata.
Hai incontrato le volontarie che lavorano nel Giardino di Eva?
Sì. Una delle volontarie è stata anche una paziente. Chi sta meglio, perché per fortuna dal cancro si può anche guarire, a volte sente il desiderio di restituire ciò che ha ricevuto.
Quello che mi ha colpita è che sono tutte donne estremamente semplici, ma dotate di una generosità d’animo enorme. Mentre ne parlo mi torna quell’emozione…mi sono davvero commossa.
Non è facile occuparsi della bellezza di un corpo allo sfacelo. E spesso si tratta anche di bambini, non solo adulti.
C’è stato un gesto, una frase o un incontro che ha modificato concretamente il modo in cui hai interpretato il personaggio?
Quando sono arrivata e ho visto la bellezza, la cura e perfino la grandezza dello spazio, ho pensato: questa è una cosa vera.
Quando leggi di esperienze del genere, immagini la volontaria di turno che va a fare una manicure alla persona che sta male. Trovarsi invece davanti a un luogo pieno di prodotti meravigliosi, dentro un ospedale nel quale si fanno chemioterapie, operazioni e lungodegenze, ha un impatto emotivo molto forte.
Appena ho visto quel posto sono entrata immediatamente nella storia. Mi ha dato molta energia.
Da Marietta in Lolita Lobosco a Rossana in Tutto chiede salvezza, i tuoi personaggi sono donne concrete, ironiche, talvolta brusche, che sostengono gli altri. È una qualità che cerchi nei ruoli o che registi e casting riconoscono nel tuo modo di stare in scena?
Sicuramente più la seconda. Mi considero una persona concreta, ma non mi vedo dotata della stessa forza con la quale spesso registi e casting mi immaginano.
Mi piace fingere di essere una donna più risoluta di quanto sia nella vita. Non sono una “pasionaria”, però mi piace interpretare donne di grande temperamento.
Hai costruito una riconoscibilità attraverso personaggi non protagonisti, ma capaci di lasciare un segno. Sarebbe il momento di costruire finalmente una storia interamente intorno a te?
Mi piacerebbe moltissimo che accadesse. Penso che questo sia il momento giusto. Lo dico chiaramente: spero che accada.
E cosa significa continuare a costruire i tuoi personaggi dentro un’industria che ti riconosce, ma che non sempre ti consegna maggiore potere?
Questo è un mestiere dove scegli molte cose, ma sei anche sempre scelto. È un lavoro di assoluta reciprocità.
Un musicista può scendere in strada, suonare, realizzare un video, metterlo su internet e magari ottenere milioni di visualizzazioni. Se un attore scende in strada e comincia a recitare, finisce lì.
Il lavoro dell’attore è profondamente legato agli altri, a un’idea e a una comunità. E dentro questa comunità c’è chi ti sceglie di più e chi ti sceglie di meno.
Il concetto di potere, però, per me è l’antitesi di tutto ciò che è artistico. Il potere ha un difetto: ti toglie libertà. La ricerca artistica, invece, di qualsiasi tipo, si nutre soltanto di libertà.
Avere potere non mi interessa e forse non ci ho mai pensato troppo. Altrimenti mi sarei mossa in un altro modo. Mi piacerebbe fare tante cose diverse, tanti personaggi diversi, essere parte di racconti anche molto lontani tra loro.
I personaggi che interpreti, anche quando sono secondari, lasciano un segno…
Perché li vivo come se fossero protagonisti. Secondo me non esistono personaggi che non lo siano.
Quando hai due scene e pensi: “Vabbè, tanto sono soltanto due scene”, probabilmente nessuno le ricorderà. Se invece ci lavori come se fossero il fulcro del film, con profondità ma anche con gioia, quel personaggio racconta un mondo che poi resta.
Ciò non toglie che sia bello ampliare. Un ruolo da protagonista dà la possibilità di raccontare una storia dall’inizio alla fine, ed è una possibilità importante.
Perché, dopo tanti anni tra cinema, teatro e serialità, continui a scegliere anche i cortometraggi?
Ne faccio anche uno all’anno. Di più sarebbe troppo, perché l’impegno rispetto alla resa è molto squilibrato. Fare un corto è impegnativo: c’è pochissimo tempo e ci sono pochi mezzi.
Continuo a farli perché mi piace lavorare con nuovi registi e perché a volte ci sono progetti che meritano.
In questo caso mi interessava il tema sociale. Racconta una realtà che non conoscevo e che non è ancora abbastanza nota.
Rivedersi è un lavoro breve, volutamente semplice, ma che vuole esistere. Spero che possa aiutare questa realtà a crescere e che venga visto in molte regioni, perché qualcuno potrebbe decidere di riprodurre un’esperienza simile.
È un corto sociale. Fotografa e racconta una realtà che sarebbe bello si diffondesse in tutta Italia: sarebbe importante per molte persone.